mma arti marziali miste

PERCHÉ LA BOXE È CONSIDERATA UN’ARTE NOBILE MA LE ARTI MARZIALI UNO SPORT PER GENTE ASSETATA DI SANGUE? – "VIVIAMO IN UN MONDO DOVE IL CONFINE TRA LA GUERRA E LA PACE SI FA SEMPRE PIÙ SFUMATO", SCRIVE IN “SANGUE NELL'OTTAGONO”, IL SOCIOLOGO ALESSANDRO DAL LAGO - “LE ARTI MARZIALI MISTE NON SONO QUALCOSA DI ANOMALO, MA LA RAPPRESENTAZIONE DEL LATO CIVILE, SPORTIVO, COMMERCIALE E SPETTACOLARE DI UNA CULTURA ESSENZIALMENTE VIOLENTA, COMUNE A TUTTO L'OCCIDENTE'' - VIDEO

alessandro dal lago

Matteo Tonelli per "il Venerdì - la Repubblica"

 

Per spiegare come mai le Mma, le mixed martial arts, siano così popolari, Alessandro Dal Lago, che di mestiere fa il sociologo e che rivendica un animo tutt' altro che gladiatorio, porta ad esempio le tutine dei neonati fatte con i tessuti mimetici. «Viviamo in un mondo dove il confine tra la guerra e la pace si fa sempre più sfumato» spiega. 

 

«La natura stessa della guerra contemporanea fa sì che il combattimento individuale sia parte essenziale dell'addestramento degli eserciti moderni. Una cultura fondamentalmente militare come quella attuale - soprattutto americana, ma anche europea - in qualche modo promuove, o facilita, questo tipo di sport». 

 

sangue nell ottagono alessandro dal lago

E che c'è di meglio di mettere insieme Karate, Muay thai, Jiu Jitsu, Judo, Lotta libera, Grappling, Pugilato, Kickboxing, agitare il tutto e tirarne fuori un mix tanto spettacolare quanto cruento che ricorda l'antichissimo Pancrazio, considerato il progenitore delle moderne Mma? 

 

Dal Lago lo spiega nel suo Sangue nell'ottagono (il Mulino) dove analizza un fenomeno planetario sia in termini di diffusione - le palestre dove si praticano sono sorte come funghi - che di business. A partire dalla legittimazione della violenza, per passare alla parità di genere, al politicamente corretto (ma Dal Lago nega che le arti marziali miste possano essere una reazione al fenomeno) e persino alla globalizzazione (di cui le Mma con il loro mix di stili diversi sarebbero la risposta sportiva).

 

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Sport popolarissimo ma altrettanto criticato da chi vede, in quella lotta in un ottagono circondato da una rete, solo un selvaggio sfoggio di violenza. Tesi che ha trovato conferma quando due fighter hanno ucciso a calci e pugni, nel settembre dello scorso anno, Willy Montero, un ragazzo di origini capoverdiane. Sentenza: le Mma sono uno sport per gente assetata di sangue (e in parte è vero) e combattuto da moderni gladiatori senza regole (e questo è meno vero). 

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Dal Lago comunque la sentenza la impugna: «Le arti marziali miste non sono qualcosa di anomalo, ma la rappresentazione del lato civile, sportivo, commerciale e spettacolare di una cultura essenzialmente violenta, comune a tutto l'Occidente, ma di cui gli Stati Uniti sono ovviamente la massima espressione». E qui si torna al discorso delle magliette mimetiche: «I simboli della guerra ormai hanno invaso la dimensione civile: il disegno mimetico è da tempo entrato nella moda. Un contesto del genere facilita la diffusione di sport come le Mma». 

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Ma non è solo questo ad aver contribuito a far diventare la versione moderna dei combattimenti nell'arena una straordinaria macchina da soldi. Per farlo è stato trasformato da sport senza regole in sport, senza dubbio violento, ma con delle regole precise. Operazione perfettamente riuscita. «Oggi si ammette di vedere gli incontri nell'ottagono perché sono legittimati culturalmente. I limiti ci sono anche se spesso superati, ma questo a chi guarda interessa poco». E se le cose stanno così, scandalizzarsi per spettacoli del genere a Dal Lago sembra ipocrita. 

 

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«La vista del sangue ripugna a chi si è abituato a chiudere gli occhi davanti agli aspetti conflittuali della nostra cultura, oggi visibili grazie alla globalizzazione dello spettacolo. Il nostro è un mondo che moltiplica le occasioni di spettacolarizzare la violenza, sia a livello generale sia a livello molecolare, come nei social. Siamo in una cultura in cui brutalizzare il compagno di banco e filmarlo è diffusissimo. Un mondo in cui è divertente umiliare qualcuno. La mia teoria è che, se proprio l'umanità deve dare sfogo a tutto questo, è meglio che lo faccia un modo regolato».

 

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 Ma allora perché le Mma continuano a spaventare un'umanità vaccinata da anni contro lo spettacolo di sangue della boxe? «Il motivo è la loro estrema visibilità che suscita la condanna di chi ci si imbatte avendone una vaga idea. Anni fa la boxe era considerata un mondo a sé, separata dalla vita e dalla cultura prevalente. In Italia si diceva che gli incontri turbavano "il sonno degli italiani". Eppure, mettendo per un attimo da parte la retorica della noble art, i pericoli e il lato oscuro del pugilato sono evidenti a tutti. Ma non provocano lo stesso scandalo. Oggi, invece, su internet e in tv i combattimenti nell'ottagono penetrano nella nostra vita di spettatori globali ed esseri digitalizzati. Al punto che le Mma sono diventate popolari in ogni ambiente a differenza della boxe, sport più proletario». 

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Un ragionamento che tira in ballo il rapporto tra la società in cui viviamo e la sua "voglia di sangue". Per questo la tesi di chi, come il sociologo Norbert Elias, pensa che «i tempi moderni si siano liberati delle pratiche più violente in nome della civilizzazione dei costumi» non convince Dal Lago. Semmai, ragiona l'autore del saggio, «da un lato c'è la progressiva estensione della quantità e qualità di sangue accettabile e dall'altra la regolamentazione ufficiale delle arti marziali che serve a rassicurare la società esterna». 

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In pratica, basta alzare l'asticella della brutalità, fissare qualche paletto e si stabilisce che la società è diventata più civile. Più che una lotta che diventa cultura (come sostengono quelli che vedono una funzione quasi taumaturgica nel gusto del "buon sangue"), Dal Lago vede una cultura che promuove una lotta. C'è poi un altro aspetto che a prima vista può lasciare sorpresi. Quello dell'uso dell'ottagono per rivendicare la parità di genere. «Le Mma rappresentano una dimensione di comunanza che unisce generi, ruoli e differenze culturali. Che le donne non amino combattere è un pregiudizio culturale maschilista che oscura il loro rapporto con la lotta». 

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Basta vedere come le fighter trattano il loro corpo. «L'esibizione pubblica delle ferite dopo un match è diventata una sorta di segno di nobiltà. Per questo le lottatrici si fanno fotografare con il viso segnato dai colpi. Vogliono dimostrare così di essere uguali agli uomini». Dal Lago azzarda addirittura un parallelo con la pornografia: «In entrambi i casi c'è un'esibizione volontaria del corpo: nel caso della lotta è socialmente legittima, nell'altro viene bollata come oscena. È un cambiamento dei sistemi simbolici che governano l'esibizione del corpo femminile». E poi dicono che in quell'ottagono ci si picchi e basta... 

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