VITA OPERE E SALOTTI DELLA "MARCHESA ROSSA"
SANDRA VERUSIO: IERI RADICAL-CHIC, OGGI RADICAL-"CHI"
DA D'ALEMA ALLA CURA DEL LOOK PER CAPRIOGLIO E TOSCA D'AQUINO

Il mondo si auto-rovescia su un piatto, fuma e deborda: da tempo la nostra tavola è apparecchiata per accogliere tutto e il contrario di tutto. Così, abbiamo Bonolis e Nanni Moretti, Gigi Marzullo e Giuliano Ferrara, Panariello e Sabina Guzzanti, Sgarbi e Umberto Eco, Melissa P. e Dacia Maraini, Madonna e Maria De Filippi... Avanti, c'è posto per tutti. La scissione tra cultura elitistica e popolare, raffinata e volgare è finita idealmente in una palla di vetro con la neve finta. Démodée, passée, out. Oggi siamo tutti "normali". Ed è molto brutto. Uno si affaccia alla finestra e vede ovunque i segni di questa piatta banalità, di questa orribile ammucchiata di can can e tran-tran.

Una conferma dell'azzeramento arriva dall'intervista fluviale e di enorme comicità involontaria consegnata dalla marchesa Sandra Verusio al settimanale "Chi". Sì, proprio l'icona del radical-chic, guida spirituale al gusto della differenza, consapevole della propria diversità e superiorità sulla "gente comune", cede alla vanità e si getta tra le braccia della papessa Silvana Giacobini. Essì, ci voleva il radical-"Chi" per sbeffeggiare il teatrino del radical-chic.


VITA OPERE E SALOTTI DELLA "MARCHESA ROSSA"
Luciano Regolo per Chi

Riconosciuta come una delle dame più influenti della capitale, protagonista discreta, ma appassionata e convinta, della sinistra intellettuale, Sandra Supino, moglie del marchese e avvocato Giovanni Verusio, è di certo una rara combinazione vivente tra vanità femminile e praticità combattiva. Crede, come una paladina d'altri tempi, alla forza delle idee e della cultura, per questo apre la sua casa a letterati, politici, artisti, diplomatici accomunati spesso, ma non necessariamente, dalla stessa visione del mondo.

Elegantissima, raffinata nei modi e nel portamento, così tanto da poter persino apparire snob agli occhi più distratti, la "marchesa rossa", in realtà, insegue più il modello del cenacolo, del circolo di amici, che non quello del "salotto", parola che detesta, come ci spiega in questa intervista a cuore aperto. Non si preoccupa dell'argenteria, neppure del menù: «La mia cucina non è mai stata un granché», ammette con un sorriso. Le interessa di più garantire una conversazione d'alto spessore, mettendo assieme, attorno allo stesso tavolo, persone interessanti, di carisma.

Inserita da Monica Setta nel suo saggio su I poteri forti d'Italia, Sandra è una donna di affascinanti contrasti, dagli sguardi che parlano, dall'eloquio svelto, eppure sempre garbato. Nemica del pettegolezzo. verace e diretta come ogni toscana che si rispetti. Va facilmente al sodo, tende a essere scarna, quasi asciutta nel comunicare. Ma è capace di sentimenti profondi e costanti, che esprime di rado, per un arcano quanto intimo pudore, non per omaggio all'etichetta o al bon ton.

Ce ne accorgiamo, alle prime battute, quando, conversando nel suo attico, in piazza San Salvatore in Lauro, il discorso cade sul mobilio, cambiato dì recente. «Ho perso mia madre ad agosto», spiega, «e ho passato mesi di grande malinconia. La sua morte mi ha segnata. Ho levato le mie cose e ho messo quelle della mamma, un modo per sentirla ancora con me». Sandra al titolo di marchesa, che ha assunto sposando Verusio, tiene poco o nulla. Quando le chiediamo notizie sulla famiglia del marito, d'antica nobiltà borbonica, con origini napoletane e un maniero in Puglia, ma trapiantata a Firenze, taglia (gentilmente) corto: «L'araldica non mi interessa e poi ne so poco, mi creda, non è mai stata il mio forte».

