ARBASINO A PARIGI - BILE NERA, IL PIACERE AGGREGANTE DELLA CODA - TOTO' E PEPPINO, UNITI DA HITLER A BERLINO ("THE PRODUCERS") - LA "MORTE" D´UNA MUTANDARA DISPETTOSA CHE NON VOLEVA MORIRE - A GAMBE LARGHE SUL SOFÀ DI MAMMÀ.
Alberto Arbasino per La Repubblica
MELANCONIA, IL PIACERE DELLA CODA
Sorprendono un po´ le lunghissime file - quattro ore di media, in piedi, sotto la pioggia e sotto zero - davanti al Grand Palais parigino, per la mostra sulla Melanconia. Benissimo recensita e lodata, ma priva di opere celebri e nomi "di richiamo", come le solite uso «Da Cimabue a Gauguin» o «Da Caravaggio alla Ferrari» con le scolaresche nel bookshop dei gadgets e i parcheggi dei pullman della terza età. Dunque l´uso di mondo parigino propone varie spiegazioni. La Francia è il paese col più alto consumo di ansiolitici al mondo, e oggi la depressione è attratta soprattutto da se stessa. Elementare.
Per i turisti, conta soprattutto il contenitore, sia il Beaubourg sia l´Orsay o lo stesso Grand Palais: tanto vero che proprio qui le prime enormi code si sono viste per la retrospettiva di Gustave Caillebotte (sconosciuto perfino alla Garzantina), e tuttora magari alla rassegna del Beaubourg su «Dada», con migliaia di lettere e plaquettes improbabili da decifrare una ad una.
Si farebbero anche forse otto o nove ore di fila, per una esposizione di massacri e stragi, fra un romanzo sulle disgrazie, un saggio sui dispiaceri, una miniserie sui dolori, un dvd sulle vittime? O non ci sarà soprattutto il piacere della coda come luogo di aggregazione e socializzazione, tipo le manifestazioni dove si possono fare tante interessanti nuove conoscenze? (come alle "adunate" nel Ventennio, ricordano certuni).
Anche la scarsa organizzazione delle prenotazioni capillari e orarie ha il suo peso: i turisti con l´ombrello in coda chilometrica davanti alle biglietterie evidentemente non sanno che (come per i concerti e le partite) i biglietti si comprano alle prevendite nelle agenzie. Saranno dunque più sprovveduti dei tifosi sportivi e i fans del rock? O sono lettori improvvidi e deviati degli illustri libri dei Wittkower e Klibanski e Panofsky e Saxl sulle metamorfosi delle melanconie e delle «bili nere» tra i «nati sotto Saturno», editi nei Saggi Einaudi tempo fa?
BILE NERA (PERFINO LA VERDURA È DEMORALIZZATA)
Dentro, l´enorme folla dei melanconici si accalca addosso a miniature anche piccolissime, in un raffinato assemblaggio critico di tristezze, mestizie, afflizioni devozionali, ugge medioevali e rinascimentali, costernazioni e sconforti individuali e universali, malumori classici e romantici, teschi da comodino, paturnie e iatture da studiolo. Sehnsucht, saudade, spleen filosofico o pio, scoraggiamento illuministico e positivistico, infelicità postclassica e postromantica e postmoderna...
Con una pervicace uniformità di sintomi e sindromi costantemente invariabili attraverso la storia e la geografia e l´economia dei ceti e delle razze e delle psicologie nei «brutti tempi e luoghi» vissuti e regolarmente deplorati «come da manuale». Un pessimismo spalmato anche sui paesaggi e soprammobili («perfino la verdura è demoralizzata», scrivevano gli scapigliati decadenti), senza quelle Saggezze dei Vecchi o Fedi nel Divino, già raccomandate come infallibili panacee e toccasana per tanti "problems". E neanche nostalgie per qualche «bel tempo che fu», né speranze babbee per qualche Altrove onirico-infantile.
La postura melanconica d´ordinanza - guancia e orecchia posate su un palmo di mano - risulta inalterabile (e mai lunatica) dagli antichi a Dürer, dai barocchi a Van Gogh, dai vari San Gerolami alle innumerevoli Maddalene, dagli elisabettiani ai vittoriani agli espressionisti ai post-Warhol. E attualmente è familiare a tutti perché significa e comunica «telefonino». Con brutte notizie, poiché l´espressione è triste: basta controllare iconologicamente sui visitatori qui. E con la tipica coppia gay di Giorgione (di solito a Palazzo Venezia), uno dei due sarà mesto perché non gli è andata bene con l´altro, che però cerca di consolarlo perché è un buono?
