donald trump hormuz iran stretto

TEHERAN HA SGANCIATO LA “BOMBA ECONOMICA” – IL REGIME IRANIANO RICATTA TRUMP, RICHIUDENDO LO STRETTO DI HORMUZ – L’AMBASCIATORE SEQUI: “PER ANNI SI È RITENUTO CHE LA LEVA IRANIANA FOSSE IL NUCLEARE. LA BOMBA È DETERRENZA TEORICA; HORMUZ È COERCIZIONE IMMEDIATA. COLPISCE PREZZI, ASSICURAZIONI, TRAFFICI, CONSENSO POLITICO. NON SERVE CHIUDERE LO STRETTO, BASTA RENDERE IL RISCHIO NON ASSICURABILE. COSÌ TEHERAN EVITA L'ESCALATION TOTALE E MANTIENE UNA PRESSIONE CONTINUA. IL PARADOSSO AMERICANO: GLI USA SONO ENTRATI IN GUERRA PER RIDURRE LA MINACCIA IRANIANA, MA NE HANNO ATTIVATA UNA NUOVA...”

1. IL RICATTO DI HORMUZ

Estratto dell’articolo di Francesco Semprini per “La Stampa”

 

donald trump - stretto di hormuz

Un'apertura lampo, durata meno di 24 ore, poi il ritorno alla strategia della tensione. Lo Stretto di Hormuz si conferma il barometro di questa crisi: si apre come segnale politico, si richiude in risposta agli slanci lessicali di Donald Trump e alle difficoltà nel trovare convergenze con Teheran sul programma nucleare.

 

[...] Ieri sera Trump ha convocato una riunione nella Situation Room della Casa Bianca per discutere della recrudescenza della crisi nello Stretto di Hormuz e dei negoziati con l'Iran. Potrebbe decidere di abbordare le petroliere iraniane o legate all'Iran in transito, o peggio. Un funzionario statunitense ha dichiarato che, se non ci sarà presto una svolta, la guerra potrebbe riprendere nei prossimi giorni.

 

STRETTO DI HORMUZ - PETROLIERE

La riunione è stata presieduta dal vicepresidente JD Vance - che dovrebbe partecipare al prossimo round di negoziati con l'Iran -, il segretario di Stato Marco Rubio, quello alla Difesa Pete Hegseth e al Tesoro Scott Bessent, secondo un funzionario statunitense.

 

Alla riunione hanno partecipato anche la capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles, l'inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, il direttore della Cia John Ratcliffe e il presidente dei Capi di Stato Maggiore riuniti Dan Caine.

 

[...]

TRUMP E LO STRETTO DI HORMUZ - VIGNETTA BY NATANGELO

 

Nel frattempo, sul piano diplomatico, emergono elementi che rivelano l'estensione e la profondità del negoziato. Secondo indiscrezioni circolate tra fonti diplomatiche regionali, Washington avrebbe avanzato una proposta economica da 20 miliardi in asset congelati, condizionata alla consegna da parte iraniana dei 450 chilogrammi di uranio arricchito.

 

Un "tesoretto" che gli Ayatollah avrebbero nascosto durante la "guerra dei dodici giorni" dello scorso giugno. La Casa Bianca, ufficialmente, continua a sostenere che i colloqui «stanno andando bene» e che «diverse cose sono già concordate», ma allo stesso tempo mantiene la pressione militare ed economica e ribadisce che senza un accordo completo non ci saranno concessioni. [...]

 

2. LA CRISI ENTRA NEL SUO PUNTO CRITICO

Estratto dell’articolo di Ettore Sequi per “La Stampa”

 

donald trump

Se le ultime quarantott'ore della guerra tra Usa e Iran appaiono caotiche è perché vengono lette come una sequenza incoerente: Hormuz che "riapre" e poi torna sotto controllo iraniano, Trump che annuncia una svolta negoziale, Teheran che smentisce, la tregua in Libano accettata con riluttanza da Israele. In realtà vi è una logica unitaria.

 

[...] Gli sviluppi più recenti mostrano che la crisi è entrata nel suo punto critico. La riunione nella Situation Room, convocata da Trump, segnala che il tempo politico si sta esaurendo. Il cessate il fuoco scade tra pochi giorni e non c'è ancora una data per nuovi colloqui. È qui che il quadro si chiarisce.

 

ettore sequi foto di bacco

[...] Teheran riattiva la leva marittima per rafforzare la propria posizione; Washington accelera: o accordo, o escalation. La pressione non interrompe il negoziato. Lo definisce. La coercizione è il negoziato.

