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I CICLISTI? BESTIE DA DOPING - IL “KILLER” DI LUCA, TROVATO POSITIVO 2 VOLTE, ATTACCA: "NON MI PENTO DI NULLA. IL SISTEMA TI OBBLIGA AD ASSUMERE SOSTANZE, NESSUNO DENUNCIA PERCHÉ C'È TROPPA IPOCRISIA" - "PANTANI? LO HANNO INCULATO. AL 300%. TROPPI INTERESSI DIETRO"

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Alessandro Milan per “Libero Quotidiano”

 

«Ho sperimentato l' inferno. Ho sbagliato. Mi considerano un appestato. Ma non mi pento di nulla, sono sereno, cammino a testa alta». Negli occhi di Danilo Di Luca, 40 anni, a tratti scorgi ancora quel lampo che gli valse la nomea di killer di Spoltore. Lo chiamavano così quando era un ciclista professionista perché se sentiva che quella era la sua gara, spesso vinceva. Scientifico e spietato, come un killer appunto.

 

Poi il doping: una prima positività nel 2010, una seconda nel 2013, questa volta accompagnata da un non invidiabile primato: essere il primo ciclista italiano squalificato a vita. Di Luca ha barato, lo sa, lo ammette e non chiede sconti. Ma non chiede neanche scusa, anzi accusa quello che definisce «il Sistema». Lo ha fatto raccontando la sua vita a Alessandra Carati.

 

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Ne è nato un libro, Bestie da vittoria, edito da Piemme, da leggere dalla prima all' ultima riga tutto d' un fiato. Per farsi avvolgere e travolgere da un ambiente fatto di sacrifici, sofferenza, passione, schifo, trionfi, sudore, disfatte, amicizie, ipocrisie. E doping.

Danilo perché hai scritto questo libro?
«In fondo l' ho fatto per loro, i miei ex colleghi. È assurdo che vivano in un mondo che può far di loro ciò che vuole».

Non l' hai scritto per te stesso?
«Non ho niente da perdere, sono stato radiato, anche se ingiustamente. Sai cosa farei se fossi ipocrita?»

COVER DI LUCACOVER DI LUCA

Cosa?
«I nomi. Mi hanno chiamato decine di volte dall' Uci (la Federazione internazionale) e dal Coni: "Danilo, vieni qui, fai i nomi e ti togliamo la radiazione". La maggior parte dei ciclisti trovati positivi lo ha fatto».

Perché tu no?
«Sono un uomo tutto di un pezzo. Ho sbagliato, pago, punto. La mia schiena è dritta».

È iniziato il Giro d' Italia: chi lo vince?
«Sono italiano, tifo Italia. Il nostro punto di riferimento è Nibali, quindi se vince lui mi fa piacere».
Quando tu affermasti che «il 90% dei ciclisti è dopato» Nibali commentò: «Di Luca è diventato un po' cerebroleso».
«Di questo dovrà rispondere. L' ho querelato».

A proposito di querele, è vero che ne hai ricevuta una?
«L' ha annunciata l' Accpi, l' Associazione Corridori Ciclisti Professionisti Italiani dopo una mia intervista alle Iene».
 

NIBALI ARUNIBALI ARU

D' altronde hai detto che non si può arrivare tra i primi dieci al Giro se non si è dopati. Parole pesanti.
«È vero, ho detto anche questo. Guarda che a me dispiace per loro, i ciclisti. Vorrei scuoterli, ma anziché approfittare del mio libro perdono l' occasione per cambiare questo sport».

Temi questa querela?
«Molti degli iscritti all' Accpi hanno attraversato vicende simili alla mia e sono proprio curioso di ascoltare cosa diranno davanti a un giudice. Tra l' altro sono stato un loro iscritto per anni e non mi hanno mai difeso sia per i compensi che non ricevevo, sia per le vicissitudini avute».
 

Le vicissitudini si chiamano doping. Danilo, hai barato.
«Non mi pento di nulla».
 

DI LUCADI LUCA

Questo fa impressione.
«Ho scritto il libro per denunciare un sistema, scoperchiarlo. Chi sale in bici è una vittima. E possiamo allargare il discorso ad altre discipline. Quando si è professionisti, la vita è fatta di allenamenti, sacrifici, sforzi. E doping».

