ALL'INAUGURAZIONE DELLA NUOVA RESIDENZA DELL'AMBASCIATORE ISRAELIANO IN ITALIA - "È GIUNTO IN RITARDO PER NON INCONTRARE PRODI?" SILVIO: "DICIAMO CHE MI È STATO CHIESTO DI ARRIVARE DOPO LE 22,30. FORSE C'ERANO PROBLEMI DI TRAFFICO".
Da Il Velino.it
"Siparietto" di tre ore, la notte scorsa, all'inaugurazione della nuova residenza dell'ambasciatore israeliano in Italia, Gideon Meir; protagonisti, senza però mai incontrarsi, Romano Prodi e Silvio Berlusconi. Il presidente del Consiglio è giunto nell'attico del diplomatico israeliano attorno alle 21, mentre il leader di Forza Italia è arrivato verso le 23, quando il suo successore a Palazzo Chigi e la moglie Flavia se ne erano già andati. Il capo del governo, salutato da applausi istituzionali, ha parlato esclusivamente di politica estera ("Occorrono atti di buona volontà", "bisogna operare per una pace duratura").
Il leader di Forza Italia, che i molti rappresentanti della comunità ebraica hanno accolto con un entusiasmo e un affetto straripanti, ha esternato su tutto, dalla politica interna ("Il governo cadrà. Andremo a votare presto e vinceremo") a quanto gli sono costati i procedimenti giudiziari contro di lui e contro le sue aziende ("280 miliardi delle vecchie lire, per un totale di 2.242 udienze"). Grazie all'intelligente ospitalità del padrone di casa, sia Prodi sia Berlusconi hanno avuto l'onore di inaugurare alla maniera ebraica la residenza, cioè inchiodando allo stipite destro della porta la mezuzah, dei piccoli cilindri contenenti rotoli di piccole pergamene sulle quali erano stati trascritti versetti della Torah che dedicano la casa a Dio. Prodi ha inaugurato la porta che dall'ingresso conduce nel salone della residenza. Berlusconi, più tardi, con tanto di chiodi e martello, ha ripetuto la medesima operazione alla porta d'ingresso principale.
Prodi si è riferito alla visita di tre giorni che farà da domenica in Israele e nei Territori: "In un momento così delicato si deve ricomporre la situazione politica nella regione con atti di buona volontà. Per questo è indispensabile la ripresa dei colloqui tra il premier israeliano Olmert, che ho già ringraziato per la sua disponibilità, e il presidente palestinese Abu Mazen, affinché dopo "troppi anni di sofferenze" si possano gettare le basi per una "pace duratura. Meir ha ringraziato Prodi per "l'impegno per la pace" dell'Italia e, in particolare, per la sua scelta di portare la sua solidarietà, primo tra i capi di governo europei, la cittadina di Sderot, bersaglio dei missili Qassam che quasi quotidianamente Hamas lancia contro Israele".
La residenza dell'ambasciatore Meir, che per questa sua festa "privata" ha accolto gli ospiti insieme con la consorte Amira, era gremita. Numerosissimi i rappresentanti della comunità ebraica, ma molti anche gli "amici di Israele", da Giancarlo Elia Valori (che l'ambasciatore israeliano ha salutato pubblicamente quale presidente del comitato per le celebrazioni, il prossimo anno, dei sessant'anni dello stato ebraico) al vicepresidente del consiglio Francesco Rutelli e al presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, dal senatore Mario D'Urso all'ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis, dal sottosegretario Gianni Vernetti al presidente della commissione Esteri del Senato Ranieri, da Ricardo Franco Levi a Magdi Allam.
Partito Prodi, è cominciata l'attesa di Berlusconi. Circa una mezzora di viene, forse non viene, sì l'ha promesso. E poco dopo le 22,30 l'ex premier è effettivamente arrivato, accompagnato da Gianni Letta. Degli invitati politico-istituzionali erano rimasti soltanto De Michelis e Vernetti. I rappresentanti della comunità ebraica hanno attorniato "il nostro vero amico". E dalla politica estera il discorso è passato a quella interna. È giunto in ritardo per non incontrare Prodi? "Io non l'ho detto. Diciamo che mi è stato chiesto di arrivare dopo le 22,30. Forse c'erano problemi di traffico", scherza.