Una posizione molto naturale, dopo tutto: come accavallando una gamba sull´altra, dopo un po´ che si sta seduti. Oggi, effettivamente, qualcuno chiede ancora: «A cosa stai pensando?» o «Ti stufi ai nostri discorsi?». Ma no: «Mi sto rilassando». Come quando si assesta il collo e la colonna vertebrale in posizione di riposo ottimale, anche in treno e in aereo.
Altro che Pensatori alla Rodin o Irrimediabili alla Otto Dix. «Any problem?». «No, thank you». (Le Melanconie surrealiste ed espressioniste e dadaiste si ritrovano invece in una sezione apposta al Centre Pompidou, alla mostra decostruttiva «Big Bang». De Chirico figura ovunque. Il gesto "cellulare" incombe).
TOTO' E PEPPINO, UNITI A BERLINO ("THE PRODUCERS")
Per favore non toccate le vecchiette era (nel 1968) il titolo italiano di The Producers, film "cult" e brillantissimo di Mel Brooks, con gli irresistibili Zero Mostel e Gene Wilder. E con dietro una tradizione di comicità ebraica molto simile alla napoletana: truffe e trucchi di imbroglioncelli famelici con ingegnosi marchingegni e paradossali inghippi fra vicoli di usurai e robivecchi e inciuci. Totò e Peppino tali e quali nei ghetti orinetali e poi sulle scene di Broadway, con eterne smorfie e macchiette, strabuzzamenti secolari, gag aspettati e applauditi da un pubblico abitudinario della sceneggiata e dell´avanspettacolo. Con una Sofia Loren di turno in reggipetto da vamp, fra i sogghigni di Titina De Filippo e Tina Pica.
Ora da parecchi anni The Producers è un colossale successo coi massimi premi a Londra e a New York. Anche una formidabile macchina da soldi, con un immenso indotto di gadgets e dvd e magliette nei vari teatri. Finalmente, è ridiventato un film, identico allo spettacolo bestseller che si replica al londinese Drury Lane, sede istituzionale e illustre.
La trama è ormai notissima. Due furfanti ebrei a Manhattan, un impresario fallito e un ragioniere canaglia, che si chiamano «Bialystock» come un ghetto polacco e «Leo Bloom» come il protagonista dell´Ulysses di Joyce, tramano per "fregare" sia le assicurazioni sia le vecchie vedove danarose e vogliose di farsi sponsor di iniziative più o meno culturali. A un livello più pacchiano dei "boards" nei musei.
Per ottenere un flop garantito devono quindi scegliere un musical che offenda contemporaneamente tutte le religioni, tutte le generazioni, tutte le razze, tutte le tendenze politiche. Con gli interpreti più cani sul mercato. E provocazioni che con le indignazioni previste blocchino il musical già nel primo tempo, facendo scattare il "bonus" di clausole assicurative ancora più favorevoli. («Torna Eduardo, tutto è perdonato»).
Dunque, nella metropoli più ebrea d´America, ai fini di «Prendi i soldi e scappa a Rio», quale spettacolo potrebbe risultare più oltraggioso di un musical neonazista intitolato «Springtime for Hitler and Germany», con un Führer languido come nel Grande dittatore di Chaplin, e scalinate da super-Wanda Osiris cariche di SS e di svastiche, come neanche mai nelle biasimate coreografie di Leni Riefensthal?
Qui noi antichi piccini possiamo ricordare piuttosto la Primavera hitleriana di Montale, nella Bufera e altro: «Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale - tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso - e pavesato di croci a uncino l´ha preso e inghiottito... ». E´ la migliore descrizione dell´applauditissima scena-madre nei Producers. Dopo che sono scese dall´alto magnifiche "femmes nues" da Folies Bergères, con specialità bavaresi "en tête" - birra, würstel, bretzel - quando finalmente appare là in cima Hitler come una Mistinguett o una Wanda fra le SS, scatta ogni sera un gigantesco e imbarazzante applauso in ogni teatro (come nel film, ma "live", fra le patatine e le bibite).
