IN MEMORIA DELL'AUGUSTEA - TRATTORIA CHE SCODELLAVA IL PERFETTO MENU' DI ROMA GODONA: FILIBUSTIERI E GALANTUOMINI, MAGNACCIA E NOBILDONNE, PRELATI E SPRETATI, INTELLETTUALI E PUTTANE, GUARDIE E LADRI; MINISTRI E FACCENDIERI; CAPITALISTI E CRAVATTARI.
Fernando Proietti per il Corriere della Sera
Quale relazione c'è tra la chiusura dell'Augustea e gli avvenimenti che ne contengono la sue vicende mondane? Forse nessuna. Eppure la storia di Roma è scritta anche nei nomi delle vecchie trattorie, nelle facce dei camerieri, negli spigoli dei tavoli apparecchiati, nel libro dei clienti, nei bagni delle toilette. «Rimpianti e compianti», per dirla con l'ironia di Alberto Arbasino. Più niente, dunque, nel locale di via della Frezza, 6. Abbassate le serrande. Spente le insegne al neon causa sfratto. Né mozzarella di bufala, né busto di Augusto, né stucchi pompeiani, né lazzi feroci o inciuci politici.
Passerella delle vanità romane che attirava il milieu milanese proveniente dalla pizzeria gemella Santa Lucia in via S.Pietro all'Orto. Mensa dei socialisti (Martelli e De Michelis, ma in tavoli separati) e convivio degli andreottiani (Lima e Sbardella, che misero al bando l'acqua di Fiuggi imbottigliata dal rivale Ciarrapico). Angolo di evasione presidenziale per Sandro Pertini, che s'azzuffava sul teatro d'avanguardia con Carmelo Bene, e per Francesco Cossiga. La domenica sera regno incontrastato del generone romano. Dunque, apologo-epilogo di una trattoria la cui storia inizia nel 1952.
Dell'Augustea la signora Balzani, pellicciaia in Roma, per oltre mezzo secolo è stata testimone discreta e privilegiata. Anzi quello è stato il luogo della sua memoria lunga. Lei era già lì negli anni Quaranta, a rigovernare le vetrine del suo atelier di lusso affacciate lungo il Corso. Tempi in cui, di sera, la buona società fascista si dava appuntamento alla Piccola Capri di via della Frezza. Un localino chic e intimo. A rammemorare quell'epopea da «telefoni bianchi» (e camicie nere), sull'intonaco di un muro che conduceva alla cucina dell'Augustea è ancora incisa una veduta scolorita della costiera amalfitana.
Opera attribuita al ceramista umbro Leoncillo (Leopardi). La signora Balzani ha sempre abitato nel palazzone quadrato, di stile piacentiniano, con ingresso principale in via del Corso. Lei e un dentista tedesco (od olandese?) erano gli unici inquilini di un fabbricato occupato per intero dall'apparato nazionale di un partito politico, il Psi. Per la Balzani quel fabbricato-fortezza è stata casa, bottega e cucina. Della rinomata ditta di osti Fidanza&Angiolieri.
Davanti ai suoi occhi, attenti e vigili, si sono consumate le quattro stagioni che dal 1952, quasi vivaldianamente, hanno scandito la vita della trattoria romana in via della Frezza. Magnificenze e miserie. A iniziare dagli anni Cinquanta-Sessanta. Dove «a Roma accadeva di tutto»: Il Mondo di Mario Pannunzio; Officina di Pierpaolo Pasolini; il barcone del Circolo in riva al Tevere; la fiaschetteria Beltrame in via della Croce con Flaiano e Maccari...