Lo denunci ora perché sei arrabbiato?
«Sicuramente sono anche arrabbiato per come mi hanno trattato le istituzioni, con la squalifica a vita, i colleghi, l' ambiente».

Ti vuoi vendicare?
«Assolutamente no. Voglio solo denunciare la vita assurda che fanno i ciclisti».

Che vita è?
«Sono bestie, come scrivo nel titolo».

Leggo: «Non avrei mai potuto non doparmi». Il doping non è una scelta consapevole, oltreché sbagliata?
«Nessuno ti obbliga, è vero, ma quando scegli di diventare professionista ti devi adeguare al sistema oppure non corri più. Da professionista mi sono trovato davanti a una sola scelta: doparmi».

Scelta ineluttabile?
«È così».

Cosa intendi per «sistema»?
«Quello per cui finché vinci sei un idolo, appena ti beccano positivo sei "una testa di cazzo, un figlio di puttana, uno che rovina la squadra". E diventi l' appestato».

Tutti mentono?
«Di base c' è molta ipocrisia. Che continua, infatti mi querelano».

Come fai a dire «non mi pento di nulla»?
«Sono caduto nell' inferno. Essere Danilo Di Luca, uno dei ciclisti più forti in Italia e nel mondo e sprofondare non è facile. Ma non mi pento perché ho fatto ciò che dovevo fare per stare nel sistema».

Lo rifaresti?
«No. Con l' esperienza di oggi starei molto più attento».

Denunci ora che sei radiato. Perché non farlo quando vincevi?
«Ah, certo, avrei potuto tagliarmi i coglioni. Zac. Correvo, vincevo, guadagnavo. Può essere una risposta da sbruffone ma non lo è. Se accetti di far parte di quel mondo e denunci dal di dentro, sei "morto"».
 

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Nel libro racconti il momento dell' ultimo controllo, quello che ha portato alla radiazione. Confidi che quasi speravi ti beccassero per provare un senso di liberazione.
«Quel mondo non lo sentivo più mio. Nei primi anni Duemila ero felice di correre. Poi, dopo le vicissitudini sportive che racconto nel libro, e visto come mi hanno trattato, mi sono cadute le braccia. Alla fine correvo perché pagato».

Questo mi ricorda, senza fare paragoni tra le due vicende sportive, il senso di liberazione confidato dal marciatore Alex Schwazer quando fu beccato. A proposito, lui torna alle gare. È giusto?
«Certo, deve avere un' altra chance. Ha sbagliato, magari ha detto cose non vere, ma l' hanno massacrato. Se ha scontato la pena è giusto che torni».
Tamberi, saltatore azzurro, la pensa diversamente: «È una vergogna» ha detto.
Così altri azzurri.

«Sono ipocriti».

Perché?
«Non capiscono che loro sono le vittime. Negli sport meno importanti, vale nel ciclismo come per l' atletica, i professionisti non hanno un sindacato, non hanno buoni avvocati, non hanno tutele. Il doping è uno strumento del potere».

Tu hai dichiarato di esserti dopato sempre ma senza esagerazione, con misura. Ma anche solo un po' di doping non fa male?
«Dico che mi sono dopato con misura nel senso che quando accetti di stare in quell' ambiente, poi decidi se doparti in modo scriteriato o no, e io non l' ho fatto. Ma il doping fa male, certo».

Lo ribadiamo a gran voce?
«Il doping fa male. Di più o di meno, ma fa male».
 

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Per la verità nel libro tu scrivi che eravate «curati», non «dopati».
«Perché la cura racchiude tutto. Un atleta si cura se si allena bene, mangia sano, non fa tardi la sera, raggiunge il top della condizione e si dopa».

Il doping come cura?
«La cura dell' atleta è questo complesso di cose. Aggiungi le vitamine, i farmaci che non sono considerati doping. Tutto è cura. In questo "tutto" l' unica cosa negativa è il doping».

Hai iniziato a «curarti» da dilettante. Nel 2007 hai vinto il Giro d' Italia. Quindi eri dopato anche lì?
«Sono stato trovato positivo in carriera due volte. Tutte le altre volte ero dentro il sistema.
Facevo i controlli, ero negativo, mi sono attenuto alle regole».