E l´ovazione si ripete quando oltre alle SS con svastiche avanza un esercito del Reich con divise ed elmetti da guerra, e si solleva un grande fondale a specchio per riflettere lo schieramento militare in forma di croce uncinata da combattimento? Riflesso condizionato come le fontane luminose nelle riviste d´una volta? O ai film LUCE, davanti alle sfilate in via dell´Impero, con apparati capitolini?
Ora, saranno tutti ebrei irreprensibili, gli autori ed esecutori di questa «Primavera per Hitler»? Saranno tutti beati zombies senza memorie, questi cloni che hanno pagato e automaticamente applaudono gli "effetti speciali". O non si starebbe piuttosto dalla parte di Montale? («Forse le sirene, i rintocchi - che salutano i mostri nella sera - della loro tregenda, si confondono già - col suono che slegato dal cielo, scende, vince... »).
LA "MORTE" D´UNA MUTANDARA DISPETTOSA CHE NON VOLEVA MORIRE
Due spettacoli inglesi di successo prolungatissimi, con travestiti.
Il Lago dei cigni di Matthew Bourne, applaudito e premiato ovunque, ora anche a Parigi, può ricordare un "classico" nelle riviste goliardiche d´una volta. Il can-can di quattro ciccioni o striminziti in tutù, la "Morte" d´una mutandara dispettosa che non voleva morire, sbatteva il naso per terra ma si ritirava sempre su. Dieci minuti di buonumore.
Qui, invece, due ore e mezza di bruttini in mutande a frange, molto meno attraenti dei ballerini veri in collant bianco e "pacco" vistoso; e anche meno piacenti dei calciatori in campo e dei muratori giovani sulle impalcature estive. Oltre tutto, gli ennesimi ammicchi alla Corte d´Inghilterra fanno ormai cascare le braccia, e tutto il resto.
Sir Ian McKellen, massimo interprete shakespeariano inglese attuale, fa tradizionalmente la Vedovona Prepotente mamma del ragazzo «come tutti voi» nella classica pantomima Aladdin, all´illustre teatro Old Vic. Dove molti anni fa si applaudivano divi della recitazione come Laurence Oliver, Ralph Richardson, John Gielgud, e altri eccelsi. Facevano anche loro le donnette o le donnacce per far ridere i bambini con i tradizionali gag natalizi? Non so. Adesso, con due massacranti spettacoli giornalieri, fra una spiritosata e l´altra i principali interpreti sembrano generalmente vecchiette stanche.
CANOVA NON FA SCONTI
Kitsch? Camp? Pompier? Scocciatore?... Come definire Anne-Louis Girodet (1787-1824) e la sua arte smorfiosa e pomposa dall´Ancien Régime al post-Napoleone, in gran retrospettiva al Louvre? Grandi formati e temi colossali, civetterie e apoteosi, eroi battaglieri e culetti intimi, tettine e musetti e drappeggi fra i miti greci e i diluvi biblici e i gesti operistici neoclassici, pre- e post-romantici, imperial-rococò e musulman-folkloristici... «The Graces, the Graces», invocavano (anche invano) gli inglesi educati alla Brummel. «Quanto c´è da spendere?» hanno invece sempre detto io cumenda milanesi.
Ed ecco infatti qui, in un opinato quadretto «fuori catalogo» di un Francois-Louis Dejeunne (o Dejuinne, 1819) l´artista Girodet su una scaletta nel suo atelier, osservando le prescrizioni del suo committente lombardissimo, il Cavalier G. B. Sommariva, per la confezione dell´orrendo «Pigmalione e Galatea» qui a fianco. Un enorme Canova giovane e ammantato e sciocco, di profilo, che tende una gelida manina verso una pseudo-Venere da salon de beauté. E seduto in poltrona, l´astuto appaltatore neoclassico di S. Angelo Lodigiano (come la Santa F. S. Cabrini e le bisnonne) emarginato dai «poteri forti» finanziari ambrosiani, e poi mecenate danarosissimo a Parigi.