E poi l'Augustea dei bottegai del centro storico, dei nottambuli (Abbe Lane e Xavier Cugat) dei re e delle regine (Faruk, Gustavo di Svezia e Costantino di Grecia); del dopo teatro (Mastroianni di Ciao Rudy , Bice Valori, Paolo Panelli, Flora Carabella, Luchino Visconti, Armando Trovajoli, Rossella Falck, Giuseppe Patroni Griffi, Lina Wertmuller, Enrico Lucherini, Helmut Berger, Giorgio De Lullo e Romolo Valli, Giancarlo Menotti e Leonard Bernstein); del cinema neorealista (Roberto Rossellini e Ingrid Bergman, l'algida svedese che davanti a un gelato di crema servito in un bicchierino ribattezzò pinguino quel little ice cream ); dei sarti (Valentino, Lancetti e Litrico) e, soprattutto, del nuovo generone. Figlio del primo boom economico. Fenomeno quest'ultimo ben indagato ai suoi albori post bellici dall'ingegnoso Gadda del Pasticciaccio .
Già. La gloriosa Augustea. Come Clarice, la città invisibile di Italo Calvino, «più volte decadde e rifiorì, sempre tenendo la prima Clarice come modello ineguagliabile d'ogni splendore». Dai duri anni Settanta all'epopea degli Ottanta. Quando una domenica sera la principessa Margaret, introdotta al rito domenicale del «sussurri e griglia» dal banchiere Mario D'Urso, fu accolta da un'ola da stadio dagli altri avventori. O quando il cameriere Luigi, toscanaccio dalla battuta viperina, offrì a Lucy Nesbit un avanzo di mozzarella. Di fronte alla rimostranze della dama romana, Luigi la fulminò: «Ma l'ha toccata solo il Cecchigori!».
Un giorno di qualche anno fa la vecchia e cara signora Balzani, ricca vedova di un guantaio napoletano, se ne è andata. In punta di piedi. La tramontana di Tangentopoli intanto aveva spazzato via la ricca e gaudente clientela. La signora Balzani è uscita di scena prima che sul teatrino domenicale dell'Augustea calasse definitivamente il sipario. Lì tra i tavoli dove almeno tre generazioni di famiglie romane (e non) hanno dato spettacolo tra abbuffate di mozzarella, colte baruffe intellettuali e lazzi volgari. Tanto per dare ragione a Ennio Flaiano: «L'umorismo romano divora se stesso e non si arresta davanti alla morte».
Quella che è stata la saga augustea dei Polli&Rampolli: i Vanzina, i Moratti, i Trombadori, i Carraro, i D'Urso, i Vaselli, i Caltagirone, i Marzotto, i De Laurentiis, i Rossellini, i Risi, i Corbucci, gli Agnelli, i Montezemolo, i Siciliano, i Bulgari... Ma anche l'ultima spiaggia gastronomica di pittori e galleristi (Ceroli, De Dominicis, Ontani, Kounellis, Sandro Manzo del «Gabbiano») e imbandiglione festoso di gente dello spettacolo (Celentano, i Corrucci, Jannuzzi, i Rosi).
Nell'ora di colazione la signora Balzani prendeva posto al solito tavolo. Nel salone a vetri chiamato dagli avventori della seconda saletta l'acquario o la stazione. Una struttura in vetroalluminio che occupa quasi per intero via dei Soderini. «Il permesso per allargarci l'ottenemmo negli anni Sessanta. Grazie all'interessamento dell'on. Franco Evangelisti...», raccontò una volta Domenico Fidanza. Uno dei due padri fondatori, che si dilettava a scrivere simpatiche filastrocche. La Balzani sfoggiava sempre un cappellino fru-fru un tantino stazzonato mostrandosi un po' troppo imbellettata per l'età che avanzava. La sera era Stefano, il figlio di Domenico, a servirgli la cena nella sua abitazione. A quell'ora (tarda) era l'unica inquilina di quel palazzone ormai abitato soltanto dai fantasmi dell'era craxiana.
Ma la trattoria di via della Frezza, loco di lapidazione verbale, non aveva né stemmi (di classe) né etichette (politiche). Era un porto di mare capace di accogliere tutti: filibustieri e galantuomini; magnaccia e nobildonne; prelati e spretati; intellettuali e puttane; artisti e canaglie; guardie e ladri; ministri e faccendieri; capitalisti e cravattari. Tutti lì ammassati tra le quinte dell'Augustea in attesa d'irrompere sulle scena della vita per buttarla in caciara.
