trump sanchez

“LA SPAGNA NON COLLABORA CON NOI, È STATA PESSIMA E POTREMMO SOSPENDERE I RAPPORTI COMMERCIALI CON LEI” – TRUMP TORNA A METTERE NEL MIRINO IL PREMIER SOCIALISTA IBERICO PEDRO SANCHEZ, "COLPEVOLE" DI AVER RITIRATO L’AMBASCIATRICE DA ISRAELE E DI NON AVER CONCESSO LE BASI AGLI USA – LA STAMPA AMERICANA INIZIA A INTRAVEDERE LO SPETTRO DEL VIETNAM, CON GLI USA CHE VINCONO TUTTE LE BATTAGLIE, PERÒ ALLA FINE PERDONO LA GUERRA PERCHÉ ALL’AVVERSARIO BASTA RESISTERE PER VINCERE. SECONDO "IL NEW YORK TIMES" IL CAPO DELLA CASA BIANCA NON HA CALCOLATO BENE L'IMPATTO DEL CONFLITTO SU ENERGIA, ECONOMIA E PAESI ARABI ALLEATI...

 

Paolo Mastrolilli per repubblica.it

 

Da una parte Donald Trump sembra in cerca della formula per dichiarare vittoria e chiudere la guerra in Iran, prima che il costo economico e politico diventi così alto da diventare insostenibile, a partire dal rischio di perdere le elezioni midterm di novembre. Dall’altra però avverte che «non abbiamo ancora finito», lasciando il mondo appeso all’incertezza e alla volubilità dei suoi umori.

pedro sanchez donald trump

 

Ieri mattina ha detto al sito Axios che «la guerra finirà presto, perché praticamente non c’è rimasto più nulla da colpire».

 

L’attimo giusto però dipende solo dalla sua valutazione: «In qualsiasi momento voglio finirla, finirà». Più tardi ha aggiunto e corretto: «Abbiamo vinto in un’ora ma dobbiamo finire il lavoro». Questo linguaggio non è nuovo, ma sembra rispecchiare gli sviluppi degli ultimi giorni.

 

La resistenza iraniana è stata superiore al previsto e secondo il New York Times il capo della Casa Bianca non aveva calcolato bene il possibile impatto sull’energia, l’economia e i paesi arabi alleati. Il Pentagono sta degradando le capacità militari della Repubblica islamica e il presidente ha ragione a dire che i target stanno finendo, però il regime non è caduto e anzi lo sta sfidando, dalla nomina di Khamenei come nuova guida suprema, alle mine nello stretto di Hormuz, i missili che colpiscono le infrastrutture petrolifere dei vicini o i droni che prendono di mira radar e comunicazioni americane nella regione.

 

trump sanchez

Teheran non può vincere e lo sa, ma qualcuno inizia a intravedere lo spettro del Vietnam, con gli Usa che vincono tutte le battaglie, però alla fine perdono la guerra perché all’avversario basta resistere per vincere. Senza un intervento di terra è difficile rovesciare il governo e anche l’opposizione interna potrebbe faticare ad avere seguito, perché gli attacchi americani stanno riunificando la popolazione e fomentando il nazionalismo persiano.

 

Sullo sfondo poi c’è sempre il rischio di attacchi terroristici, con l’Fbi che lancia l’allarme per il pericolo che gli ayatollah cerchino di prendere di mira la costa occidentale degli Stati Uniti con droni fatti decollare da navi pirata o dal territorio messicano. Per non parlare poi dei possibili attentati delle cellule dormienti, che potrebbero attaccare anche aggredendo i cittadini in strada.

pedro sanchez donald trump

 

Questi motivi spingerebbero Trump a cercare una via d’uscita, nonostante Israele spinga per andare avanti fino al cambio di regime. La sua natura però è ondivaga, forse vuole nascondere le vere intenzioni, oppure l’orgoglio gli impedisce di accettare una soluzione che non includa la «resa incondizionata» e la nomina di una nuova leadership prona come quella venezuelana. Così, partendo per comizi elettorali in Ohio e Kentucky, è tornato sui propri passi.

 

Ha riattaccato la Spagna, colpevole di aver ritirato l’ambasciatrice da Israele, dicendo che «non collabora con noi affatto, è stata pessima e potremmo sospendere i rapporti commerciali con lei». Si è vantato di aver distrutto 28 navi posamine, affermando che «le petroliere possono utilizzare lo stretto di Hormuz».

 

Perciò il prezzo del petrolio è salito, ma «scenderà presto», anche perché «ne preleverò un po’ dalle riserve». Ha ripetuto che quella in corso è «un’escursione, per noi, e sta andando molto bene. Per gli altri invece è una guerra».

 

donald trump - conferenza stampa sulla guerra in iran

Alla domanda sulla condizione per chiuderla, ha risposto così: «Sempre la stessa. E vedremo come andrà a finire. Hanno perso la marina, l’aeronautica, non hanno alcun apparato antiaereo o radar. I loro leader sono spariti. E potremmo fare molto peggio». Quindi ha avvertito: «Abbiamo colpito l’Iran più duramente di qualsiasi altro paese nella storia. Non abbiamo ancora finito».

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