 

Il primo nodo è Hormuz. Teheran lo riporta sotto controllo per trasformarlo da leva episodica a leva strutturale. Non si tratta di chiudere lo Stretto, ma governarlo: autorizzare, limitare, modulare il passaggio.

 

Non interruzione dei flussi, ma gestione politica dei flussi. Così l'Iran evita l'escalation totale e mantiene una pressione continua e modulabile. La sfida non è solo agli Usa ma anche all'idea che la circolazione energetica globale sia neutrale. Il greggio diventa strumento negoziale.

 

stretto di hormuz

Il secondo nodo è la contraddizione americana. Washington difende la libertà di navigazione, ma mantiene il blocco sui porti iraniani. Ne deriva una simmetria coercitiva: gli Usa limitano il commercio iraniano, l'Iran quello globale. È un doppio soffocamento, una navigazione intermittente e instabile.

 

Per anni si è ritenuto che la leva iraniana fosse il nucleare. La bomba è deterrenza teorica; Hormuz è coercizione immediata. Colpisce prezzi, assicurazioni, traffici, consenso politico. Non serve chiudere lo Stretto, basta rendere il rischio non assicurabile. È per questo che a Teheran si parla di "bomba economica".

 

donald trump

Il terzo nodo è il paradosso americano. Gli Usa sono entrati in guerra per ridurre la minaccia iraniana, ma ne hanno attivata una nuova. Il blocco navale forza il negoziato ma non elimina la capacità di Teheran di trasformare uno stretto internazionale in leva sistemica. [...]

 

Il quarto nodo è la dinamica negoziale. Trump anticipa politicamente un accordo che non esiste; dichiara la vittoria per costringere l'avversario a confermarla o smentirla pagando un costo politico. Ma la strategia incontra un limite. L'Iran non può apparire sconfitto proprio quando la sua leva funziona.

 

nave cargo - stretto di hormuz

Il quinto nodo è il nucleare. Non tanto la capacità futura, ma lo stock esistente di uranio.

Per Teheran è un'assicurazione sulla vita; cederlo significherebbe perdere l'ultima garanzia strategica. Per Washington lasciarlo significherebbe ammettere il fallimento della guerra.

 

A questo si aggiunge il nodo dei fondi congelati: per l'Iran sopravvivenza, per gli Usa leva residua. Energia, nucleare e finanza convergono nello stesso dossier.

 

MEME SULLO STRETTO DI HORMUZ

Poi c'è il Libano, diventato una condizione del negoziato. La tregua tra Israele e Beirut non risolve il conflitto, ma rimuove l'ostacolo che bloccava qualsiasi apertura con Teheran. Questo spiega la pressione americana su Netanyahu: per riaprire Hormuz, Washington deve contenere il fronte libanese. Ma la tregua è intrinsecamente instabile. Israele mantiene una riserva di autodifesa che gli consente di colpire in qualsiasi momento, rendendone imprevedibile la tenuta.

 

Qui emerge una divergenza più profonda: per gli Usa, la condizione di uscita è riaprire Hormuz; per Israele, continuare a colpire Hezbollah resta prioritario. Questa asimmetria non è solo strategica, ma anche politica. Le elezioni autunnali in entrambi i Paesi la irrigidiscono, inducendo Washington a chiudere la crisi e Israele a mantenerla aperta.

 

Il settimo nodo è il Pakistan. Senza Islamabad, e senza la copertura implicita della Cina, il negoziato non esisterebbe. Non perché offra una soluzione, ma perché è l'unico spazio in cui due attori che non possono parlarsi direttamente riescono a interagire senza collassare politicamente. In questa fase non media soltanto: rende possibile il contatto.

DONALD TRUMP PRENDE LA MIRA CON UN FUCILE IMMAGINARIO

Siamo in una crisi che ha cambiato forma. Hormuz non è riaperto né chiuso: è gestito. Il nucleare non è risolto: è congelato nella sfiducia.

 

La diplomazia non sostituisce la pressione: la incorpora. Quello che appare come caos è l'effetto di due strategie che si scontrano senza trovare ancora un punto di equilibrio.

 

Nessuna delle due parti è disposta a cedere la propria leva senza una garanzia credibile dall'altra. Poiché questa garanzia non esiste, la crisi resta sospesa. Ed è questa sospensione, più della guerra aperta, a renderla pericolosa e imprevedibile.

DONALD TRUMP - GUERRA ALL IRAN E URANIO ARRICHITO

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