BARATTA L'ARTE E NON METTERLA DA PARTE - IL NUOVO PRESIDENTE DELLA BIENNALE CHIUDE IL "SUPERMUSEO" VENEZIANO: NO AL CATALOGO DEL GIÀ VISTO, NON È NOSTRO COMPITO SOTTOLINEARE SUCCESSI GIÀ ACQUISITI.

Paolo Conti per il "Corriere della Sera"


Basta con una Biennale accademica: «È tempo di un dibattito globale on line sulle ragioni dell'arte contemporanea e dell'architettura che preceda le rispettive esposizioni». Basta con le mostre che non scoprono novità ed emergenze culturali: «Non è compito della Biennale sottolineare successi già acquisiti soprattutto in un momento in cui il mercato dell'arte contemporanea è molto vivo e insieme suscettibile». Basta con i curatori troppo distanti dalla materia: «Servono professionisti legati all'universo che dovranno raccontare».

Paolo Baratta, dal 19 dicembre 2007 alla sua seconda presidenza della Fondazione Biennale di Venezia, intende cambiare rotta all'istituzione veneziana: «Occorre partire da una chiara definizione di sé, certificare all'esterno la propria identità. Personalmente punto su tre temi che, a mio avviso, dovrebbero caratterizzare la ripresa generale dell'Italia. Un alto senso della cosa pubblica e la capacità di anteporre l'interesse collettivo a quello personale. La professionalità. La creatività».

Nessuna polemica diretta con la precedente presidenza di Davide Croff («ottimi risultati»). Ma il marchio si annuncia diverso. Partiamo dalla contemporaneità: «Sia per l'undicesima Biennale architettura, che aprirà i battenti il 14 settembre sotto la guida di Aaron Betsky, sia per la Biennale arti visive del 2009, che coinciderà con l'anno europeo della creatività, abbiamo intenzione di lanciare il tema proposto on line e di aprire un dibattito globale aperto a architetti, artisti, critici, semplici utenti. Individueremo poi uno spazio fisico a Venezia per accogliere il lavoro dei gruppi che hanno dedicato momenti di riflessione».

E qui siamo al punto di partenza, cioè all'annuncio dei temi proposti (per architettura sarà Out there. Architecture beyond building). Passiamo ora all'itinerario. Prendiamo l'arte contemporanea, un settore al centro dell'interesse economico planetario tanto della massa dei piccoli risparmiatori come delle grandi ricchezze. Baratta non commenta le critiche piovute sull'ultima mostra curata da Robert Storr ma il suo giudizio è chiaro dal programma pronto per il 2009: «Il rischio di una mostra come quella veneziana è limitarsi al supermercato del già noto.

Invece non tocca alla Biennale celebrare i trionfatori del momento, sottolineare successi già consolidati. Non dobbiamo, per parlarci chiaro, generare consenso ma intrigare con novità, problemi, interrogativi. Il nostro compito è scovare e "mostrare" ciò che ancora non si è visto. Una cosa è certa. Biennale Architettura non sarà una rassegna di progettini e plastici ma un appuntamento di scoperta e conoscenza».



E qui Baratta torna all'arte contemporanea: «Parliamo di un settore dove si muovono immensi investimenti. Non si cerca più il bene-rifugio a lunga scadenza ma l'utilità a medio termine. Siamo prossimi alla "bolla", insomma. Per questo un'istituzione come la Biennale non deve spiegare dove va il mercato, e quindi assecondarlo. Ma deve spiegare dove va il mondo, dove puntano le idee. Con un'unica discriminante, un solo setaccio: la qualità».

In quanto all'inevitabile confronto con palazzo Grassi, la collezione Pinault con i suoi Jeff Koons milionari e la futura struttura di Punta della Dogana? «Un tempo ci si lamentava della solitudine della Biennale. Il moltiplicarsi delle proposte è un segno di evoluzione. A maggior ragione, rispetto a chi valorizza una collezione, occorre un soggetto che setacci il mondo della ricerca e non quello del valore».

Modello ideale di curatore? «Per architettura ricordo la Biennale di Massimiliano Fuksas come un'esperienza riuscitissima. Di Arti visive dirò solo che il profilo di Harald Szeemann per me resta insuperato: se lo inseguivo per telefono, lo rintracciavo in un fuso orario puntualmente diverso da quello della telefonata precedente. Era sempre in giro per il mondo a cercare». Proprio in tema di curatori, Baratta indica un'altra diversificazione rispetto al passato: «Sulla loro piena e totale autonomia non si discuterà. Ma dovranno essere, rieccoci a Fuksas e a Szeemann, professionisti legati alla loro materia. Aaron Betsky è un critico e architetto militante, per esempio. lo stesso accadrà per Arti visive».

Nomi di candidati? «Nessuno». Comunque è chiaro l'addio al modello Robert Storr, a lungo curator del MoMa a New York. In quanto al budget? Le liti dei direttori non si contano. Tutti protestano per la povertà dei fondi. Che fare? «Le risorse di cui si può disporre sono chiare dall'inizio e così i limiti finanziari entro cui operare. Meglio una mostra più piccola e sicura di una mostra grande e a rischio».

Infine il nodo della Biennale aperta tutto l'anno, uno dei temi aperti alla fine della presidenza di Davide Croff. Baratta promette un fitto calendario di laboratori di «creatività applicata» destinati ai ragazzi tra i 3 e 18 anni, suddivisi in tre livelli (esperienza di creatività di base, prime applicazioni di strumenti operativi, vero laboratorio per chi ha scelto di operare in un campo artistico): «Dovremo disporre di ambienti riscaldati all'Arsenale. Io penso che la creatività resti celibe se non viene accompagnata da un'esperienza concreta. E che la Biennale abbia una forte responsabilità, come istituzione, verso quei giovani che sperimentano sulla loro pelle il vuoto tra la formazione primaria e la possibilità di sperimentarsi. Per questo molti futuri cervelli fuggono all'estero. Offriremo spunti senza soffocare i ragazzi con la didattica tradizionale».

Nasceranno laboratori di arte, architettura, danza. Maurizio Scaparro, per Teatro, ha già pronte per ottobre otto sessioni con otto diversi registi. Musica sta mettendo a punto un laboratorio sul suono e il movimento col settore Danza che dovrebbe ripristinare l'Accademia Isola Danza a San Giorgio, un tempo guidata da Carolyn Carlson. Infine la Biennale Musica ripristinerà il dialogo con la Fenice. Una promessa: «Individueremo un nostro modello Biennale di formazione. Non ci sarà nessuna finta accademia. Prometto».


Dagospia 29 Febbraio 2008