LE “IDI” DI MARCIO - DOPO IL CRAC DEL SAN RAFFAELE, ARRIVA UN ALTRO CETRIOLO PER LA SANITÀ VATICANA: L’IDI, ISTITUTO DERMOPATICO DELL’IMMACOLATA, HA UNA VORAGINE CHE POTREBBE ANDARE DAI 300 AGLI 800 MLN € - I CONTI DELL’OSPEDALE SONO STATI SVUOTATI E I SOLDI FINIVANO NELLE TASCHE DEI DIRIGENTI GRAZIE A FATTURAZIONI PER PRESTAZIONI INESISTENTI, AL PAGAMENTO FUORI MERCATO DI FORNITORI “AMICI” E A CONTINUE SOTTRAZIONI DALLE CASSE…

Maria Elena Vincenzi per "la Repubblica"

Un buco che rischia di arrivare a 800 milioni. Una voragine ottenuta grazie a una spoliazione continua delle casse dell'Idi, istituto dermatologico dell'Immacolata di Roma. Soldi, tanti, che sparivano dai conti dell'ospedale e finivano nelle tasche dei dirigenti. Ma quando la Guardia di finanza ieri si è presentata davanti al portone degli uffici della Congregazione che gestisce l'ospedale, si è sentita rispondere che no, non potevano entrare perché quello era territorio vaticano.

Momenti di tensione diplomatica che si sono risolti solo nel primo pomeriggio, quando il Governatorato della Santa Sede ha permesso alla Fiamme gialle, per la prima volta e «a patto che non costituisca precedente», di varcare la soglia di quello che secondo loro è proprietà dello Stato pontificio. Secondo loro, già. Perché il procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi e il pm Michele Nardi, titolari del fascicolo, erano sicuri che quel civico di via della Conciliazione, la strada che porta alla basilica di San Pietro, fosse soggetta alla legge italiana.

È dovuto intervenire il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, per chiarire che il palazzo è extraterritoriale ma gli uffici no. Sta di fatto che, per entrare, gli uomini del nucleo di polizia tributaria di Roma sono stati costretti ad aspettare mezza giornata. E farsi accompagnare dalla gendarmeria. Perché se è vero che quelle stanze non appartengono alla Santa Sede, è altrettanto vero che per accedervi bisogna varcare il confine. E quindi servirebbe una rogatoria.

Una questione di diritto che ha fatto perdere parecchio tempo, ma che alla fine si è risolta: fino a tarda sera i militari hanno sequestrato carte, fatture e corrispondenza per fare luce su un buco che, secondo le stime degli inquirenti, va da un minimo di 300 a un massimo di 800 milioni di euro.

Non sono andati solo lì. Perquisizioni a tappeto anche nelle sedi degli ospedali della Congregazione (l'Idi e il San Carlo Da Nancy), del Priorato e a casa di Giuseppe Incarnato, attuale manager dell'Idi, iscritto nel registro degli indagati qualche settimana fa insieme ad altri sei dirigenti. A tutti la procura contesta l'associazione per delinquere finalizzata all'appropriazione indebita e la fatturazione per operazioni inesistenti.
In piccolo un altro "caso San Raffaele".

Nato da un esposto di decine di dipendenti dell'istituto che lamentavano il mancato pagamento degli stipendi. È bastato alzare il tappeto per far fare luce su un ammanco da centinaia di milioni. Un'emorragia che ha messo in ginocchio un ospedale che è un fiore all'occhiello della dermatologia europea. E che va avanti da anni. «Nonostante il formale cambio al vertice - si legge nel decreto di perquisizione - la gestione delle strutture è rimasta saldamente nelle mani di un gruppo omogeneo».

Che aveva un solo obiettivo: «La spoliazione continua delle casse in favore dei sodali». Un metodo che si basava su fatturazioni per prestazioni inesistenti, sul «pagamento dei fornitori, scelti su base arbitraria e preferenziale, ben oltre i prezzi di mercato» e su continue sottrazioni dalle casse degli ospedali. Soldi che, secondo l'accusa, venivano
girati sui conti dei dirigenti. Basti pensare che agli atti vi è persino un unico prelievo di Franco Decaminda (fino a gennaio consigliere delegato dell'Idi, considerato dall'accusa il dominus della struttura) da 6 milioni e 800 mila euro.

 

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