CLICCA SU “STAMPA”, CARICA E SPARA: LA PISTOLA FATTA IN CASA CHE NON FA SCATTARE IL METAL DETECTOR

Federico Cella per "Il Corriere della Sera"

Spara. La notizia è rimbalzata su tutti i siti di informazione con la velocità di un proiettile: la pistola creata con una stampante 3D funziona. E così la distanza tra il cittadino qualunque e la possibilità di possedere un'arma si riduce: basta una connessione per scaricare il progetto e la possibilità di avvalersi di uno dei tanti servizi online che stampano gli oggetti su ordinazione e li consegnano, in forma anonima, a domicilio.

Quest'ultimo passaggio poi, esterno e suscettibile di controllo, in un business come quello delle stampanti 3D in crescita verticale rischia di sparire nel giro di pochi anni. Il tempo che una macchina da 8 mila euro - tanto costa il modello della Stratasys in grado di utilizzare i polimeri di plastica molto resistenti necessari per le parti della pistola Liberator - scenda ancora di prezzo e diventi una normale dotazione domestica. Come lo sono diventate le stampanti laser.

Il nome della pistola, Liberator, è stato dato in onore delle omonime armi usa e getta create negli Usa durante la Seconda guerra mondiale con l'intento di paracadutarle sul suolo francese durante l'occupazione da parte della Germania nazista. Si tratta di un progetto open source, ossia con «codice aperto», senza diritti, che ognuno può scaricare, utilizzare e modificare a proprio piacimento.

Il «papà» del progetto è lo studente texano di 25 anni Cody Wilson, che ha fondato l'organizzazione no profit Defense Distributed con lo scopo di diffondere le «Wiki Weapons»: una «Wikipedia» di armi stampabili attraverso dispositivi 3D.

Tra i primi annunci del 2012 e lo sparo sono passati alcuni mesi e ora quello che prima era un allarme culturale, sotto gli occhi dei reporter di Bbc e Forbes - che hanno assistito alla prova dell'arma e al fatto che fosse di nuovo pronta a sparare dopo la prima esplosione - è diventato un tema attuale.

Così deve aver pensato il deputato democratico Steve Israel che lo scorso mese ha proposto una modifica alla legge Undetectable Firearms Act per includere anche le armi create con stampanti 3D. La legge si occupa di vietare quelle armi che non vengono rilevate dai metal detector, motivo per il quale nella Liberator «ufficiale» - oltre al percussore necessariamente in metallo, facilmente reperibile negli Usa in un negozio di armi - è stato introdotto ad hoc un tondino in ferro, nonché un numero seriale per ogni pistola.

Essendo però il progetto open, oltre al progetto ufficiale ce ne sono altre versioni dove non sono presenti né parti metalliche addizionali, né numero di serie: la pistola è composta da sedici parti da assemblare, ognuna delle quali può essere creata - dopo aver scaricato il file Cad del modello in tre dimensioni - tramite appunto una stampante 3D.

Che prima scioglie il materiale plastico e poi lo spinge fuori da un piccolo ugello - così come il dentifricio esce dal tubetto - in un filo sottile che crea, strato dopo strato, l'oggetto desiderato. Secondo Wilson la liceità del suo progetto è legata proprio alla libertà d'espressione: Defence Distributed non produce armi ma file di progetti, che devono essere lasciati liberi di circolare nella società dell'informazione.

Il concetto non fa una grinza, se non apparisse in questo caso artificioso. La libertà di circolazione delle idee e dei progetti è infatti alla base della filosofia dei maker, il movimento dei «produttori» che, in base a quello che si legge sul libro omonimo scritto dall'ex direttore di Wired Chris Anderson, darà vita alla «terza rivoluzione industriale».

Una «rivoluzione» fatta di oggetti prodotti a richiesta e in piccoli numeri e che parla anche italiano, con molti dei modelli delle stampanti 3D - tutti quelli fai da te - che si basano sui processori Arduino nati dalla mente di Massimo Banzi e della sua equipe di Ivrea.

I cosiddetti «artigiani digitali» si sono recentemente riuniti a New York per la fiera Inside 3D Printing, dove facevano bella mostra di sé le anteprime del futuro: chitarre, giochi per bambini, cover per telefoni, tutto fatto in casa, fino ad arrivare ai progetti della prima casa «costruita» con una stampante 3D (nascerà ad Amsterdam). Un inno alla creatività, e a un nuovo stile di economia, che rischia di steccare con l'inserimento nel coro della Liberator di Cody Wilson.

 

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