STRESS BANK – L’ITALIA HA FATTO NOTIZIA PER LA BOCCIATURA DI DUE BANCHE, MA È LO STATO CHE HA AIUTATO DI MENO I SUOI ISTITUTI – LA GERMANIA HA INVESTITO IL 12,5% DEL PIL NEI SALVATAGGI, L’ITALIA SOLO LO 0,2%

Alessandro Merli per “Il Sole 24 Ore

mario draghi 1mario draghi 1

 

Il risultato dell'esame della Banca centrale europea sulle banche dell'eurozona ha fatto scalpore sui mercati finanziari soprattutto per l'esito riguardante le banche italiane. I quattro istituti per i quali sono state rilevate carenze di capitale dovranno farvi fronte, con i piani che presenteranno nelle prossime due settimane, con 3,3 miliardi di euro, un terzo circa dello shortfall complessivo calcolato dalla Bce.

 

Anche se si tratta di una cifra non trascurabile, va vista anche nel confronto con altri Paesi e soprattutto alla luce dell'uso di fondi pubblici per i salvataggi bancari, che in Italia, anche per le condizioni del bilancio statale, è stato modesto (a seconda delle stime, fra lo 0,1 e lo 0,3% del prodotto interno lordo, sostanzialmente i Tremonti e i Monti bond) e altrove, ma particolarmente nei Paesi europei considerati «virtuosi», molto esteso, dopo l'esplosione della crisi finanziaria globale nel 2007. A dare il la ai salvataggi bancari in Europa è stata la Germania.

angela merkel 4angela merkel 4

 

La situazione del sistema bancario italiano è spesso e non del tutto correttamente messa a confronto con la Spagna, colpita assai più duramente dallo scoppio della bolla immobiliare, e che nel pieno della crisi ha fatto ricorso agli aiuti europei, contando su 40 miliardi di euro (ma ne erano disponibili fino a 100 miliardi) per ricapitalizzare le proprie banche. Si è dovuta in questo modo sottoporre a una pesante ristrutturazione e al giudizio della troika che proprio un mese fa ha dato la sua valutazione finale sul programma. Avendo appena ricevuto una patente di complessiva buona salute, sarebbe stato curioso che la Bce, uno dei tre membri della troika, procedesse ora a massicce bocciature delle banche spagnole.

 

Giulio Tremonti Giulio Tremonti

Negli altri Paesi che hanno dovuto far ricorso ai programmi europei, Irlanda, Cipro e Grecia, il collasso del sistema bancario è stato così massiccio da dover ricorrere a ingenti finanziamenti pubblici (aggravato nel caso di Dublino dalla garanzia a tappeto per 400 miliardi di euro estesa dal Governo). Il Portogallo, che aveva subito un impatto tutto sommato modesto sulle banche, ha ora dovuto sobbarcarsi un esborso di 4,9 miliardi di euro per il Banco Espirito Santo travolto da uno scandalo.

 

Le storie più istruttive sono però quelle del «centro» dell'eurozona. L'Austria, che già aveva mobilitato il 4,7% del prodotto interno lordo, secondo cifre dell'Fmi, per il settore bancario, dovrà aggiungere un altro 7% per il fallimento di Hypo Alpe Adria. In Olanda, l'aumento lordo del debito pubblico per i salvataggi bancari ha toccato il 18,7% del pil.

 

MARIO MONTI CON EMPY MARIO MONTI CON EMPY

Ma il caso più eclatante è la Germania, dove la stagione dei salvataggi bancari è stata inaugurata già nel 2008 con l'Ikb, coinvolta nella crisi dei mutui subprime americani, e diverse Landesbanken, gli istituti regionali fortemente compromessi con la politica. Queste restano il ventre molle del sistema: l'Hsh di Amburgo si è salvata all'esame della Bce soprattutto in virtù delle garanzie statali. Berlino ha poi anche attivato, una prima volta nel 2008 e una seconda nel 2012, un fondo salva-banche, la Soffin, con una dotazione di 400 miliardi di euro di garanzie e 80 miliardi per ricapitalizzare direttamente le banche. Il principale beneficiario è stata la Commerzbank, nella quale sono stati iniettati 18 miliardi di euro e che resta al 17% controllata dallo Stato. Con il suo bilancio a prova di deficit, che consente esborsi anche pesanti per salvare le banche, Berlino si fa però scudo di fronte a tutte le critiche.

