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DAGOREPORT - PER NON DIMENTICARE LA…MEMORIA - VANNACCI FA MALE A SALVINI MA ANCHE A GIORGIA MELONI. E NON SOLO PER RAGIONI ELETTORALI, CIOE’ PER I VOTI CHE PUO’ PORTARLE VIA, MA SOPRATTUTTO PER QUESTIONI IDEOLOGICHE - IL GENERALE, CHE RIVENDICA DI RAPPRESENTARE “LA VERA DESTRA”, HA BUON GIOCO A SPUTTANARE I CAMALEONTISMI E I PARACULISMI DELLA DUCETTA (BASTA ASCOLTARE GLI INTERVENTI DI QUANDO FDI ERA ALL'OPPOSIZIONE) - DAL COLLE OPPIO A PALAZZO CHIGI, LA DESTRA MELONIANA HA INIZIATO UN SUBDOLO SPOSTAMENTO VERSO IL CENTRO. E COSI' IL GIUSTIZIALISMO PRO-MAGISTRATI E' FINITO IN SOFFITTA; DA FILO-PALESTINESE E ANTI-SIONISTA E' DIVENTATA FILO-ISRAELIANA; DA ANTI-AMERICANA E ANTI-NATO, SI E' RITROVATA A FARE DA SCENDILETTO PRIMA A BIDEN ED OGGI A TRUMP - CERTO, LA VERA MISURA DELL’INTELLIGENZA POLITICA È LA CAPACITÀ DI ADATTARSI AL CAMBIAMENTO, QUANDO E' NECESSARIO. E LA “SALAMANDRA DELLA GARBATELLA” LO SA BENISSIMO. MA DEVE ANCHE TENER PRESENTE CHE CI SONO PRINCIPI E VALORI CHE NON VANNO TRADITI PERCHE' RAPPRESENTANO L'IDENTITA' DI UN PARTITO...

giorgia meloni matteo salvini

DAGOREPORT

Il giorno dopo l'addio al Carroccio, nella prima uscita pubblica, Robertino Vannacci così ha lanciato il nuovo partito, “Futuro Nazionale”: "La mia è la vera destra".

 

E squadernò le seguenti ragioni: "Non è possibile nei giorni pari dire di essere identitari e sovranisti e nei giorni dispari dire invece di essere liberali e progressisti, come si proponeva il documento di Zaia".

 

"Non è possibile - ha detto ancora - fondare una campagna pubblica dicendo basta armi all'Ucraina e poi il giorno dopo invece firmare il decreto di consegna delle armi all'Ucraina”.

 

In sintesi, "La mia destra non è né estrema né nera: è vera”. Del resto, basta passare in rassegna quanti principi ideologici, durante i suoi tre anni e mezzo a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni, già gabbianella del Fronte della Gioventù, pur ben dotata di arte camaleontica, è stata costretta a rinnegare e mettere in soffitta.

meloni vannacci

 

Un elenco interminabile di giravolte e capriole, financo doppi salti mortali su principi  e valori fino a ieri difesi col coltello tra i denti, accompagnati da facce di bronzo in preda ad attacchi di Alzheimer (basta ascoltare le dichiarazioni dei Camerati d'Italia quando sedevano ai banchi dell'opposizione).

 

Un buon esempio dello stordimento di una buona parte dell'elettorato e degli iscritti di Fratelli d'Italia è rappresentato dalla loro renitenza a recarsi alle urne il 22/23 marzo per apporre la croce sul “Sì” sulla scheda del referendum sulla riforma della giustizia.

 

Purtroppo per la Statista dei Due Mondi, gli ex missini, passati poi in Alleanza nazionale e traghettati infine in Fratelli d’Italia hanno sempre avuto un Dna giustizialista. Li ricordiamo applaudire il cappio leghista in Parlamento ai tempi di Tangentopoli, con la foto di Paolo Borsellino sventolata come santino da Giorgia Meloni.