Passiamo oltre. Racconti che i ciclisti si iniettano le sostanze più assurde senza pensare alla salute. Perché lo fanno?
«Per vincere».

La vittoria cos' è?
«Un' endorfina fondamentale. Ma io ti parlo del passato, credo che le cose ora siano migliorate».

Il nuovo doping è il motorino nascosto nelle bici?
«Ripensando ad alcune gare dei miei tempi e rivedendo i video penso che i motorini ci fossero anche allora. Questa pratica è molto peggio del doping perché col motorino vinci anche se sei un brocco».

In che senso?
«Il motorino aumenta del 40% la prestazione di un ciclista».

E il doping?
«Al massimo del 7%. Pensare che uno sia un campione solo grazie all' Epo è una follia».

Cosa pensi di Pantani?
«Lo hanno inculato. Al 300%».
Chi?
«Non rispondo non perché non voglio ma perché non lo so. C' erano troppi interessi dietro Pantani, qualcuno o più di uno non gli ha voluto bene».

Se scrivo «Pantani era dopato» sbaglio?
«Sbagli. Pantani è stato il più forte scalatore che il ciclismo di tutti i tempi abbia mai avuto.
Come Armstrong, che ha confessato che nei suoi sette Tour de France vinti ha fatto uso di doping. Secondo te questo vuol dire che chiunque avesse assunto gli stessi farmaci avrebbe vinto come lui? Ma proprio per niente! Armstrong è stato un grande campione, senza doping non avrebbe vinto sette Tour, ma tre o quattro sì».

A un ragazzino di dieci anni diresti di fare ciclismo?
«Sì, perché è una delle scuole di vita più sane, vere, difficili e belle».
Sane?
«Sì, dico sane. La fatica e i sacrifici che fai in bicicletta, quando torni alla vita normale, ti aiuteranno. Purtroppo in tutto questo c' è il doping».

Consiglieresti il ciclismo anche a tuo figlio?
«Sì. E a un certo punto, se il mondo del ciclismo sarà ancora quello di oggi anche se spero di no, deciderà. Io potrò solo consigliarlo per non fargli fare gli stessi miei errori».

Non senti di avere tradito i tuoi tifosi?
«Alcuni forse, ma il vero tifoso non si sentirà mai tradito. Al vero tifoso piace anche il modo in cui ti esponi, anche se dici cose scomode. Chi invece non era mio tifoso prima, spero che oggi possa apprezzare la mia sincerità. Io mi sono messo a nudo. Non è facile, te lo garantisco».

Nessun ex compagno ti ha mai chiamato?
«Assolutamente no, tranne gli amici e i compagni abruzzesi».
 

DI LUCA 9DI LUCA 9pantani, 10 anni dalla morte del pirata 6pantani, 10 anni dalla morte del pirata 6

Quando nel 2013 si scoprì la tua seconda positività i compagni ti aggredirono verbalmente a colazione e ti lasciarono letteralmente a piedi, in Trentino.
«Sono stato trattato come una bestia, per l' appunto. Io al posto loro non l' avrei mai fatto.

 

Quando un mio collega è stato trovato positivo, pensa a Basso, io ho dichiarato: "Mi spiace per Ivan, spero che torni presto perché è uno di noi". Di fronte a domande scomode sono stato zitto. Oggi invece la maggior parte dei miei colleghi ti addita ancora di più. Sono proprio ipocriti».

Tua mamma era la tua prima tifosa. Come ha vissuto tutta questa vicenda?
«Lei è quella che ha sofferto più di tutti. Ha sempre temuto per la mia incolumità. Sa quanto amore provavo per questo sport e io so quanto amore provasse lei. Ma è sempre mia mamma. I genitori sono sempre con te anche se ti dicono "così non si fa"».

Qual è l' immagine che descrive meglio la tua carriera, se ti volti indietro?
«Il mio braccio che rotea tre volte nel cielo dopo la vittoria alla Liegi-Bastogne-Liegi nel 2007».

Che Di Luca vedi se guardi a domani?
«Un Di Luca sereno. Sto bene, sono più maturo. Costruisco biciclette, è la cosa che mi piace di più».

BESTIE DA VITTORIA COVER DI LUCABESTIE DA VITTORIA COVER DI LUCA

 

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