SIAMO DERIVA-TI ALLA FRUTTA - UN’ “ARMA DI DISTRUZIONE DI MASSA” DA 633 TRILIONI. 633MILA MILIARDI, PE’ CAPISSE

Andrea Greco per "Affari & Finanza - la Repubblica"

Bisognerà attendere una maggiore diffusione di dati "sensibili", oltre che la scadenza dei contratti pluriennali, per capire se il caso dei derivati del Tesoro - una dozzina di contratti swap con le banche ristrutturati nel 2012, con perdite potenziali di 8 miliardi, un quarto dei loro valori nozionali - inveri la nota definizione di Warren Buffett, secondo cui «i derivati sono armi di distruzione di massa». Quel che già si prova, e una volta di più è una meno drastica parafrasi del guru di Omaha: per la quale i derivati sono "armi di distrazione di massa".

Che servono, nel pieno rispetto delle regole comunitarie e del diritto privato, a non chiamare le cose con il loro nome. Quasi tutti i derivati, infatti, sono scambiati over the counter, in piena fumosità. È una china pericolosa, che finisce col rendere superflui i bilanci - spesso anche quelli pubblici - e infondate le analisi basate sui dati ufficiali. Soltanto le regole, e con grande fatica, possono arginare la forza di questi Leviatani: dalla diffusione avvenuta negli anni Novanta c'è voluto oltre un decennio perché Eurostat nel 2008 regolasse almeno parzialmente i derivati degli Stati, e solo a metà 2014 andrà a pieno regime, per gli intermediari privati, la direttiva Emir.

La direttiva mira a fare di un suk bilaterale over the counter un "mercato": tramite la valutazione mark to market giornaliera, l'obbligo di registrazione in banche dati e l'introduzione di una stanza terza di compensazione e garanzia per le operazioni (com'è già per le altre di tipo mobiliare).

L'ineffabile accountability dei derivati non è una tesi a effetto, ma la foto del mondo reale aggredito dalla stregoneria finanziaria. E bastano pochi dati per capirlo. Il valore nozionale dei derivati, calcolato dalla Banca dei regolamenti internazionali, è di circa 633mila miliardi di dollari, oltre nove volte il Pil del pianeta. Bisogna subito dire che il rischio effettivo sotteso a questo numero è frazionale, perché contano le posizioni nette. I derivati - chiamati così perché "derivano il loro valore da qualcos'altro, di solito un tasso, una valuta, un indice - sono contratti tra due o più parti, e chi "vende" rischio si oppone a chi lo "compra", e che si copre a sua volta con altri strumenti.

La contabilità europea è ancora poco adusa al metodo delle posizioni nette: sia per le banche, che con i criteri Ifrs danno l'esposizione lorda; sia in sede comunitaria, dove fino a pochi anni fa i derivati si potevano contabilizzare per cassa, e tuttora sono scritti sotto la linea dei conti pubblici. «Bce, Eurostat, Commissione ci misero sette anni, con il folle caso Grecia-Goldman Sachs di mezzo, per adottare una decisione che, fosse stata presa subito, avrebbe evitato tanti danni al nostro Continente», ha scritto Gustavo Piga, professore di Economia politica all'Università Tor Vergata di Roma, che nel 2001 scrisse un libro anticipatore sull'uso vario dei derivati da parte dei governi.

Il "folle caso Grecia-Goldman Sachs" riguarda l'erogazione di finanziamenti (da parte della banca d'affari più potente e blasonata al mondo) tramite strumenti derivati che anticipavano entrate future. Una brutta vicenda, che nel decennio scorso permise al paese diventato la Cenerentola d'Europa di aggregarsi alla valuta unica, nascondendo le debolezze dei suoi conti. Goldman prestò, 12 anni fa, 2,8 miliardi di euro al governo greco, tramite un derivato Irs mascherato da prestito, con costi immediati di circa 800 milioni, e prezzo della transazione quasi raddoppiato da allora.

Negli Stati Uniti, dove i derivati sono nati e hanno dato un forte contributo amplificatore alla crisi dei subprime, la contabilità Gap si basa sui valori netti. Per dare un'idea, sui dati 2012 le prime 25 banche Usa avevano in bilancio derivati nozionali per 222.000 miliardi di dollari nozionali, ma "solo" 4.760 miliardi di fair value positivo, e 4.300 miliardi di negativo, con un'esposizione netta attorno ai 400 miliardi.