Dagospia.com 7 febbraio 2004
Quale relazione c'è tra la chiusura dell'Augustea e gli avvenimenti che ne contengono la sue vicende mondane? Forse nessuna. Eppure la storia di Roma è scritta anche nei nomi delle vecchie trattorie, nelle facce dei camerieri, negli spigoli dei tavoli apparecchiati, nel libro dei clienti, nei bagni delle toilette. «Rimpianti e compianti», per dirla con l'ironia di Alberto Arbasino. Più niente, dunque, nel locale di via della Frezza, 6. Abbassate le serrande. Spente le insegne al neon causa sfratto. Né mozzarella di bufala, né busto di Augusto, né stucchi pompeiani, né lazzi feroci o inciuci politici.
Passerella delle vanità romane che attirava il milieu milanese proveniente dalla pizzeria gemella Santa Lucia in via S.Pietro all'Orto. Mensa dei socialisti (Martelli e De Michelis, ma in tavoli separati) e convivio degli andreottiani (Lima e Sbardella, che misero al bando l'acqua di Fiuggi imbottigliata dal rivale Ciarrapico). Angolo di evasione presidenziale per Sandro Pertini, che s'azzuffava sul teatro d'avanguardia con Carmelo Bene, e per Francesco Cossiga. La domenica sera regno incontrastato del generone romano. Dunque, apologo-epilogo di una trattoria la cui storia inizia nel 1952.
Dell'Augustea la signora Balzani, pellicciaia in Roma, per oltre mezzo secolo è stata testimone discreta e privilegiata. Anzi quello è stato il luogo della sua memoria lunga. Lei era già lì negli anni Quaranta, a rigovernare le vetrine del suo atelier di lusso affacciate lungo il Corso. Tempi in cui, di sera, la buona società fascista si dava appuntamento alla Piccola Capri di via della Frezza. Un localino chic e intimo. A rammemorare quell'epopea da «telefoni bianchi» (e camicie nere), sull'intonaco di un muro che conduceva alla cucina dell'Augustea è ancora incisa una veduta scolorita della costiera amalfitana.
Opera attribuita al ceramista umbro Leoncillo (Leopardi). La signora Balzani ha sempre abitato nel palazzone quadrato, di stile piacentiniano, con ingresso principale in via del Corso. Lei e un dentista tedesco (od olandese?) erano gli unici inquilini di un fabbricato occupato per intero dall'apparato nazionale di un partito politico, il Psi. Per la Balzani quel fabbricato-fortezza è stata casa, bottega e cucina. Della rinomata ditta di osti Fidanza&Angiolieri.
Davanti ai suoi occhi, attenti e vigili, si sono consumate le quattro stagioni che dal 1952, quasi vivaldianamente, hanno scandito la vita della trattoria romana in via della Frezza. Magnificenze e miserie. A iniziare dagli anni Cinquanta-Sessanta. Dove «a Roma accadeva di tutto»: Il Mondo di Mario Pannunzio; Officina di Pierpaolo Pasolini; il barcone del Circolo in riva al Tevere; la fiaschetteria Beltrame in via della Croce con Flaiano e Maccari...
(Ennio Flaiano e Sofia Loren)
E poi l'Augustea dei bottegai del centro storico, dei nottambuli (Abbe Lane e Xavier Cugat) dei re e delle regine (Faruk, Gustavo di Svezia e Costantino di Grecia); del dopo teatro (Mastroianni di Ciao Rudy , Bice Valori, Paolo Panelli, Flora Carabella, Luchino Visconti, Armando Trovajoli, Rossella Falck, Giuseppe Patroni Griffi, Lina Wertmuller, Enrico Lucherini, Helmut Berger, Giorgio De Lullo e Romolo Valli, Giancarlo Menotti e Leonard Bernstein); del cinema neorealista (Roberto Rossellini e Ingrid Bergman, l'algida svedese che davanti a un gelato di crema servito in un bicchierino ribattezzò pinguino quel little ice cream ); dei sarti (Valentino, Lancetti e Litrico) e, soprattutto, del nuovo generone. Figlio del primo boom economico. Fenomeno quest'ultimo ben indagato ai suoi albori post bellici dall'ingegnoso Gadda del Pasticciaccio .
