ANTENNE SPEZZATE, PARABOLE SCHIANTATE: LA TELEVISIONE FA CRACK

Francesco Manacorda per La Stampa


L'ultimo segnale è arrivato venerdì scorso dall'Olanda. La Endemol, il produttore televisivo noto in tutto il mondo per aver inventato «Il grande fratello», ha annunciato il taglio di un terzo del personale, 270 persone su 800. Lo stesso giorno, sempre in Olanda, la Upc - società di tv via cavo controllata dalla statunitense Liberty Media - ha annunciato un passivo 2001 di 4,4 miliardi di euro, aprendo la strada al suo fallimento.

Due episodi fra tanti, in un mondo, quello della televisione e dei media, che appare sempre più in difficoltà in tutta Europa. Una crisi che al momento colpisce in modo eclatante specie la tv a pagamento, ma che in realtà sta facendo sentire I suoi effetti su tutto il settore: dalle tv gratuite generaliste, alle case di produzione, fino ai grandi conglomerati - leggasi Vivendi - che proprio nell'unione tra tv, cinema e Internet pensavano appena due anni fa di aver trovato la pietra filosofale per il successo nello show-business.

E adesso che la crisi è esplicita diventa anche facile individuarne i motivi: il crollo della pubblicità, prima di tutto, innescato dal rallentamento della congiuntura ed acuito dall'11 settembre, ma anche le difficoltà dell'industria dell'intrattenimento europea di competere - non foss'altro che in termini di dimensioni - con quella Usa e l'acquisto di diritti cinematografici e sportivi a prezzi fuori da ogni logica. E poi - ancora Vivendi - l'acquisizione a peso d'oro di intere società, fatta nel pieno fiorire della new economy, con la convinzione che un mercato in perenne ascesa avrebbe premiato solo i più audaci e generosi.

Adesso, passata definitivamente la sbornia, basta mettere in fila i dati delle ultime settimane per avere un quadro desolante dell'industria europea. In Germania, dopo la procedura fallimentare avviata da KirchMedia (canali gratuiti e diritti cinematografici) anche Premiere - la pay-tv del gruppo - rischia di avviarsi sulla stessa strada. In Gran Bretagna si assiste con preoccupazione al crollo della ITV (gruppi Granada e Carlton), che già domani potrebbe presentare istanza di fallimento, innescata proprio dalle cifre pagate per I diritti delle squadre di calcio di seconda e terza categoria.

In Italia, le difficoltà endemiche della pay-tv, aggravate dalla pirateria digitale senza eguali nel continente, sfoceranno (Antitrust permettendo) in una fusione tra I due soli operatori esistenti - Telepiù e Stream - attraverso l'acquisizione di quest'ultima da parte di Canal Plus.

In Francia, invece, è Vivendi - la vecchia Generale des Eaux portata a nuova vita da Jean-Marie Messier con l'acquisto della Universal - che sta riempiendo le pagine dei giornali con titoli negativi. Prima il bilancio 2001 in passivo per 13,6 miliardi di euro - un record per la finanza francese - e adesso le dimissioni di Denis Olivennes, ossia l'uomo che avrebbe dovuto guidare proprio Canal Plus. Un caso da manuale, quello di Vivendi: lo shopping forsennato - 12,5 miliardi di euro per Canal Plus, poco meno di 40 per la Seagram - ha affondato il suo bilancio sotto il peso delle svalutazioni.

Il futuro? Come sempre in momenti di crisi sta in nuove concentrazioni, acquisti fatti a prezzi irrisori rispetto a quelli del recente passato, che si potrà permettere chi è restato al riparo dalla tempesta. Così è quasi scontato scommettere che l'angloaustraliano Rupert Murdoch trarrà qualche vantaggio dalla crisi dei suoi avversari. In Gran Bretagna, dove Murdoch ha sfondato con la sua tv a pagamento BSkyB, il governo di Tony Blair vede con preoccupazione la caduta di ITV che lo lascerebbe senza concorrenti. E in Germania, dove banche e partner industriali si agitano sulle spoglie dell'impero di Kirch, Murdoch viene visto di volta in volta come il salvatore indispensabile o il pericoloso tycoon che prenderà per una manciata di euro - secondo indiscrezioni, smentite dalla News Corp., ne avrebbe offerti 600 milioni - le spoglie di Premiere.

Diversa è la situazione del gruppo Fininvest-Mediaset che, anche alla luce della forte attenzione europea al ruolo politico di Silvio Berlusconi deve muoversi in punta di piedi. Così il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri va ripetendo che in Kirch non intende mettere più soldi, anche se una richiesta esplicita da parte delle banche tedesche - e il più difficile nulla osta del governo di Berlino - potrebbero rimettere in pista il Biscione. E poi Mediaset, sebbene in buona salute, ha anche da preoccuparsi dell'anno che la aspetta: ha già annunciato un taglio di 20 milioni sugli investimenti per la fiction (165 milioni nel 2001), mentre sulle loro scrivanie gli uomini di Cologno Monzese, così come quelli della Rai si sono trovati nei giorni scorsi dati sconfortanti: 1,2 milioni di spettatori che nei primi tre mesi hanno lasciato il grande pubblico della prima serata rispetto allo stesso periodo del 2001.


Dagospia.com 16 Aprile 2002