"47 COLTELLATE", MORTA CHE PARLA - FRANCESCA ALINOVI, RICERCATRICE AL DAMS, FU "UCCISA" (RAPPORTO SADO-MASO) DAL SUO COMPAGNO NEL 1983 - ECCO I DIARI DEI SUOI ULTIMI ANNI DI VITA: "SE TU MI LEGGI ORA, E IO SONO MORTA, RICORDA CHE NON VOLEVO MORIRE".
Marco Imarisio per il "Corriere della Sera"
«Se tu mi leggi ora, e io sono morta, ricorda che io non volevo morire, ricorda che io avrei voluto essere immortale, che, anche faticosamente, avrei retto il peso dei miei anni e la fatica di vivere stretta in un corpo malato». Scriveva così, Francesca Alinovi, cinque giorni prima del Natale 1981. A Bologna c'era la neve e sotto la neve c'era una città che stava cercando se stessa.
Il Movimento degli autonomi si era sfaldato, annichilito in una spirale fatta di eroina, violenza e disamore; la strage della stazione aveva tramortito ogni slancio, facendo crescere la voglia di chiudersi in casa; e davanti c'erano gli anni Ottanta che - a torto o a ragione - verranno vissuti come un deserto, il riflusso, la fine delle ideologie, il ritorno a un privato che dopo la stagione degli slanci sembrava l'autoconsegna a un destino mesto. E in tutto questo, a Francesca Alinovi, trentacinquenne ricercatrice al Dams, assistente del professor Renato Barilli, critica d'arte moderna, restano da vivere una manciata di mesi.
«Francesco, un sosia alter ego bruno. Lo scalpo da moicano, romano, napoletano, chi sa dove. Un amore da racconti di Pasolini. Folklore, amore romantico, pittoresco. Un ragazzino, 10-15 anni di differenza di età. Ha il mio nome, è la mia versione maschile, quella che avrei voluto essere».
Francesca Alinovi muore nella notte tra l'undici e il 12 giugno 1983. Viene uccisa nel suo appartamento di via del Riccio da 47 coltellate. L'assassino è Francesco Ciancabilla, un pittore pescarese, così verrà stabilito al termine di un percorso tortuoso. Assoluzione in primo grado, condanna in appello, fuga dell'imputato che viene preso nove anni dopo, omicidio che in Cassazione passa da volontario a preterintenzionale.
«A volte il mondo mi sembra un inventario: tanti oggetti che (forse) posso vedere, tante persone che (forse) posso incontrare e che scorrono sulla superficie, tanti eventi che (forse) possono accadere. Non ne desidero fortemente nessuno. Io non cerco più nessuno, vivo sola e la solitudine non mi pesa. Vivo sempre più sola».
La vicenda giudiziaria in fondo ha un'importanza relativa. In questo caso è più importante la cornice del quadro. Poche vicende come il caso Alinovi hanno assunto un valore simbolico così forte. La cesura tra due epoche, la fine delle illusioni. Soprattutto, è stata presa come pretesto per condannare in modo definitivo la Bologna e lo spirito di quegli anni. Anche attraverso la morte di Francesca Alinovi la sua scuola, il Dams, è spesso diventato sinonimo di disinibizione e disordine esistenziale e ha finito per trascinare con sé - in Italia succede spesso - la memoria della vittima.
L'avvocato Achille Melchionda non potrebbe essere più distante, da quell'epoca, da quelle pulsioni. Capelli bianchi e ben curati, grandi occhi azzurri, è un liberale, elegante, démodé, insegna deontologia forense nelle scuole professionali, è a tutti gli effetti un professionista vecchio stile. Eppure è stato lui a sentire il bisogno di raccontare nuovamente questa storia, tirando fuori il diario di Francesca Alinovi, mai reso pubblico in precedenza.
Il libro si chiama «47 coltellate», edito dalla Pendragon. Melchionda, che rappresentò la famiglia Alinovi, ha aspettato che Francesco Ciancabilla finisse di scontare la sua pena. E poi ha deciso di far parlare la vittima, per un'esigenza personale e storica. «Sarà anche vero che ogni crimine racconta qualcosa - dice - ma con il delitto del Dams si è andati oltre. È diventato pura metafora, carica di valenze negative che hanno messo Francesca in una luce poco realistica. Dal suo diario emerge una persona diversa, riservata e sola».
Tre taccuini, i tre ultimi anni. Il diario disegna la parabola di una ossessione. Francesca e Francesco che si conoscono, con l'entusiasmo e le paure di una storia appena cominciata. «Ho pianto tutta la notte, per la disperazione di non vederlo per due settimane, per la disperazione che avesse soltanto 21 anni». Lo studente diventa eroinomane, lei cerca di tirarlo fuori, lui si scopre omosessuale, lei teme di perderlo e lo segue in un mondo sempre più buio.
«Non è nemmeno l'eroina. Non è la perversione, lo schifo, l'immondezza. È solo il nulla. Il nulla eterno di un rapporto che non scorre, non è, non esiste. Ed io sono più confusa, ed ora brutta, sciupata, piangente». Francesca sembra rinsavire, cerca di guarire dalla solitudine e dall'assenza. «Evviva! Evviva! Per la prima volta l'ho visto come un deficiente, gli ho detto deficiente, l'ho pensato deficiente. L'ho visto già prima lì tra i suoi amici». L'ultima pagina è del 10 maggio 1983, un mese prima della morte. Poi, più niente.
L'avvocato Melchionda dice che non gli importa della verità storica. Sul delitto del Dams ognuno continuerà ad avere la sua opinione. «Ciancabilla, l'altro protagonista, ha potuto parlare di sé. Su Francesca, niente. La sua voce è sempre rimasta muta, sconosciuta. Mi sembrava giusto far conoscere la sua versione. Credo che questa sia una vicenda molto semplice, la storia di un amore sbagliato, finito come peggio non poteva. Il resto è un mito, falso e negativo».
