MERRILL LYNCH NON PERDONA, PER CECCHI GORI ARRIVA IL FALLIMENTO - "NON MI ARRENDO, E LOTTERÒ CON TUTTE LE MIE FORZE PER DIMOSTRARE LE INGIUSTIZIE SUBITE IN QUESTI ULTIMI ANNI. POSSO MORIRE ANCHE POVERO, MA DA PERSONA ONESTA E PERBENE".
Gianluca Paolucci per "La Stampa"
Ciao Vittorio. Firmato: Tribunale fallimentare di Roma. È stato lo stesso Vittorio Cecchi Gori a rendere pubblica la decisione dei giudici romani, che hanno dichiarato il fallimento della sua Finmavi. Una lunga battaglia che ha contrapposto l'ex senatore ai suoi creditori, iniziata con la crisi dell'imprenditore nel 2002 e arrivata nelle aule di tribunale ormai due anni fa. E dire che dopo un'estate di udienze e pronunciamenti per l'ex senatore sembrava fatta, quando alla fine dell'estate era arrivato il via libera al concordato («Considero questo risultato importante per la mia azienda, ma soprattutto per il cinema italiano», dichiarò improvvidamente allora). Ma venerdì scorso, nell'ultima udienza, l'omologa del concordato non è arrivata, spalancando le porte al fallimento. Vittorio, animo pugnace, non si dà comunque per vinto. «Apprendo oggi del deposito della sentenza dichiarativa di fallimento della Finmavi mentre la società era già stata ammessa al concordato preventivo».
Ma «non mi arrendo, e lotterò con tutte le mie forze per dimostrare le ingiustizie subite in questi ultimi anni. Posso morire anche povero, ma da persona onesta e perbene». «C'è qualcosa di inatteso e di inspiegabile in questa sentenza», continua Cecchi Gori: «la società era in concordato preventivo, ed esso aveva già ricevuto il consenso della maggioranza dei creditori». Inoltre «il commissario giudiziale aveva ritenuto che si potesse procedere al giudizio di omologa del concordato». Cecchi Gori spiega di aver «già dato mandato ai legali di proporre opposizione», e si augura un procedimento «rapidissimo». È stata colpita, indica, «una società che ha assicurato lavoro a numerosi dipendenti finora regolarmente retribuiti e, da decenni, rappresenta il cinema italiano nel mondo». Una società « peraltro impegnata in nuovi ed ambizioni progetti cinematografici».
Non sono della stessa opinione alcuni dei suoi «dipendenti» che si sono iscritti al passivo della Finmavi: un elenco che comprendeva grandi nomi del cinema italiano come Roberto Benigni, Ricky Tognazzi e la sua compagna Simona Izzo. E dove figurava anche Valeria Marini, la soubrette per anni legata sentimentalmente a Vittorio. A spingere con decisione per il fallimento sono state però le banche creditrici, con in testa l'americana Merrill Lynch. La stessa che aveva emesso un bond da 475 milioni di euro garantiti dalla «library» cinematografica di Cecchi Gori, un patrimonio di tutto rispetto con le pellicole che hanno fatto la storia del cinema italiano. Proprio la banca d'affari americana aveva presentato una nuova richiesta di fallimento in agosto, dopo che una prima richiesta era stata respinta nel luglio scorso.
E sempre Merrill, creditore per 190 milioni su 630 totali, è stata tra quelli che hanno votato contro il concordato, portando di fatto alla dichiarazione di fallimento. Un ottobre da dimenticare, quello di Vittorio Cecchi Gori. All'inizio del mese il pm nel processo per il crac della Fiorentina, in corso a Firenze, aveva chiesto per il produttore cinque anni e due mesi di reclusione. E pensare che 50 milioni di euro sarebbero bastati, nel 2002, per salvarlo. Prima che il caso arrivasse nelle aule di tribunale, un banca d'affari preparò un piano di salvataggio per il gruppo in difficoltà. «Con alcune decine di milioni il rischio del fallimento si sarebbe allontanato», ricorda oggi un banchiere che aveva lavorato al progetto. Ma già allora le banche dissero «no».