Un vero Cav. "milanes" che passando da Roma in fretta commissionava sculture monumentali per la sua Villa Carlotta, a Tremezzo, e tuttora là. A Thorwaldsen, una copia in marmo dei bassorilievi su Alessandro Magno in stucco per il Quirinale. E a Canova, arrivando in barca nello studio al San Giacomo allagato per un´inondazione che aveva fatto e cascare il «Palamede» a pezzi: «Si è rotto, mi fate lo sconto?». E l´artista: «Canova non fa sconti, Canova rifà più bello e più caro». (L´epoca di «Paganini non ripete»).
A GAMBE LARGHE SUL SOFÀ DI MAMMÀ
La mostra più bella e mascalzona (altro che "intriguing"...) della stagione festiva rimane indubbiamente, alla Tate Britain, la rassegna della «vita losca» nelle fissazioni di Edgar Degas e Walter Sickert e Toulouse-Lautrec. Puttanacce sfasciate su letti luridi, sciantose smandrappate in camerini degradanti, decine di bagnetti e semicupi e bidet sozzi, ubriaconi d´assenzio all´ultimo stadio, loggioni di varietà dove ci si sbottonava tra maschi proletari... Ma accanto e intorno, meno assatanati, Whistler, Boldini, J. E. Blance, Bonnard.
Altro che i lindi compunti interni tipo «La famiglia Bellelli» or ora esposta in prestito alla GNAM romana. Sempre di Degas, ecco qui una stanza da letto in disordine, con una minorenne discinta che fruga tra i cassetti, e un omaccio con la mano posizionata in tasca. (E la curiosità pruriginosa: un «prima» o un «dopo»?). Ma non solo le sue ossessive ballerinette teenager paiono multipli per anziani sporcaccioni. Anche altre bimbe o bimbacce di vari suoi coetanei, in scarpine e calzine e gonnelline però a gambe larghe sul sofà di mammà.
Si capisce anche perché Sickert sia stato sospettato d´essere Jack lo Squartatore. Non solo abbondano le prostitute londinesi e olandesi, per lui. C´è anche un assortimento veneziano. Però, altro che le celebri "cortigiane" del Rinascimento. Qui la Giuseppina e la Nera e le Tose appaiono come poveracce in una Serenissima poverissima con rughe e cispe e brufoli. E la sua «Putana a casa» (proprio così) dall´Università di Harvard è un ton-sur-ton nero e marrone più tetro del più cupo Morandi. Chissà se risultano cortigiane misteriosamente squartate, presso Rialto nel primo Novecento delle Morti a Venezia.
Dagospia 07 Marzo 2006
MELANCONIA, IL PIACERE DELLA CODA
Sorprendono un po´ le lunghissime file - quattro ore di media, in piedi, sotto la pioggia e sotto zero - davanti al Grand Palais parigino, per la mostra sulla Melanconia. Benissimo recensita e lodata, ma priva di opere celebri e nomi "di richiamo", come le solite uso «Da Cimabue a Gauguin» o «Da Caravaggio alla Ferrari» con le scolaresche nel bookshop dei gadgets e i parcheggi dei pullman della terza età. Dunque l´uso di mondo parigino propone varie spiegazioni. La Francia è il paese col più alto consumo di ansiolitici al mondo, e oggi la depressione è attratta soprattutto da se stessa. Elementare.
Per i turisti, conta soprattutto il contenitore, sia il Beaubourg sia l´Orsay o lo stesso Grand Palais: tanto vero che proprio qui le prime enormi code si sono viste per la retrospettiva di Gustave Caillebotte (sconosciuto perfino alla Garzantina), e tuttora magari alla rassegna del Beaubourg su «Dada», con migliaia di lettere e plaquettes improbabili da decifrare una ad una.
Si farebbero anche forse otto o nove ore di fila, per una esposizione di massacri e stragi, fra un romanzo sulle disgrazie, un saggio sui dispiaceri, una miniserie sui dolori, un dvd sulle vittime? O non ci sarà soprattutto il piacere della coda come luogo di aggregazione e socializzazione, tipo le manifestazioni dove si possono fare tante interessanti nuove conoscenze? (come alle "adunate" nel Ventennio, ricordano certuni).
Anche la scarsa organizzazione delle prenotazioni capillari e orarie ha il suo peso: i turisti con l´ombrello in coda chilometrica davanti alle biglietterie evidentemente non sanno che (come per i concerti e le partite) i biglietti si comprano alle prevendite nelle agenzie. Saranno dunque più sprovveduti dei tifosi sportivi e i fans del rock? O sono lettori improvvidi e deviati degli illustri libri dei Wittkower e Klibanski e Panofsky e Saxl sulle metamorfosi delle melanconie e delle «bili nere» tra i «nati sotto Saturno», editi nei Saggi Einaudi tempo fa?
