SOFFRITTI D’INTERESSE – E’ NORMALE CHE L'INGEGNER PAOLO BIASI CHE ESERCITA, DA 20 ANNI, UN POTERE ASSOLUTO SULLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI VERONA, SI FACCIA FINANZIARE LE IMPRESE DI FAMIGLIA DA UNICREDIT (DI CUI LA CARIVERONA È AZIONISTA)? – LA ‘FABBRICHETTA’ DI BIASI, SPALLA FINANZIARIA DEL LEGHISTA MARONITA FLAVIO TOSI, AVEVA UN'ESPOSIZIONE COMPLESSIVA CON LE BANCHE DI 91 MLN € E LA SOLA UNICREDIT NE AVEVA IN CARICO QUASI 70 MLN €! CHISSA’ COME AVRA’ FATTO…

Sergio Rizzo per il "Corriere Economia - Corriere della Sera"

Sembra passato un secolo. L'intemerata di Umberto Bossi risale invece a meno di due anni fa: «La gente ci dice prendetevi le banche e noi le prenderemo». Era il 14 aprile del 2010. E mentre affannosamente si cercava di capire chi fosse tutta quella «gente» che spingeva gli uomini del Carroccio a scalare i santuari del denaro, pochi notavano quello che stava accadendo a Verona, città che tre anni prima, nel maggio del 2007, era stata conquistata dalla Lega Nord con un sindaco, Flavio Tosi, che non aveva ancora compiuto 38 anni.

Un'elezione che avrebbe potuto fare anche immaginare una scossa tellurica del nono grado per i sonnolenti equilibri politici ed economici locali. Cominciando magari proprio da uno dei centri di maggior potere: la Fondazione Cassa di risparmio di Verona, principale singolo azionista di Unicredit, uno dei due grandi gruppi bancari del Nord. Per inciso, ci fu chi individuò proprio in quella banca il bersaglio delle parole del Senatùr.

VENT'ANNI
Da sempre, quando a Verona si parla di banche, il pensiero va automaticamente a Paolo Biasi, detto «La Sfinge», come ha ricordato Vittorio Malagutti un annetto fa sul Fatto Quotidiano. È un riflesso condizionato. Potentissimo e democristianissimo, Biasi si è posizionato al vertice della Cassa di risparmio esattamente vent'anni fa, nel 1992, e da lì non si è più mosso. Collezionando peraltro nel tempo, grazie a quella rendita di posizione, incarichi prestigiosissimi.

Ne ricordiamo qualcuno? Presidente di Unicredito Spa, consigliere di Mediobanca, Unicredit Banca mobiliare, Generali, Allianz e Ras. A metà degli anni Novanta ha avuto persino un posto nel comitato esecutivo della concorrente Banca intesa. Dalla Fondazione Cariverona, ente gemmato dalla Cassa di risparmio che con i dividendi di Unicredit ha distribuito per anni valanghe di quattrini sul territorio comunale, provinciale e regionale, non l'ha schiodato neppure Tosi. Anzi.

CONFERME
Per la serie «largo ai giovani», nell'ottobre del 2010 l'allora settantaduenne Paolo Biasi è stato riconfermato alla presidenza della Fondazione con il convinto sostegno del sindaco di Verona. Il quale si è accontentato (si fa per dire), di piazzare nel consiglio di amministrazione l'avvocato Giovanni Maccagnani, ex assessore comunale leghista, il quale ha in mano la delega sulle erogazioni. Praticamente, aziona i rubinetti. E non è finita lì. Perché nel frattempo a Biasi era capitata una grossa grana.

Ovvero il crac di una delle sue imprese, che aveva prodotto come effetto collaterale un'accusa di bancarotta preferenziale da parte della procura di Teramo. Un bel guaio, considerando che lo statuto della Fondazione prevedeva in caso di condanna di primo grado la sospensione automatica dall'incarico. Ecco allora materializzarsi un magnifico scudo protettivo, naturalmente con l'aiuto del sindaco.

Come ha raccontato il Corriere del Veneto, nel gennaio dello scorso anno la Fondazione ha provveduto a modificare lo statuto, introducendo una clausola in base alla quale il consiglio generale dell'ente ha il potere di reintegrare seduta stante il consigliere sospeso automaticamente. «Un lavoro ben fatto»: questo il commento di Tosi. La clausola non è mai scattata: Biasi è stato infatti assolto con formula piena. E le agenzie di stampa hanno subito riferito di una telefonata di felicitazioni del sindaco al presidente della Fondazione.

RISTRUTTURAZIONE
Mentre questa singolare vicenda rafforzava il sodalizio fra Tosi e Biasi, prendeva corpo all'ombra di un secondo conflitto d'interessi davvero sorprendente: ma soltanto per chi non conosce come nella finanza italiana sia assolutamente normale che le banche (con pochissime eccezioni) finanzino generosamente i loro amministratori.

Due giorni prima che venisse eretto lo scudo a difesa del presidente della Fondazione, accadeva che i creditori di Biasi, alle prese con la crisi del suo gruppo produttore di caldaie, sottoscrivevano un documento di 197 pagine: l'accordo quadro per la ristrutturazione del debito.

Che cosa diceva quell'accordo? Stabiliva il congelamento per tre anni, fino alla fine del 2014, dell'intera esposizione debitoria, interessi compresi, in vista di un'operazione di scorporo che avrebbe portato alla costituzione di una nuova società in grado di rilanciare l'attività. Molto istruttiva è la lettura dell'allegato D dell'accordo, quello che riporta la lista dei debiti all'aprile del 2010. L'esposizione complessiva con le banche era di 91 milioni e 867 mila euro. In cima all'elenco, Unicredit: 69 milioni 738 mila euro.

Seguita a grandissima distanza, la banca della quale la Fondazione presieduta da Biasi è il principale singolo azionista, da Cassa Veneto (9 milioni 296 mila euro), Efibanca (6 milioni 324 mila) e Sparkasse (313 mila). Somme a cui andavano aggiunti altri 7 milioni 965 mila euro di debiti verso le società di leasing: 3 milioni 148 mila con Unicredit leasing e 4 milioni 817 mila con Leasint.

Il piano di salvataggio sta andando piuttosto per le lunghe a causa di qualche ostacolo tecnico legato anche al peggioramento delle condizioni del mercato immobiliare, come ha scritto la Repubblica il 27 dicembre. Vedremo come andrà a finire. Ma resta il caso. E resta la domanda a chi ha il compito di scrivere le regole. Una domanda forse banale, ma inevitabile dopo aver visto situazioni come questa: non sarebbe il caso di farla finita anche nella finanza, con i conflitti d'interessi?

 

Paolo Biasi FLAVIO TOSIUMBERTO BOSSI FEDERICO GHIZZONI Alessandro Profumo e Dieter Rampl

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