Ultimi Dagoreport

giorgia meloni elly schlein giuseppe conte antonio tajani matteo salvini

DAGOREPORT - LA LEGGE ELETTORALE BY MELONI-FAZZO È PRONTA E C’È UNA SORPRESA: SECONDO RUMORS RACCOLTI DA DAGOSPIA, LA RIFORMA NON PREVEDEREBBE IL NOME DEL PREMIER SUL SIMBOLO ELETTORALE, COME INVECE SOGNAVA LA SORA GIORGIA (AVENDO FALLITO IL PREMIERATO, “MADRE DI TUTTE LE RIFORME”, PROVAVA A INTRODURLO DI FATTO) – FORZA ITALIA E LEGA HANNO FATTO LE BARRICATE, E LA DUCETTA HA DOVUTO TROVARE UN COMPROMESSO - MA TUTTO CIO'  NON TOGLIE DALLA TESTA DI GIUSEPPE CONTE, DALL'ALTO DI ESSERE STATO DUE VOLTE PREMIER, LA FISSA DELLE PRIMARIE PER LA SCELTA DEL CANDIDATO PREMIER DEL CENTROSINISTRA UNITO - ALL'INTERNO DI UN PARTITO, LE PRIMARIE CI STANNO; PER LE COALIZIONI VIGE INVECE IL PRINCIPIO DEL PARTITO CHE OTTIENE PIU' VOTI (VALE A DIRE: IL PD GUIDATO DA ELLY SCHLEIN) - NEL "CAMPOLARGO" INVECE DI CIANCIARE DI PRIMARIE, PENSASSERO PIUTTOSTO A TROVARE I VOTI NECESSARI PER RISPEDIRE A CASA I “CAMERATI D'ITALIA” DELL’ARMATA BRANCA-MELONI…

giancarlo giorgetti - foto lapresse

FLASH! – UN “TESORO” DI RUMORS: I RAPPORTI TRA IL MINISTRO DELL’ECONOMIA, GIANCARLO GIORGETTI, E IL SUO PARTITO, LA LEGA, SEMBRANO GIUNTI AL CAPOLINEA – IL “DON ABBONDIO DEL CARROCCIO”, QUALCHE GIORNO FA, PARLANDO DEL CASO VANNACCI, SI SAREBBE SFOGATO IN PARLAMENTO CON UN CAPANNELLO DI COLLEGHI LEGHISTI (TRA CUI ANCHE QUALCHE FRATELLINO D’ITALIA), MOSTRANDO TUTTA LA SUA DISILLUSIONE - LA SINTESI DEL SUO RAGIONAMENTO? “NON MI SENTO PIÙ DELLA LEGA, CONSIDERATEMI UN MINISTRO TECNICO…”

donald trump emmanuel macron charles kushner

DAGOREPORT – NEL SUO DELIRIO PSICHIATRICO, DONALD TRUMP STAREBBE PENSANDO DI NON PARTECIPARE AL G7 DI EVIAN, IN FRANCIA, A GIUGNO - SAREBBE UNA RITORSIONE PER L'''AMMONIMENTO'' DATO DAL DETESTATISSIMO MACRON ALL’AMBASCIATORE USA, CHARLES KUSHNER (CHE DEL TYCOON E' IL CONSUOCERO), CHE SE NE FREGA DI FORNIRE SPIEGAZIONI AL MINISTRO DEGLI ESTERI, BARROT, SUI COMMENTI FATTI DA WASHINGTON SULLA MORTE DEL MILITANTE DI DESTRA, QUENTIN DERANQUE - PER LO STESSO MOTIVO ANCHE GIORGIA MELONI, DIMENTICANDO CHE L'ITALIA E' NELL'UE E HA MOLTO DA PERDERE, HA IMBASTITO UNA GUERRA DIPLOMATICA CON MACRON - È UNA COINCIDENZA O C’È UNA STRATEGIA COMUNE TRA LA DUCETTA E TRUMP?