BILE NERA (PERFINO LA VERDURA È DEMORALIZZATA)
Dentro, l´enorme folla dei melanconici si accalca addosso a miniature anche piccolissime, in un raffinato assemblaggio critico di tristezze, mestizie, afflizioni devozionali, ugge medioevali e rinascimentali, costernazioni e sconforti individuali e universali, malumori classici e romantici, teschi da comodino, paturnie e iatture da studiolo. Sehnsucht, saudade, spleen filosofico o pio, scoraggiamento illuministico e positivistico, infelicità postclassica e postromantica e postmoderna...
Con una pervicace uniformità di sintomi e sindromi costantemente invariabili attraverso la storia e la geografia e l´economia dei ceti e delle razze e delle psicologie nei «brutti tempi e luoghi» vissuti e regolarmente deplorati «come da manuale». Un pessimismo spalmato anche sui paesaggi e soprammobili («perfino la verdura è demoralizzata», scrivevano gli scapigliati decadenti), senza quelle Saggezze dei Vecchi o Fedi nel Divino, già raccomandate come infallibili panacee e toccasana per tanti "problems". E neanche nostalgie per qualche «bel tempo che fu», né speranze babbee per qualche Altrove onirico-infantile.
La postura melanconica d´ordinanza - guancia e orecchia posate su un palmo di mano - risulta inalterabile (e mai lunatica) dagli antichi a Dürer, dai barocchi a Van Gogh, dai vari San Gerolami alle innumerevoli Maddalene, dagli elisabettiani ai vittoriani agli espressionisti ai post-Warhol. E attualmente è familiare a tutti perché significa e comunica «telefonino». Con brutte notizie, poiché l´espressione è triste: basta controllare iconologicamente sui visitatori qui. E con la tipica coppia gay di Giorgione (di solito a Palazzo Venezia), uno dei due sarà mesto perché non gli è andata bene con l´altro, che però cerca di consolarlo perché è un buono?
Una posizione molto naturale, dopo tutto: come accavallando una gamba sull´altra, dopo un po´ che si sta seduti. Oggi, effettivamente, qualcuno chiede ancora: «A cosa stai pensando?» o «Ti stufi ai nostri discorsi?». Ma no: «Mi sto rilassando». Come quando si assesta il collo e la colonna vertebrale in posizione di riposo ottimale, anche in treno e in aereo.
Altro che Pensatori alla Rodin o Irrimediabili alla Otto Dix. «Any problem?». «No, thank you». (Le Melanconie surrealiste ed espressioniste e dadaiste si ritrovano invece in una sezione apposta al Centre Pompidou, alla mostra decostruttiva «Big Bang». De Chirico figura ovunque. Il gesto "cellulare" incombe).
TOTO' E PEPPINO, UNITI A BERLINO ("THE PRODUCERS")
Per favore non toccate le vecchiette era (nel 1968) il titolo italiano di The Producers, film "cult" e brillantissimo di Mel Brooks, con gli irresistibili Zero Mostel e Gene Wilder. E con dietro una tradizione di comicità ebraica molto simile alla napoletana: truffe e trucchi di imbroglioncelli famelici con ingegnosi marchingegni e paradossali inghippi fra vicoli di usurai e robivecchi e inciuci. Totò e Peppino tali e quali nei ghetti orinetali e poi sulle scene di Broadway, con eterne smorfie e macchiette, strabuzzamenti secolari, gag aspettati e applauditi da un pubblico abitudinario della sceneggiata e dell´avanspettacolo. Con una Sofia Loren di turno in reggipetto da vamp, fra i sogghigni di Titina De Filippo e Tina Pica.
Ora da parecchi anni The Producers è un colossale successo coi massimi premi a Londra e a New York. Anche una formidabile macchina da soldi, con un immenso indotto di gadgets e dvd e magliette nei vari teatri. Finalmente, è ridiventato un film, identico allo spettacolo bestseller che si replica al londinese Drury Lane, sede istituzionale e illustre.