Coi parenti del Sud né lei né il consorte hanno avuto rapporti stretti. Più solidi quelli con la famiglia materna di Giovanni, gli Sforni, fiorentini d'origine ebraica. Sandra suscita spesso critiche vivaci in altre dame romane, che vedono nel suo essere "radical chic" solo una posizione di comodo. Tra le donne, comunque, conta almeno tre amiche del cuore e di vecchia data: le romane Emanuela Pallesi e Monsé Manzella, Grazia Gazzoni, una fiorentina adottata da Bologna. «Con gli uomini lego di più», ci confida. Tra i tanti amici maschi, Mario Pirani, il politologo Giovanni Sartori, con cui ha passato il Natale negli Usa assieme al marito, Eugenio Scalfari, Massimo D'Alema, Carlo De Benedetti.

La sua casa, calda e accogliente, che le somiglia per i contrasti tra lusso ed essenzialità, ha l'aria d'un rifugio tranquillo "malgrado tutto". Specie la sua camera, in alto, quasi la cabina di una nave, con vista sul Tevere e sull'oceano d'auto capitoline che sfrecciano lungo il fiume. Ci sono le foto più care e i suoi libri. Tanti e vissuti. «Leggo molto», dice. «In questo periodo preferisco i romanzi scritti dalle donne». Le vacanze estive le trascorre sempre tra la casa in Maremma e quella tra Porto Rotondo e il Golfo d'Aranci. «In Sardegna», precisa, «passo sempre un mese e mezzo, ma non vivendo assolutamente la mondanità».

La frequentazione più assidua sull'isola? Krizia, l'amica stilista con cui lavora. Sandra è vicinissima alla coppia presidenziale, a Carlo Azeglio e Franca Ciampi. Li conosce da una vita. Ma non racconta mai di loro. «Meglio sorvolare», glissa con signorilità. Sottolinea, invece, il suo impegno nella moda, segno d'indipendenza interiore più che sociale, una sfida e con ottimi risultati. E da questo argomento apriamo il primo ritratto completo della marchesa più rossa e charmante di Roma.

KRIZIA E IO
«Krizia è la cosiddetta donna difficile, ma straordinaria. Questo non solo per la sua creatività, anche per la totale mancanza di arroganza nell'intimo. Può dare una rispostaccia, cambiare facilmente umore, ma dentro resta sempre una persona umanissima e molto, molto buona, oltre che intelligente. Ci siamo conosciute 10 anni fa in Sardegna: le nostre case sono abbastanza vicine e quindi si è creata subito una certa familiarità. Un giorno, di punto in bianco, mi dice: "Perché non lavori per me?". In quel periodo ero piuttosto depressa, non stavo bene, avevo avuto dei problemi di salute. Così mi sono buttata "anema e core" in questa opportunità ed è nato un sodalizio piuttosto felice. Nella mia attività di pubbliche relazioni mi sono impegnata soprattutto per avvicinare la moda al mondo delle istituzioni e della diplomazia. Mi riferisco a iniziative come la sfilata a Palazzo Farnese, cui partecipò Lady Diana, o quella in Cina. Poi, come succede quando le cose funzionano, il campo si è ampliato e adesso sono molto di più a contatto con gli abiti, che ho sempre adorato. Curo, infatti, il look di diverse celebrità, come Debora Caprioglio e Tosca D'Aquino».

TENNIS PRESIDENZIALE
«Sono nata a Pisa, nella casa di famiglia sul Lungarno, vicino alla Chiesa della Spina. Con i miei genitori, Simonetta e Roberto Supino, ho avuto un bel rapporto. Con la mamma d'amore sviscerato, con papà, invece, di "visite", nel senso che lui, campione di tennis e sindaco di Pisa per tanti anni, era spesso via, perciò ci si incontrava e ci si ritrovava di tanto in tanto. Spesso, quand'ero piccola, lui giocava a tennis con Carlo Azeglio Ciampi, ma io non ricordo di averlo mai visto allora. La prima volta che c'incontrammo, qui, a Roma, però, mi riconobbe subito: "Te sei la bimba Supino!". La mia infanzia è stata piuttosto serena, anche se segnata dalle difficoltà di tutta un'epoca: ho cominciato a esistere nel primissimo dopoguerra, quand'erano ancora tangibili i segni dell'orrore e della distruzione dell'ultimo conflitto mondiale. In più, mio padre era ebreo e quindi la nostra famiglia visse il seguito delle persecuzioni razziali, anche in termini di contraccolpi psicologici che certe esperienze, inevitabilmente, lasciano per sempre».