ROBERTO VANNACCI - GIORGIA MELONI - MATTEO SALVINI - MEME BY EDOARDO BARALDI

 

Erano gli ex missini, che rivendicavano la propria diversità morale da chi aveva sempre gestito il potere, e celebravano la magistratura dei Di Pietro come un angelo vendicatore per mandare all’inferno quelle élites corrotte della Prima Repubblica che avevano spedito nelle "fogne" (copy Marco Tarchi) i "topi" del post-fascismo.

 

Quando nel 2012 Meloni, La Russa e Crosetto fondarono Fratelli d'Italia, raccolsero l’eredità della destra sociale, rappresentata dalla corrente nel Msi capitanata da Pino Rauti, che si distingueva dalla destra di Almirante (nazione, ordine, gerarchia) perché propugnava anche una forte attenzione alla giustizia sociale e all'intervento dello Stato nell'economia.

 

GIORGIA MELONI FABIO RAMPELLI

E Meloni lo sa bene perché la sua formazione politica è sbocciata tra i Gabbiani di Colle Oppio, fondati dal rautiano Fabio Rampelli.

 

Certo, la vera misura dell’intelligenza politica è la capacità di adattarsi al cambiamento quando necessario, e la “salamandra della Garbatella” lo sa benissimo.

 

Ma la "Giorgia dei Due Mondi" deve anche sapere che c'è un limite che non va oltrepassato: quello dei principi e valori che rappresentano l'identità di un partito, di una forza politica. Quando si dimenticano (eufemismo), allora i Vannacci ne hanno ben donde a gridare: ‘’La mia è la vera destra'’.

 

LA PARABOLA DELLA DESTRA ITALIANA, DA FILO-PALESTINESE A FILO-ISRAELIANA: QUANDO IL SOSTEGNO A GAZA ERA UN MERITO

Giulio Cavalli per “La Notizia” – articolo del 1/08/2025

 

giorgia meloni giovane elogia mussolini

A Torino, nel 1982, Giuliano Ferrara chiese che un concerto per la pace fosse dedicato ai palestinesi massacrati a Sabra e Shatila. Gli fu negato. Ferrara, allora comunista, reagì con tale veemenza che lasciò il Pci.

 

La sua era una posizione chiara: solidarietà alle vittime palestinesi e condanna di quello che l’Onu avrebbe definito “un atto di genocidio”. L’episodio, documentato e pubblico, è l’atto fondativo della sua rottura con la sinistra.

 

Meloni e Rampelli

Oggi lo stesso Ferrara accusa di antisemitismo chi chiede la fine della guerra a Gaza, chi denuncia le decine di migliaia di morti civili, chi invoca il diritto internazionale. “Liberare Gaza anche con le bombe”, ha detto in una fiaccolata nel 2023. In mezzo, un travaso ideologico che l’ha portato a fondare Il Foglio, santuario italiano del pensiero neoconservatore.

 

Ma la traiettoria di Ferrara non è un caso isolato. È la parabola di un’intera destra italiana che, da filo-palestinese e anti-sionista, è diventata ferocemente filoisraeliana.

UNA GIOVANE GIORGIA MELONI

 

TRA FIAMMA E KEFIAH

La destra post-fascista italiana nasce filo-palestinese. Non per afflato umanitario, ma per coerenza ideologica: l’anti-sionismo era il riflesso dell’anti-americanismo. I documenti non mancano: volantini del Fronte della Gioventù negli anni ’80 chiedevano sanzioni contro Israele e il riconoscimento dello Stato palestinese. “Fermare il massacro”, si leggeva. Si inneggiava alla “stirpe guerriera” palestinese.

 

Giorgia Meloni militava in quegli ambienti: in un video del 1996 compare nella sede di Azione Studentesca con un manifesto palestinese alle spalle. In quegli stessi anni, anche Ignazio La Russa e Galeazzo Bignami frequentavano gli ambienti della destra giovanile che vedeva nell’Olp di Arafat un’alleata contro il capitalismo sionista e il comunismo internazionale.