I miliardi potrebbero salire a 1.061 nel caso in cui quelle scommesse andassero nel peggior modo possibile. I casi di cronaca, negli ultimi anni, abbondano su questa frontiera della finanza, che è nata per rendere più efficiente il mercato, stabilizzando i prezzi e riparando gli operatori dalle oscillazioni degli asset sottostanti. Ciò che effettivamente avviene: l'uso di derivati da parte degli emittenti sovrani per coprire le oscillazioni di tassi variabili sul debito è ampiamente diffuso, e i 160 miliardi (nozionali) del Tesoro non sono che il 10% dell'ammontare del debito pubblico quotato.

Parlando di singole banche, gli operatori hanno spesso citato come caso virtuoso l'operazione di tesoreria con cui Intesa Sanpaolo ha neutralizzato il crollo dei tassi (e conseguente crollo del margine di interesse per gli istituti), "fermando" un tasso fisso con un grande derivato su miliardi di propri impieghi, poco prima che il tasso variabile crollasse per effetto del crac Lehman.

Sempre stando alle banche italiane, si è rivelato invece disastroso l'utilizzo che di derivati fatto dall'ex gestione del Monte dei Paschi, che anche nel tentativo di bilanciare il crollo del margine di interesse si impegolò in spericolate operazioni in derivati (Alexandria, Santorini e altri) che produssero perdite da centinaia di milioni, e cosa ancor più grave impegnarono quasi 2 miliardi di liquidità senese in una fase in cui il denaro scarseggiava. Con la ristrutturazione del contratto Alexandria, oltretutto, Mps intendeva rinviare al futuro perdite che avrebbero mandato in rosso il bilancio 2009.

Le banche italiane sui dati di metà 2012 avevano contratti derivati per 218 miliardi di euro. Ma non è certo questo il paese dove i derivati hanno prodotto maggiori danni, aggirando le contabilità e le regole. Enron è fallita per avere celato i suoi debiti attraverso finanziamenti in derivati prepaid forward. Il leader assicurativo americano Aig è stato sull'orlo del crack per avere investito miliardi in credit default swap, polizze antifallimento che (a differenza delle polizze assicurative autentiche) non sono regolate né prevedono riservazione alcuna per chi le vende.

L'anno scorso Jp Morgan perse 6 miliardi in poche settimane investendone un centinaio su Cds che speculavano sul fallimento di 100 società; tutto tramite il suo desk proprietario, che operando per proteggere il business su movimenti di tassi e cambi movimenta circa 350 miliardi.

La motivazione della "copertura" è spesso chiamata in causa, ma per gli operatori privati è spesso una foglia di fico della speculazione in proprio. Uno studio di Mediobanca R&S ha calcolato nel recente passato che il 97% di future e opzioni detenuti dagli istituti europei è di tipo speculativo, volto a guadagnare - altre volte, perdere - grandi somme investendo minuzie. «Fino al 2008, molti paesi hanno sfruttato un buco nella regolazione comunitaria - racconta Piga, il primo a sollevare casi del genere nel 2001 - che di fatto autorizzava di contrarre derivati swap a condizioni off market ». In quegli anni, e specie nel decennio precedente in Europa - quando tutti i paesi riordinavano le pubbliche finanze per aderire ai parametri di Maastricht - le banche internazionali fecero ottimi affari offrendo finanziamenti di lungo termine, in forma di derivati che scambiavano tassi fissi elevati con variabili minimi.

Così l'entrata di cassa alleviava il deficit pubblico, mentre il debito restava fermo perché le rate divenivano spesa e oneri correnti, anno dopo anno. I principali swap rinegoziati dal Tesoro nel 2012, come emerso da una relazione di via XX settembre pubblicata da Repubblica e dal Financial Times, hanno tutta l'aria di essere nati come contratti off market, perché certe opzioni vendute dal Tesoro in origine erano troppo vantaggiose per la banca contraente.

Lo dimostrano anche le condizioni di rinegoziazione delle stesse: lo swap su 3 miliardi nozionali al 2036, ad esempio, impegna l'Italia a pagare un tasso fisso del 4,652% per sei anni, significativamente più alto del tasso interbancario prevalente (circa l'1,5%), quindi porta l'erario a pagare oneri addizionali di circa 150 milioni l'anno per sei anni. In aggiunta, «la controparte - si legge nella relazione del Tesoro - detiene il diritto di raddoppiare agli stessi termini il nozionale tramite una swaption, che deriva dalla necessità di assorbire tutto il mark to market della posizione preesistente».

Queste premesse ufficiali rendono scettici di fronte alle rassicurazioni di facciata del Tesoro, che senza entrare nel merito dei numeri ha rigettato l'ipotesi per cui quegli swap svantaggiosi siano serviti a migliorare i conti pubblici negli anni '90, e per cui la loro rinegoziazione in un momento drammatico per la finanza nazionale, reggente il governo Monti, «non ha portato aggravio, né perdite».

 

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