Già. La gloriosa Augustea. Come Clarice, la città invisibile di Italo Calvino, «più volte decadde e rifiorì, sempre tenendo la prima Clarice come modello ineguagliabile d'ogni splendore». Dai duri anni Settanta all'epopea degli Ottanta. Quando una domenica sera la principessa Margaret, introdotta al rito domenicale del «sussurri e griglia» dal banchiere Mario D'Urso, fu accolta da un'ola da stadio dagli altri avventori. O quando il cameriere Luigi, toscanaccio dalla battuta viperina, offrì a Lucy Nesbit un avanzo di mozzarella. Di fronte alla rimostranze della dama romana, Luigi la fulminò: «Ma l'ha toccata solo il Cecchigori!».
Un giorno di qualche anno fa la vecchia e cara signora Balzani, ricca vedova di un guantaio napoletano, se ne è andata. In punta di piedi. La tramontana di Tangentopoli intanto aveva spazzato via la ricca e gaudente clientela. La signora Balzani è uscita di scena prima che sul teatrino domenicale dell'Augustea calasse definitivamente il sipario. Lì tra i tavoli dove almeno tre generazioni di famiglie romane (e non) hanno dato spettacolo tra abbuffate di mozzarella, colte baruffe intellettuali e lazzi volgari. Tanto per dare ragione a Ennio Flaiano: «L'umorismo romano divora se stesso e non si arresta davanti alla morte».
Quella che è stata la saga augustea dei Polli&Rampolli: i Vanzina, i Moratti, i Trombadori, i Carraro, i D'Urso, i Vaselli, i Caltagirone, i Marzotto, i De Laurentiis, i Rossellini, i Risi, i Corbucci, gli Agnelli, i Montezemolo, i Siciliano, i Bulgari... Ma anche l'ultima spiaggia gastronomica di pittori e galleristi (Ceroli, De Dominicis, Ontani, Kounellis, Sandro Manzo del «Gabbiano») e imbandiglione festoso di gente dello spettacolo (Celentano, i Corrucci, Jannuzzi, i Rosi).
Nell'ora di colazione la signora Balzani prendeva posto al solito tavolo. Nel salone a vetri chiamato dagli avventori della seconda saletta l'acquario o la stazione. Una struttura in vetroalluminio che occupa quasi per intero via dei Soderini. «Il permesso per allargarci l'ottenemmo negli anni Sessanta. Grazie all'interessamento dell'on. Franco Evangelisti...», raccontò una volta Domenico Fidanza. Uno dei due padri fondatori, che si dilettava a scrivere simpatiche filastrocche. La Balzani sfoggiava sempre un cappellino fru-fru un tantino stazzonato mostrandosi un po' troppo imbellettata per l'età che avanzava. La sera era Stefano, il figlio di Domenico, a servirgli la cena nella sua abitazione. A quell'ora (tarda) era l'unica inquilina di quel palazzone ormai abitato soltanto dai fantasmi dell'era craxiana.
Ma la trattoria di via della Frezza, loco di lapidazione verbale, non aveva né stemmi (di classe) né etichette (politiche). Era un porto di mare capace di accogliere tutti: filibustieri e galantuomini; magnaccia e nobildonne; prelati e spretati; intellettuali e puttane; artisti e canaglie; guardie e ladri; ministri e faccendieri; capitalisti e cravattari. Tutti lì ammassati tra le quinte dell'Augustea in attesa d'irrompere sulle scena della vita per buttarla in caciara.
Dagospia.com 7 febbraio 2004