Dagospia 24 Ottobre 2007
«Se tu mi leggi ora, e io sono morta, ricorda che io non volevo morire, ricorda che io avrei voluto essere immortale, che, anche faticosamente, avrei retto il peso dei miei anni e la fatica di vivere stretta in un corpo malato». Scriveva così, Francesca Alinovi, cinque giorni prima del Natale 1981. A Bologna c'era la neve e sotto la neve c'era una città che stava cercando se stessa.
Il Movimento degli autonomi si era sfaldato, annichilito in una spirale fatta di eroina, violenza e disamore; la strage della stazione aveva tramortito ogni slancio, facendo crescere la voglia di chiudersi in casa; e davanti c'erano gli anni Ottanta che - a torto o a ragione - verranno vissuti come un deserto, il riflusso, la fine delle ideologie, il ritorno a un privato che dopo la stagione degli slanci sembrava l'autoconsegna a un destino mesto. E in tutto questo, a Francesca Alinovi, trentacinquenne ricercatrice al Dams, assistente del professor Renato Barilli, critica d'arte moderna, restano da vivere una manciata di mesi.
«Francesco, un sosia alter ego bruno. Lo scalpo da moicano, romano, napoletano, chi sa dove. Un amore da racconti di Pasolini. Folklore, amore romantico, pittoresco. Un ragazzino, 10-15 anni di differenza di età. Ha il mio nome, è la mia versione maschile, quella che avrei voluto essere».
Francesca Alinovi muore nella notte tra l'undici e il 12 giugno 1983. Viene uccisa nel suo appartamento di via del Riccio da 47 coltellate. L'assassino è Francesco Ciancabilla, un pittore pescarese, così verrà stabilito al termine di un percorso tortuoso. Assoluzione in primo grado, condanna in appello, fuga dell'imputato che viene preso nove anni dopo, omicidio che in Cassazione passa da volontario a preterintenzionale.
«A volte il mondo mi sembra un inventario: tanti oggetti che (forse) posso vedere, tante persone che (forse) posso incontrare e che scorrono sulla superficie, tanti eventi che (forse) possono accadere. Non ne desidero fortemente nessuno. Io non cerco più nessuno, vivo sola e la solitudine non mi pesa. Vivo sempre più sola».
La vicenda giudiziaria in fondo ha un'importanza relativa. In questo caso è più importante la cornice del quadro. Poche vicende come il caso Alinovi hanno assunto un valore simbolico così forte. La cesura tra due epoche, la fine delle illusioni. Soprattutto, è stata presa come pretesto per condannare in modo definitivo la Bologna e lo spirito di quegli anni. Anche attraverso la morte di Francesca Alinovi la sua scuola, il Dams, è spesso diventato sinonimo di disinibizione e disordine esistenziale e ha finito per trascinare con sé - in Italia succede spesso - la memoria della vittima.
L'avvocato Achille Melchionda non potrebbe essere più distante, da quell'epoca, da quelle pulsioni. Capelli bianchi e ben curati, grandi occhi azzurri, è un liberale, elegante, démodé, insegna deontologia forense nelle scuole professionali, è a tutti gli effetti un professionista vecchio stile. Eppure è stato lui a sentire il bisogno di raccontare nuovamente questa storia, tirando fuori il diario di Francesca Alinovi, mai reso pubblico in precedenza.
Il libro si chiama «47 coltellate», edito dalla Pendragon. Melchionda, che rappresentò la famiglia Alinovi, ha aspettato che Francesco Ciancabilla finisse di scontare la sua pena. E poi ha deciso di far parlare la vittima, per un'esigenza personale e storica. «Sarà anche vero che ogni crimine racconta qualcosa - dice - ma con il delitto del Dams si è andati oltre. È diventato pura metafora, carica di valenze negative che hanno messo Francesca in una luce poco realistica. Dal suo diario emerge una persona diversa, riservata e sola».
Tre taccuini, i tre ultimi anni. Il diario disegna la parabola di una ossessione. Francesca e Francesco che si conoscono, con l'entusiasmo e le paure di una storia appena cominciata. «Ho pianto tutta la notte, per la disperazione di non vederlo per due settimane, per la disperazione che avesse soltanto 21 anni». Lo studente diventa eroinomane, lei cerca di tirarlo fuori, lui si scopre omosessuale, lei teme di perderlo e lo segue in un mondo sempre più buio.
«Non è nemmeno l'eroina. Non è la perversione, lo schifo, l'immondezza. È solo il nulla. Il nulla eterno di un rapporto che non scorre, non è, non esiste. Ed io sono più confusa, ed ora brutta, sciupata, piangente». Francesca sembra rinsavire, cerca di guarire dalla solitudine e dall'assenza. «Evviva! Evviva! Per la prima volta l'ho visto come un deficiente, gli ho detto deficiente, l'ho pensato deficiente. L'ho visto già prima lì tra i suoi amici». L'ultima pagina è del 10 maggio 1983, un mese prima della morte. Poi, più niente.
L'avvocato Melchionda dice che non gli importa della verità storica. Sul delitto del Dams ognuno continuerà ad avere la sua opinione. «Ciancabilla, l'altro protagonista, ha potuto parlare di sé. Su Francesca, niente. La sua voce è sempre rimasta muta, sconosciuta. Mi sembrava giusto far conoscere la sua versione. Credo che questa sia una vicenda molto semplice, la storia di un amore sbagliato, finito come peggio non poteva. Il resto è un mito, falso e negativo».
Dagospia 24 Ottobre 2007