La trama è ormai notissima. Due furfanti ebrei a Manhattan, un impresario fallito e un ragioniere canaglia, che si chiamano «Bialystock» come un ghetto polacco e «Leo Bloom» come il protagonista dell´Ulysses di Joyce, tramano per "fregare" sia le assicurazioni sia le vecchie vedove danarose e vogliose di farsi sponsor di iniziative più o meno culturali. A un livello più pacchiano dei "boards" nei musei.
Per ottenere un flop garantito devono quindi scegliere un musical che offenda contemporaneamente tutte le religioni, tutte le generazioni, tutte le razze, tutte le tendenze politiche. Con gli interpreti più cani sul mercato. E provocazioni che con le indignazioni previste blocchino il musical già nel primo tempo, facendo scattare il "bonus" di clausole assicurative ancora più favorevoli. («Torna Eduardo, tutto è perdonato»).
Dunque, nella metropoli più ebrea d´America, ai fini di «Prendi i soldi e scappa a Rio», quale spettacolo potrebbe risultare più oltraggioso di un musical neonazista intitolato «Springtime for Hitler and Germany», con un Führer languido come nel Grande dittatore di Chaplin, e scalinate da super-Wanda Osiris cariche di SS e di svastiche, come neanche mai nelle biasimate coreografie di Leni Riefensthal?
Qui noi antichi piccini possiamo ricordare piuttosto la Primavera hitleriana di Montale, nella Bufera e altro: «Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale - tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso - e pavesato di croci a uncino l´ha preso e inghiottito... ». E´ la migliore descrizione dell´applauditissima scena-madre nei Producers. Dopo che sono scese dall´alto magnifiche "femmes nues" da Folies Bergères, con specialità bavaresi "en tête" - birra, würstel, bretzel - quando finalmente appare là in cima Hitler come una Mistinguett o una Wanda fra le SS, scatta ogni sera un gigantesco e imbarazzante applauso in ogni teatro (come nel film, ma "live", fra le patatine e le bibite).
E l´ovazione si ripete quando oltre alle SS con svastiche avanza un esercito del Reich con divise ed elmetti da guerra, e si solleva un grande fondale a specchio per riflettere lo schieramento militare in forma di croce uncinata da combattimento? Riflesso condizionato come le fontane luminose nelle riviste d´una volta? O ai film LUCE, davanti alle sfilate in via dell´Impero, con apparati capitolini?
Ora, saranno tutti ebrei irreprensibili, gli autori ed esecutori di questa «Primavera per Hitler»? Saranno tutti beati zombies senza memorie, questi cloni che hanno pagato e automaticamente applaudono gli "effetti speciali". O non si starebbe piuttosto dalla parte di Montale? («Forse le sirene, i rintocchi - che salutano i mostri nella sera - della loro tregenda, si confondono già - col suono che slegato dal cielo, scende, vince... »).
LA "MORTE" D´UNA MUTANDARA DISPETTOSA CHE NON VOLEVA MORIRE
Due spettacoli inglesi di successo prolungatissimi, con travestiti.
Il Lago dei cigni di Matthew Bourne, applaudito e premiato ovunque, ora anche a Parigi, può ricordare un "classico" nelle riviste goliardiche d´una volta. Il can-can di quattro ciccioni o striminziti in tutù, la "Morte" d´una mutandara dispettosa che non voleva morire, sbatteva il naso per terra ma si ritirava sempre su. Dieci minuti di buonumore.
Qui, invece, due ore e mezza di bruttini in mutande a frange, molto meno attraenti dei ballerini veri in collant bianco e "pacco" vistoso; e anche meno piacenti dei calciatori in campo e dei muratori giovani sulle impalcature estive. Oltre tutto, gli ennesimi ammicchi alla Corte d´Inghilterra fanno ormai cascare le braccia, e tutto il resto.
Sir Ian McKellen, massimo interprete shakespeariano inglese attuale, fa tradizionalmente la Vedovona Prepotente mamma del ragazzo «come tutti voi» nella classica pantomima Aladdin, all´illustre teatro Old Vic. Dove molti anni fa si applaudivano divi della recitazione come Laurence Oliver, Ralph Richardson, John Gielgud, e altri eccelsi. Facevano anche loro le donnette o le donnacce per far ridere i bambini con i tradizionali gag natalizi? Non so. Adesso, con due massacranti spettacoli giornalieri, fra una spiritosata e l´altra i principali interpreti sembrano generalmente vecchiette stanche.