E il governo? "Sono ottimista. La situazione non sta più in piedi. Il governo già oggi (ieri, ndr) è andato sotto sulle norme fiscali. ''La vita - scherza - mi ha tirato questo brutto scherzo: prima corteggiavo le belle donne, ora mi tocca corteggiare dei brutti senatori dell'Unione, stanchi ormai dei diktat dell'estrema sinistra in politica estera e sociale''. Ma si andrà a votare? "Per noi anche subito. La legge elettorale viene usata come pretesto dalla sinistra per rinviare sine die la fine del governo. Ma anche la legge attuale funziona: se si vuole cambiare qualcosa, si può trasformare il premio di maggioranza da regionale in nazionale (al Senato), e introdurre uno sbarramento del quattro o cinque per cento".
Gli chiedono se Napolitano è più gentiluomo o comunista: "È gentiluomo e anche comunista".
Su chi vincerà eventuali elezioni, Berlusconi non ha dubbi: "Noi", spiega, e precisa che i sondaggi danno la Casa delle libertà al 60 per cento. Del resto, rivela, il presidente Sarkozy, appena insediato all'Eliseo, ''ha fatto a me la prima chiamata, e mi ha detto: 'Adesso ti aspettiamo' al governo. E noi ci torneremo prestissimo". Quanto al Partito democratico - che, precisa, io chiamo "Partito sedicente democratico" - spiega agli interlocutori che è semplicemente "il frutto di una fusione a freddo tra Ds e Margherita" e di Veltroni non mostra alcuna paura, perché "lo presentano come nuovo ma è in politica da 40 anni. Il nuovo sono io, io sono in politica da dodici. Veltroni è soltanto la controfigura del povero Prodi, un moderato come noi, ma ostaggio dei diktat di una irresponsabile sinistra radicale" che "prende ordini dai no-global".
Per ogni domanda, Berlusconi ha pronta una risposta. Sarà ancora lui a sfidare il leader del centrosinistra, gli chiedono facendo capire che si aspettano un sì. E lui, rassicurante: "Il capo di una coalizione è colui che ha più voti. Il resto è poesia. Non è importante essere giovani o vecchi, occorre avere buone idee". Si fa avanti Magdi Allam, promotore della manifestazione "Salviamo i Cristiani" perseguitati in Medio Oriente, in programma oggi a Roma. Berlusconi dà la sua adesione e ne approfitta per affermare che in Italia la Chiesa è ''sotto attacco'' perché la sinistra "vorrebbe la Chiesa del silenzio" come nell'Urss, dove i sacerdoti erano costretti a esercitare la loro funzione nei luoghi di culto ma "guai ad andare a fare propaganda all'esterno". Ed è la medesima "matrice ideologica" a spingerli ad attaccare gli Stati Uniti, "patria dell'odiato capitalismo".
Dagospia 04 Luglio 2007
"Siparietto" di tre ore, la notte scorsa, all'inaugurazione della nuova residenza dell'ambasciatore israeliano in Italia, Gideon Meir; protagonisti, senza però mai incontrarsi, Romano Prodi e Silvio Berlusconi. Il presidente del Consiglio è giunto nell'attico del diplomatico israeliano attorno alle 21, mentre il leader di Forza Italia è arrivato verso le 23, quando il suo successore a Palazzo Chigi e la moglie Flavia se ne erano già andati. Il capo del governo, salutato da applausi istituzionali, ha parlato esclusivamente di politica estera ("Occorrono atti di buona volontà", "bisogna operare per una pace duratura").
Il leader di Forza Italia, che i molti rappresentanti della comunità ebraica hanno accolto con un entusiasmo e un affetto straripanti, ha esternato su tutto, dalla politica interna ("Il governo cadrà. Andremo a votare presto e vinceremo") a quanto gli sono costati i procedimenti giudiziari contro di lui e contro le sue aziende ("280 miliardi delle vecchie lire, per un totale di 2.242 udienze"). Grazie all'intelligente ospitalità del padrone di casa, sia Prodi sia Berlusconi hanno avuto l'onore di inaugurare alla maniera ebraica la residenza, cioè inchiodando allo stipite destro della porta la mezuzah, dei piccoli cilindri contenenti rotoli di piccole pergamene sulle quali erano stati trascritti versetti della Torah che dedicano la casa a Dio. Prodi ha inaugurato la porta che dall'ingresso conduce nel salone della residenza. Berlusconi, più tardi, con tanto di chiodi e martello, ha ripetuto la medesima operazione alla porta d'ingresso principale.
Prodi si è riferito alla visita di tre giorni che farà da domenica in Israele e nei Territori: "In un momento così delicato si deve ricomporre la situazione politica nella regione con atti di buona volontà. Per questo è indispensabile la ripresa dei colloqui tra il premier israeliano Olmert, che ho già ringraziato per la sua disponibilità, e il presidente palestinese Abu Mazen, affinché dopo "troppi anni di sofferenze" si possano gettare le basi per una "pace duratura. Meir ha ringraziato Prodi per "l'impegno per la pace" dell'Italia e, in particolare, per la sua scelta di portare la sua solidarietà, primo tra i capi di governo europei, la cittadina di Sderot, bersaglio dei missili Qassam che quasi quotidianamente Hamas lancia contro Israele".