CON FIAMMA FUOCO
«Grazie a un carattere allegro ed estroverso, sono stata una ragazzina normale. La vita scorreva secondo un calendario regolare a Pisa, con gli intermezzi delle vacanze, a Viareggio o in montagna dai nonni di Volterra. Ho sempre frequentato le scuole pubbliche, salvo un anno che mi ammalai e i miei mi fecero studiare in casa con un insegnante privato. Adoravo la scuola e i compagni, per la mia indole socievole. La mia migliore amica, al liceo classico, era una ragazza vivacissima il cui nome era tutto un programma: Fiamma Fuoco. Gli insegnanti mi amavano, ero sempre tra le prime della classe, pur senza essere sgobbona. Fu una grossa sciocchezza non continuare gli studi con l'università: mi innamorai e volli sposarmi subito».



SPOSA BAMBINA
«Lui, il mio primo marito, Claudio Koch, era ufficiale di marina ed era quasi fisiologico, allora, che una ragazza di Pisa sentisse fatale attrazione per i giovani graduati. Però, oltre al fascino della divisa c'era poco, di certo nessuno spessore. Ci sposammo, in campagna, nella cappelletta di una casa che apparteneva alla mia famiglia. Passai con Claudio tre bellissimi anni a Catania: per una teen-ager toscana arrivare lì, in Sicilia, in quel clima di mare e di sole e tra gente piena d'entusiasmo e attenzioni, era di certo una piacevole sorpresa. A Pisa nessuno si sarebbe accorto di me, sposa di 18 anni, li ti chiamavano per strada».

SACRA ROTA GALEOTTA
«Fra Claudio e me fini perché sostanzialmente non avevamo molto da dirci: era solo una infatuazione giovanile e non c'era alcuna ragione per trascinare questa situazione, anche se lo considero tuttora una persona carinissima con cui ho ottimi rapporti. Tornai indietro, nella mia città, ed ero ancora minorenne, non avendo compiuto i 21 anni che coincidevano con la maggiore età. Questo mi aiutò molto per ottenere l'annullamento delle nozze dalla Sacra Rota. II periodo che affrontai allora, comunque, non fu dei più piacevoli: mi sentivo in una situazione ibrida. né carne né pesce. Se sei stata sposata, non ti ritrovi più nella condizione di ragazza, ma non sei neppure adulta. C'era poi una sorta di piccola diffidenza verso la giovanissima separata. Specie nell'ambito delle parentele o delle amicizie di famiglia serpeggiava il classico pregiudizio verso "la testa calda". Ricorrevano quesiti tipo: "Perché l'ha sposato, se doveva lasciarlo così in fretta?". Mi ricordo in particolare le filippiche del nonno, tutte le sere. Comunque, per la causa dell'annullamento rotale mi rivolsi a un giovane e brillante avvocato di Firenze. Giovanni Verusio, che dopo aver ultimato con successo la causa è diventato il mio attuale marito».

STRANO AMORE
«Giovanni è un uomo molto particolare, intelligente, ma con un carattere difficile, chiuso, introverso, incline facilmente alla malinconia, a causa della sua sensibilità. È un eccellente lavoratore, anche se ha sempre coltivato altre passioni fuori dall'ambito professionale. Innanzitutto i grandi viaggi per il mondo: al contrario di me gli piace proprio fare l'esploratore. Poi, la fotografia e la scrittura. Ci siamo sposati a Firenze nel 1966, nella cappella di Santa Margherita in Montici, e la nostra alleanza resiste da ormai 37 anni. Il nostro è un matrimonio particolare: abbiamo due case, lui vive sull'Appia Antica, io invece qui. Lui viene tutti i giorni a pranzo da me e io lo raggiungo ogni fine settimana. Forse è andata bene proprio perché ci siamo organizzati così. Siamo diversissimi per carattere e un "regime" più tradizionale ci avrebbe messo a dura prova. Io adoro la gente, sono sempre contornata da amici e mi piace occuparmi degli altri. Giovanni, invece, è gelosissimo della privacy, tutto casa, lavoro e viaggi. Però ci vogliamo tanto bene e, prima di tutto, siamo molto, molto amici. Entrambi, sia lui sia io, abbiamo attraversato dei momenti in cui si è anche pensato a soluzioni alternative, però poi, alla fine, è sempre prevalso questo nostro strano legame».