CANOVA NON FA SCONTI
Kitsch? Camp? Pompier? Scocciatore?... Come definire Anne-Louis Girodet (1787-1824) e la sua arte smorfiosa e pomposa dall´Ancien Régime al post-Napoleone, in gran retrospettiva al Louvre? Grandi formati e temi colossali, civetterie e apoteosi, eroi battaglieri e culetti intimi, tettine e musetti e drappeggi fra i miti greci e i diluvi biblici e i gesti operistici neoclassici, pre- e post-romantici, imperial-rococò e musulman-folkloristici... «The Graces, the Graces», invocavano (anche invano) gli inglesi educati alla Brummel. «Quanto c´è da spendere?» hanno invece sempre detto io cumenda milanesi.
Ed ecco infatti qui, in un opinato quadretto «fuori catalogo» di un Francois-Louis Dejeunne (o Dejuinne, 1819) l´artista Girodet su una scaletta nel suo atelier, osservando le prescrizioni del suo committente lombardissimo, il Cavalier G. B. Sommariva, per la confezione dell´orrendo «Pigmalione e Galatea» qui a fianco. Un enorme Canova giovane e ammantato e sciocco, di profilo, che tende una gelida manina verso una pseudo-Venere da salon de beauté. E seduto in poltrona, l´astuto appaltatore neoclassico di S. Angelo Lodigiano (come la Santa F. S. Cabrini e le bisnonne) emarginato dai «poteri forti» finanziari ambrosiani, e poi mecenate danarosissimo a Parigi.
Un vero Cav. "milanes" che passando da Roma in fretta commissionava sculture monumentali per la sua Villa Carlotta, a Tremezzo, e tuttora là. A Thorwaldsen, una copia in marmo dei bassorilievi su Alessandro Magno in stucco per il Quirinale. E a Canova, arrivando in barca nello studio al San Giacomo allagato per un´inondazione che aveva fatto e cascare il «Palamede» a pezzi: «Si è rotto, mi fate lo sconto?». E l´artista: «Canova non fa sconti, Canova rifà più bello e più caro». (L´epoca di «Paganini non ripete»).
A GAMBE LARGHE SUL SOFÀ DI MAMMÀ
La mostra più bella e mascalzona (altro che "intriguing"...) della stagione festiva rimane indubbiamente, alla Tate Britain, la rassegna della «vita losca» nelle fissazioni di Edgar Degas e Walter Sickert e Toulouse-Lautrec. Puttanacce sfasciate su letti luridi, sciantose smandrappate in camerini degradanti, decine di bagnetti e semicupi e bidet sozzi, ubriaconi d´assenzio all´ultimo stadio, loggioni di varietà dove ci si sbottonava tra maschi proletari... Ma accanto e intorno, meno assatanati, Whistler, Boldini, J. E. Blance, Bonnard.
Altro che i lindi compunti interni tipo «La famiglia Bellelli» or ora esposta in prestito alla GNAM romana. Sempre di Degas, ecco qui una stanza da letto in disordine, con una minorenne discinta che fruga tra i cassetti, e un omaccio con la mano posizionata in tasca. (E la curiosità pruriginosa: un «prima» o un «dopo»?). Ma non solo le sue ossessive ballerinette teenager paiono multipli per anziani sporcaccioni. Anche altre bimbe o bimbacce di vari suoi coetanei, in scarpine e calzine e gonnelline però a gambe larghe sul sofà di mammà.
Si capisce anche perché Sickert sia stato sospettato d´essere Jack lo Squartatore. Non solo abbondano le prostitute londinesi e olandesi, per lui. C´è anche un assortimento veneziano. Però, altro che le celebri "cortigiane" del Rinascimento. Qui la Giuseppina e la Nera e le Tose appaiono come poveracce in una Serenissima poverissima con rughe e cispe e brufoli. E la sua «Putana a casa» (proprio così) dall´Università di Harvard è un ton-sur-ton nero e marrone più tetro del più cupo Morandi. Chissà se risultano cortigiane misteriosamente squartate, presso Rialto nel primo Novecento delle Morti a Venezia.
Dagospia 07 Marzo 2006