Dagospia 24 Ottobre 2006
Ciao Vittorio. Firmato: Tribunale fallimentare di Roma. È stato lo stesso Vittorio Cecchi Gori a rendere pubblica la decisione dei giudici romani, che hanno dichiarato il fallimento della sua Finmavi. Una lunga battaglia che ha contrapposto l'ex senatore ai suoi creditori, iniziata con la crisi dell'imprenditore nel 2002 e arrivata nelle aule di tribunale ormai due anni fa. E dire che dopo un'estate di udienze e pronunciamenti per l'ex senatore sembrava fatta, quando alla fine dell'estate era arrivato il via libera al concordato («Considero questo risultato importante per la mia azienda, ma soprattutto per il cinema italiano», dichiarò improvvidamente allora). Ma venerdì scorso, nell'ultima udienza, l'omologa del concordato non è arrivata, spalancando le porte al fallimento. Vittorio, animo pugnace, non si dà comunque per vinto. «Apprendo oggi del deposito della sentenza dichiarativa di fallimento della Finmavi mentre la società era già stata ammessa al concordato preventivo».
Ma «non mi arrendo, e lotterò con tutte le mie forze per dimostrare le ingiustizie subite in questi ultimi anni. Posso morire anche povero, ma da persona onesta e perbene». «C'è qualcosa di inatteso e di inspiegabile in questa sentenza», continua Cecchi Gori: «la società era in concordato preventivo, ed esso aveva già ricevuto il consenso della maggioranza dei creditori». Inoltre «il commissario giudiziale aveva ritenuto che si potesse procedere al giudizio di omologa del concordato». Cecchi Gori spiega di aver «già dato mandato ai legali di proporre opposizione», e si augura un procedimento «rapidissimo». È stata colpita, indica, «una società che ha assicurato lavoro a numerosi dipendenti finora regolarmente retribuiti e, da decenni, rappresenta il cinema italiano nel mondo». Una società « peraltro impegnata in nuovi ed ambizioni progetti cinematografici».
Non sono della stessa opinione alcuni dei suoi «dipendenti» che si sono iscritti al passivo della Finmavi: un elenco che comprendeva grandi nomi del cinema italiano come Roberto Benigni, Ricky Tognazzi e la sua compagna Simona Izzo. E dove figurava anche Valeria Marini, la soubrette per anni legata sentimentalmente a Vittorio. A spingere con decisione per il fallimento sono state però le banche creditrici, con in testa l'americana Merrill Lynch. La stessa che aveva emesso un bond da 475 milioni di euro garantiti dalla «library» cinematografica di Cecchi Gori, un patrimonio di tutto rispetto con le pellicole che hanno fatto la storia del cinema italiano. Proprio la banca d'affari americana aveva presentato una nuova richiesta di fallimento in agosto, dopo che una prima richiesta era stata respinta nel luglio scorso.
E sempre Merrill, creditore per 190 milioni su 630 totali, è stata tra quelli che hanno votato contro il concordato, portando di fatto alla dichiarazione di fallimento. Un ottobre da dimenticare, quello di Vittorio Cecchi Gori. All'inizio del mese il pm nel processo per il crac della Fiorentina, in corso a Firenze, aveva chiesto per il produttore cinque anni e due mesi di reclusione. E pensare che 50 milioni di euro sarebbero bastati, nel 2002, per salvarlo. Prima che il caso arrivasse nelle aule di tribunale, un banca d'affari preparò un piano di salvataggio per il gruppo in difficoltà. «Con alcune decine di milioni il rischio del fallimento si sarebbe allontanato», ricorda oggi un banchiere che aveva lavorato al progetto. Ma già allora le banche dissero «no».
Dagospia 24 Ottobre 2006