 

Meloni e Rampelli

La trasformazione è stata radicale. Gianfranco Fini volò a Gerusalemme nel 2003 e definì il fascismo “male assoluto”. Fu anche un’operazione geopolitica: la destra doveva diventare presentabile per gli Stati Uniti. L’effetto? La retorica dell’“alleato strategico” sostituì quella del “popolo oppresso”. La Meloni, oggi, è l’erede diretta di quella svolta. Ha mantenuto la fiamma nel simbolo e riposto la kefiah nel cassetto.

 

IERI PALESTINA, OGGI PREMI DA ISRAELE

Il cambiamento non è solo teorico. È concreto. Nel 2014 Meloni scriveva su Twitter: “Un’altra strage di bambini a Gaza. Nessuna causa è giusta quando sparge il sangue degli innocenti”. Oggi definisce “controproducente” il riconoscimento della Palestina e firma memorandum militari con Israele. Nel 2025 ha votato contro una risoluzione Onu per il cessate il fuoco.

FINI A GERUSALEMME AL MURO DEL PIANTO CON DIETRO TERZI

 

La Russa, da sempre nella tradizione missina, oggi partecipa a fiaccolate “per le vittime israeliane” senza mai citare Gaza. Bignami oggi condanna chi, come l’amministrazione di Bologna, ha esposto fuori dal Comune la bandiera palestinese “alimentando divisioni e faziosità pericolose”.

 

Poi c’è Salvini, premiato come “amico di Israele” il 22 luglio 2025, lo stesso giorno in cui a Gaza si contavano 380 morti in un solo bombardamento. Ha dichiarato che “ogni equiparazione tra le vittime è indecente” e ha definito le manifestazioni pacifiste “fiancheggiamento al terrorismo”. Antonio Tajani, che nel 2002 condannava gli insediamenti israeliani e difendeva il diritto al ritorno dei rifugiati, oggi invoca “neutralità” e giustifica i bombardamenti come autodifesa. La coerenza si è spenta sotto i riflettori delle conferenze stampa internazionali.

giorgia meloni guido crosetto ignazio la russa primo simbolo senza fiamma di fratelli d italia

 

L’ANTISEMITISMO A OROLOGERIA

Il capolavoro retorico è l’uso dell’antisemitismo come clava politica. L’antisionismo viene sistematicamente equiparato all’antisemitismo, sulla scorta della definizione Ihra, contestata da più di 40 studiosi internazionali e anche da esperti delle Nazioni Unite.

 

La critica a Israele è diventata un reato morale. Le manifestazioni pacifiste sono trattate come minacce. Chi porta una kefiah è guardato con sospetto. Il dissenso è neutralizzato come odio. Chi chiede la fine dei massacri a Gaza diventa automaticamente complice di Hamas.

 

giorgio almirante

Eppure, chi oggi si erge a sentinella contro l’antisemitismo ha radici ideologiche in partiti che della discriminazione razziale hanno fatto la propria identità. Dalla Rsi che deportava ebrei ai lager, al MSI di Giorgio Almirante, redattore della rivista La Difesa della Razza. Non è solo una questione di memoria. È una riscrittura della storia. Una narrazione che, cancellando il passato, assolve il presente. E lo arma.

 

Il sostegno a Israele non è diventato più solido. È diventato più utile. È il lasciapassare per il potere, la prova di affidabilità per chi ha bisogno di nascondere un passato ingombrante. In questa torsione cinica, la tragedia di Gaza è solo una cornice da ignorare. Il dolore ebraico, usato come scudo. I palestinesi, ridotti a danno collaterale. L’ipocrisia ha assunto una forma così perfetta da farsi identità politica.

 

guido crosetto federico mollicone giorgia meloni ignazio la russa presentazione primo simbolo di fratelli d italia

La vera vergogna non è nelle bandiere esposte in piazza, ma nei volti che ieri gridavano “Palestina libera” e oggi tacciono, o peggio, accusano chi lo fa. L’ipocrisia non uccide come le bombe. Ma serve a giustificarle. E continua a farlo. Ogni giorno.

GIORGIA MELONI CON LA BANDIERA DI AZIONE GIOVANI - 1996

Gianfranco Fini - Pino Rauti - XVI congresso del Movimento sociale italiano 1990Pino Rauti a Lecce nel 1989

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