La residenza dell'ambasciatore Meir, che per questa sua festa "privata" ha accolto gli ospiti insieme con la consorte Amira, era gremita. Numerosissimi i rappresentanti della comunità ebraica, ma molti anche gli "amici di Israele", da Giancarlo Elia Valori (che l'ambasciatore israeliano ha salutato pubblicamente quale presidente del comitato per le celebrazioni, il prossimo anno, dei sessant'anni dello stato ebraico) al vicepresidente del consiglio Francesco Rutelli e al presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, dal senatore Mario D'Urso all'ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis, dal sottosegretario Gianni Vernetti al presidente della commissione Esteri del Senato Ranieri, da Ricardo Franco Levi a Magdi Allam.
Partito Prodi, è cominciata l'attesa di Berlusconi. Circa una mezzora di viene, forse non viene, sì l'ha promesso. E poco dopo le 22,30 l'ex premier è effettivamente arrivato, accompagnato da Gianni Letta. Degli invitati politico-istituzionali erano rimasti soltanto De Michelis e Vernetti. I rappresentanti della comunità ebraica hanno attorniato "il nostro vero amico". E dalla politica estera il discorso è passato a quella interna. È giunto in ritardo per non incontrare Prodi? "Io non l'ho detto. Diciamo che mi è stato chiesto di arrivare dopo le 22,30. Forse c'erano problemi di traffico", scherza.
E il governo? "Sono ottimista. La situazione non sta più in piedi. Il governo già oggi (ieri, ndr) è andato sotto sulle norme fiscali. ''La vita - scherza - mi ha tirato questo brutto scherzo: prima corteggiavo le belle donne, ora mi tocca corteggiare dei brutti senatori dell'Unione, stanchi ormai dei diktat dell'estrema sinistra in politica estera e sociale''. Ma si andrà a votare? "Per noi anche subito. La legge elettorale viene usata come pretesto dalla sinistra per rinviare sine die la fine del governo. Ma anche la legge attuale funziona: se si vuole cambiare qualcosa, si può trasformare il premio di maggioranza da regionale in nazionale (al Senato), e introdurre uno sbarramento del quattro o cinque per cento".
Gli chiedono se Napolitano è più gentiluomo o comunista: "È gentiluomo e anche comunista".
Su chi vincerà eventuali elezioni, Berlusconi non ha dubbi: "Noi", spiega, e precisa che i sondaggi danno la Casa delle libertà al 60 per cento. Del resto, rivela, il presidente Sarkozy, appena insediato all'Eliseo, ''ha fatto a me la prima chiamata, e mi ha detto: 'Adesso ti aspettiamo' al governo. E noi ci torneremo prestissimo". Quanto al Partito democratico - che, precisa, io chiamo "Partito sedicente democratico" - spiega agli interlocutori che è semplicemente "il frutto di una fusione a freddo tra Ds e Margherita" e di Veltroni non mostra alcuna paura, perché "lo presentano come nuovo ma è in politica da 40 anni. Il nuovo sono io, io sono in politica da dodici. Veltroni è soltanto la controfigura del povero Prodi, un moderato come noi, ma ostaggio dei diktat di una irresponsabile sinistra radicale" che "prende ordini dai no-global".
Per ogni domanda, Berlusconi ha pronta una risposta. Sarà ancora lui a sfidare il leader del centrosinistra, gli chiedono facendo capire che si aspettano un sì. E lui, rassicurante: "Il capo di una coalizione è colui che ha più voti. Il resto è poesia. Non è importante essere giovani o vecchi, occorre avere buone idee". Si fa avanti Magdi Allam, promotore della manifestazione "Salviamo i Cristiani" perseguitati in Medio Oriente, in programma oggi a Roma. Berlusconi dà la sua adesione e ne approfitta per affermare che in Italia la Chiesa è ''sotto attacco'' perché la sinistra "vorrebbe la Chiesa del silenzio" come nell'Urss, dove i sacerdoti erano costretti a esercitare la loro funzione nei luoghi di culto ma "guai ad andare a fare propaganda all'esterno". Ed è la medesima "matrice ideologica" a spingerli ad attaccare gli Stati Uniti, "patria dell'odiato capitalismo".
Dagospia 04 Luglio 2007