UNA FAMIGLIA DI AMICI
«Non abbiamo avuto figli, sinceramente mi sono mancati. Purtroppo non sono mai venuti e, proprio per questo, considero i miei amici la mia famiglia. Io ho un fortissimo bisogno di amicizia, di un legame stretto, famigliare, con persone che sanno di poter contare su di me in ogni momento e che, nello stesso tempo, sarebbero pronte a gettarsi nel fuoco pur di aiutarmi. Spesso mi si invita a parlare dei salotti: io, in realtà, sono solo una persona socievole che ama vedere i suoi amici. Qualche volta capita che qualcuno di loro ricopra delle cariche importanti, ma non è certo questo il motivo del nostro ritrovarci assieme. Poi, è ovvio, come ogni donna mi diverte indossare dei begli abiti in certe occasioni. Ma se ricevo in casa mia, lo faccio in assoluta semplicità, non assumo neppure un cameriere per servire a tavola. Sii sta insieme per il gusto della compagnia e della conversazione. Tutto qui».

PROFONDO ROSSO
«Dicono di me che sono la signora "del salotto rosso". lo, al riguardo, sono convinta che il mio non é affatto un salotto, però di certo è rosso. Sono sempre stata, profondamente, di sinistra, perché questa era anche l'idea di mio padre, il quale era socialista. Per un certo periodo sono stata affascinata da Spadolini, ma i repubblicani, come partito, li ho sempre sentiti piuttosto "rosa", ossia troppo soft per quanto sostenitori di valori che mi sono cari come quelli della democrazia e del libero pensiero. In seguito, sono diventata assolutamente del Pci: non mi sono mai iscritta al partito, ma era come se lo fossi. Tuttora sono legata a D'Alema e Fassino che considero anche grandi amici. E poi a Giuliano Amato, a mio avviso una grande personalità bruciata dalle sciocchezze della sinistra, che doveva tenerselo come leader senza battere ciglio».

RICORDANDO SPADOLINI
«Spadolini apparteneva alla generazione dei "padri della Patria". L'ho sempre visto in casa, perché era amico dei miei genitori, poi di mio marito, facendo parte, negli anni Settanta, del famoso "Gruppo dei geni", in cui rientrava anche Sartori. Spadolini voleva parlare sempre di politica o di storia. Se, per caso, in una serata, si scivolava in un qualche argomento frivolo o vicino al pettegolezzo, manifestava un'assoluta insofferenza, gli dava un'incredibile noia, non riusciva più neppure a stare seduto al suo posto. Ricordo quando arrivava: era simpaticamente egocentrico e pensava sempre che si stesse parlando di lui. Poi si portava sempre dietro dei grandi pacchi di copie della Voce repubblicana, ma il giornale del suo partito non riscuoteva mai attenzione, nessuno se lo prendeva. Spadolini era un uomo coltissimo, per molti aspetti di altri tempi».

COLPI DI CENA
«Una sera, organizzai una cena a casa mia, nel tentativo di far rappacificare Spadolini con Giorgio La Malfa: non si sopportavano. Preciso che non si trattava né di un tranello né di una sorpresa, entrambi erano consapevoli e consenzienti. Eppure, appena si ritrovarono sotto lo stesso tetto, per giunta vicini di tavola, la reciproca antipatia prevalse. Non si degnarono di uno sguardo e tutti noi eravamo zitti, in un indescrivibile imbarazzo. Fu una delle mie cene peggiori. Un'altra drammatica fu quando il povero Andreatta arrivò con la moglie, che, di solito, non si vedeva mai. Bisognò aggiungere un posto e a tavola diventammo in tredici: un dramma per i più. Così, siccome lavorava da me una deliziosa camerierina sarda, le chiesi di sedersi con noi. Tutto per vincere la superstizione degli ospiti».

