gabriele gravina

“IL CALCIO ITALIANO NON È PROGETTATO PER COMPETERE, MA PER SOPRAVVIVERE. PERCIÒ PERDE IN EUROPA” – “IL NAPOLISTA” SUI PROBLEMI “STRUTTURALI” DEL MODELLO CALCISTICO ITALIANO CHE IMPEDISCE ALLE NOSTRE SQUADRE DI COMPETERE CON LE BIG EUROPEE: “IL PROBLEMA NON È TECNICO: È ARCHITETTONICO. IN ITALIA ABBIAMO COSTRUITO UN MODELLO PROTETTIVO. UN ECOSISTEMA DOVE LA PRIORITÀ È EVITARE IL COLLASSO, MA CHE FRENA LO SVILUPPO. OGNI SISTEMA CHE PROTEGGE TROPPO, RIDUCE LA PRESSIONE COMPETITIVA. IL PARADOSSO E' CHE..."

 

Da www.ilnapolista.it

 

gravina

Il sistema calcio italiano non è progettato per competere ma per sopravvivere. Perciò perde in Europa

 

DEBOLI IN EUROPA

Ogni volta che una squadra italiana esce dall’Europa, si ripete lo stesso copione: mancano i campioni, mancano gli stadi, manca il vivaio. Troppo risultatisti, troppo giochisti, troppo stanchi, poco allenati, troppo allenati. Insomma è solo Bar Sport e fiumi di social. Manca sempre qualcosa. È sempre colpa di altri, l’arbitro, il Var, il tempo, le scarpe, la moglie, l’amante, e così via. Tranne una cosa resta sospirata: il coraggio di guardare al modello.

 

Da un punto di vista economico e strategico, il problema non è tecnico: è architettonico

 

Il sistema calcio in Italia non è un sistema progettato per competere. È un sistema progettato per sopravvivere. E sopravvive benissimo, sia chiaro. Resiste. Assorbe gli shock. Tiene in piedi club in difficoltà. Riequilibra. Media. Diluisce.

 

È un progetto di stabilità.

 

Solo che la stabilità, nel calcio globale, non è una strategia di crescita. È una coperta termica.

 

galatasaray juventus

In Italia abbiamo costruito un modello protettivo. Un ecosistema dove la priorità è evitare il collasso, ma che frena lo sviluppo. La pressione competitiva viene attenuata, l’esposizione finanziaria è controllata, ma non sempre contenuta, il rischio sterilizzato. Tutto molto prudente. Tutto molto responsabile.

 

Eppure.

 

Un sistema è eccellente quando produce surplus. L’attuale modello non è un sistema che genera eccellenza, ma un sistema che gestisce l’equilibrio.

 

Un equilibrio particolare: quello per compressione. Molti club possono vincere, i distacchi sono contenuti, il campionato è “aperto”. Ma non perché tutti siano fortissimi. Più spesso perché nessuno riesce a scappare davvero.

 

È una gara dove tutti partono insieme e arrivano insieme. Molto democratica.

 

Il contrasto con la Premier League non è solo tecnico, è culturale. In Inghilterra il sistema è progettato per massimizzare ricavi, attrarre capitali, espandere il brand. Le decisioni si prendono in fretta perché la crescita non aspetta. In Inghilterra il mercato è più selettivo e l’uscita dal sistema è parte fisiologica del modello.

borussia dortmund atalanta 5

 

In Italia le decisioni si prendono. Poi si discutono. Poi si armonizzano. Poi si calendarizzano. Nel frattempo il mercato globale è altrove.

 

Questo modello domestico produce resilienza. Ma la resilienza non sempre coincide con la leadership.

 

Ogni sistema che protegge troppo, riduce la pressione competitiva. Senza pressione competitiva non c’è innovazione. Senza innovazione non si fa impresa.

 

E qui sta il paradosso: il sistema calcio in Italia protegge i club da sé stessi, ma non riduce le loro debolezze e li espone, indifesi, alla competizione. Garantisce la sopravvivenza interna, ma non costruisce le basi per un potere esterno. È un sistema che funziona bene in difesa, meno bene in attacco, non è neanche contropiedista, è solo palla in tribuna.

 

finale champions league inter psg foto lapresse 1

Sul piano economico i limiti sono noti: ricavi inferiori ai competitor internazionali, bassa scalabilità dei brand, dipendenza strutturale dagli azionisti, con livelli di investimento coerenti con un modello prudenziale. Nulla di scandaloso. Nulla di illegittimo. Tutto nella prassi in un sistema industriale ingessato. Ma strutturalmente tutto ciò è limitante.

 

Il risultato sportivo è la conseguenza, non la causa.

 

Per vincere sportivamente, bisogna essere competitivi come sistema. Il calcio italiano non è povero di idee. È ricco di equilibri. E gli equilibri sono preziosi, ma non producono egemonia. Producono convivenza.

 

Se l’obiettivo è restare sostenibili, il modello funziona. Se l’obiettivo è competere con possibilità di leadership, serve altro.

 

Servono club che competano sportivamente sul campo e cooperino fuori dal campo come operatori industriali veri. Serve passare dalla gestione della sopravvivenza alla gestione del valore. Serve accettare che crescere significa esporsi, rischiare, accelerare, anche fallire.

 

buffon gattuso gravina

Altrimenti continueremo a dirci che il campionato è “equilibrato”, mentre altrove stanno vincendo, diventando ricchi e costruendo piattaforme globali.

 

Se il calcio professionistico è un’ industria, c’è da chidersi se ci sia bisogno di due modelli organizzativi complementari, uno competitivo e l’altro cooperativo, uno che fa business, l’altro che fa sport. Il modello ibrido in realtà funziona un po’ ovunque, qui no.

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