TRA D'ALEMA E LADY DI
«La mia amicizia con D'Alema? Tutto è nato da una mia dichiarazione su un giornale. Mi chiesero quale fosse il mio politico preferito e io risposi: «D'Alema». Di lì a poco lo incontrai per la prima volta e lui, molto cordialmente, mi ringraziò perché aveva letto l'articolo. Da quel giorno in poi è cresciuta una vera e propria intesa, anche con sua moglie Linda: entrambi sono tra i migliori amici che ho. E ci seguiamo nella buona e nella cattiva sorte. D'Alema è un uomo intelligentissimo, caustico, a volte irridente verso gli altri. Poi rivela sempre nuovi aspetti: solo l'altra sera ho scoperto che parla un ottimo francese, con perfetto accento parigino. Insospettabile!

Tra tutte le personalità che ho incontrato anche per il mio lavoro, mi è rimasta impressa Lady Diana. È in assoluto la più bella donna che abbia mai visto, bella come una modella o come un'attrice, ma anche con la naturale eleganza di una regina. E credo che proprio all'aspetto fosse dovuto il suo carisma. Di carattere era dolce, sempre carina con tutti, non geniale, però gradevole nella conversazione. Non parlava molto, ascoltava, era piuttosto la gente che parlava con lei. Un'altra personalità che mi ha colpito è stato Henry Kissinger, l'ho visto varie volte a Roma e negli Stati Uniti. Mi è sembrato un uomo dal gran cervello, che cerca il giusto mezzo tra la conservazione e la visione del futuro. Mi divertirebbe incontrare Hillary Clinton: m'incuriosisce molto, perché non ho un'opinione su di lei, mi lascia con l'interrogativo».

SCRITTORI NELL'INTIMO
«Ho sempre amato incontrare scrittori e artisti. Tra quelli che più ho frequentato ci sono i due protagonisti del piccolo libro pubblicato dal mio amico Alain Elkann, che è stato bravissimo a ritrarne il carattere: Moravia e Montanelli. Io li ho conosciuti in Toscana da ragazzina e poi siamo sempre rimasti in contatto. Con Indro condividevamo la toscanità, senza dubbio, ma anche lo stesso modo di scherzare. Certo, le nostre rispettive vedute politiche, di partenza, potevano essere un po' lontane, però, di fatto, lui specialmente quando si dimise da Il Giornale. fu uno degli alleati più straordinari che abbia mai avuto la sinistra. Quanto ad Alberto, autore discontinuo di romanzi indimenticabili e altri invece abbastanza irrilevanti, era un uomo curioso che faceva anche domande indiscrete. per poi mettere le risposte nei suoi libri. Una persona particolare, davvero».

IL CONO D'OMBRA
«Di Eugenio Scalfari mi piace moltissimo la tipica capacità di elaborare teorie su quasi ogni aspetto della vita. Una di queste, per esempio, è il "cono d'ombra", in base alla quale gli amici devono restare sempre intorno e comportarsi coerentemente. Se non lo fanno, anche solo una volta, entrano nel cono d'ombra. lo condivido questa teoria ma applicata a lui: è una sorta di padrino, dunque va benissimo, io, invece, mi sentirei ridicola».

LE MIE RADICI EBRAICHE
«Sono entrata in amicizia con Elio Toaff, l'ex rabbino capo della comunità ebraica, grazie a Elkann, che me l'ha portato a casa. Abbiamo legato molto perché anche lui è toscano, di Livorno, poi ha una cultura e un modo di conversare appassionanti. In gioventù e per lungo tempo ho praticamente ignorato le mie radici ebraiche. Da una decina d'anni, invece, comincio a sentirle piuttosto forti. Forse perché facendosi sempre più anziani i genitori, in qualche modo scatta il meccanismo di doverne raccogliere il testimone, subentrando nella cura delle tradizioni e della memoria di famiglia. Ora che sto catalogando i libri e le carte raccolte dalla mamma. mi rendo conto come già lei abbia cercato le sue radici...».


Dagospia 14 Gennaio 2004