CAMPANE A MORTO PER DON VERZÉ - ANCHE L’ULTRANOVANTENNE PRETE-À-PORTER DEL SAN RAFFAELE INDAGATO PER BANCAROTTA: PERQUISIZIONI IN CORSO DA STAMATTINA - FONDI NERI IN CONCORSO COL FACCENDIERE DACCÒ CREATI CON SOVRAFATTURAZIONI E “RESTITUZIONI” DI ENORMI SOMME DI DENARO IN “NERO”, CHE IL SUICIDA MARIO CAL AVREBBE CONSEGNATO A DACCÒ PER DESTINAZIONI MISTERIOSE (PARADISI CARAIBICI?)…

1 - SAN RAFFAELE, FINANZIERI NEGLI UFFICI DI DON VERZÈ...
Da "Repubblica.it"

Sono in corso da questa mattina una ventina di perquisizioni da parte della Guardia di Finanza di Milano negli uffici di presidenza del San Raffaele e in sedi di società collegate o con cui la struttura creata da don Verzè ha avuto rapporti di lavoro. L'attività delle fiamme gialle rientra nell'inchiesta della procura di Milano, di cui sono titolari i pm Luigi Orsi, Laura Pedio e Gaetano Ruta, che ha portato al fermo, da convalidare in arresto, del faccendiere Piero Daccò, intermediario in rapporti d'affari e di consulenze con il San Raffaele. Sarà sentito dal gip domani o dopodomani, la richiesta di convalida del fermo infatti non è stata ancora inviata dalla procura al giudice Vincenzo Tutinelli.

Oltre a Daccò i magistrati di Milano hanno iscritto nel registro degli indagati per concorso in bancarotta don Verzè, che si aggiunge al nome dell'ex direttore finanziario Mario Valsecchi, a cui veniva contestato anche il reato di false fatturazioni. Gli indagati sono in tutto cinque, oltre a quelli già citati, ci sono anche i costruttori Pierino e Giovanni Luca Giammarchi (padre e figlio), titolari di società che ha fatto lavori per decine di milioni di euro per conto del San Raffaele.

I magistrati ipotizzano che loro, come forse altri, abbiano fatto parte di un sistema che permetteva al San Raffaele di creare fondi neri. I lavori venivano sovrafatturati e pagati di più del dovuto così gli imprenditori retrocedevano una parte dei guadagni al San Raffaele che creava così fondi neri.

Gli uomini della Guardia di Finanza di Milano hanno anche perquisito gli uffici della presidenza dell'istituto San Raffaele. Sembra sia stata perquisita anche la cascina adiacente alla struttura ospedaliera. Si tratta della residenza dei Sigilli, ovvero la 'famiglià che vive con don Verzè: una decina di persone in gran parte dipendenti e dirigenti della Fondazione Monte Tabor. Tecnicamente, i Sigilli, sono i 'soci dedicatì dell'Associazione Monte Tabor.

2 - «SAN RAFFAELE, FONDI NERI» IN CELLA IL FACCENDIERE DACCÒ CONCORSO IN BANCAROTTA, IL FONDATORE DON VERZÉ TRA I 5 INDAGATI...
Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella per il "Corriere della Sera"

Due interrogatori-fiume a tarda sera in Procura, un uomo d'affari fermato per pericolo di fuga, e don Luigi Verzé fra i 5 indagati per concorso in bancarotta: è la prima svolta nell'inchiesta della Procura di Milano sul quasi crac della Fondazione San Raffaele-Monte Tabor, lo scorso 28 ottobre ammessa dal Tribunale fallimentare (seppure con parecchie condizioni) al concordato preventivo in base al piano dello Ior e dell'imprenditore Vittorio Malacalza per salvare il colosso sanitario che impiega 3.800 dipendenti, fondato dal 91enne vulcanico prete-manager ma svuotato da un buco-record di un miliardo e mezzo di euro e squassato dal suicidio in istituto il 18 luglio del 71enne vicepresidente Mario Cal.

A finire in carcere per la notte, in attesa che oggi il giudice delle indagini preliminari di turno decida sulla richiesta della Procura di convalidare in arresto lo stato di fermo, è il 55enne Piero Daccò, intermediario in rapporti d'affari e di consulenze con il San Raffaele, accreditato di ottime entrature in Regione Lombardia e indicato come molto vicino a Comunione e Liberazione, nato in provincia di Lodi ma residente a Londra, con interessi e case in Svizzera ma propaggini societarie più o meno dirette in Olanda e a Curacao.

Proprio l'intensificarsi della sua permanenza all'estero più che in Italia, sommata ad alcuni suoi movimenti finanziari, hanno indotto i pm a cogliere ieri l'occasione di un breve rientro in Italia di Daccò per sottoporlo a un fermo. Le carte fanno così affiorare le prime acquisizioni delle indagini svolte dalla sezione di polizia giudiziaria (mista GdF e PS) della Procura, e mostrano che i pm stanno cercando di orizzontarsi nel labirinto del volatilizzato miliardo e mezzo seguendo un filo d'Arianna in apparenza relativamente esile: la traccia di 3 milioni e mezzo di euro per i quali Daccò risulta indagato per concorso in bancarotta in relazione a tre episodi.

Il loro denominatore comune è il meccanismo: la Fondazione San Raffaele, strapagando con sovrafatturazioni i fornitori che poi le retrocedevano notevoli quantità di contanti, si sarebbe procurata enormi somme di denaro in «nero», che Cal avrebbe consegnato all'intermediario Daccò per destinazioni che sinora non appaiono indicate nel provvedimento di fermo.

In esso, invece, e relativamente a uno dei tre episodi, don Verzé compare per la prima volta come coindagato di Daccò per l'ipotesi di concorso in bancarotta, così come in un altro episodio si trova nella medesima situazione l'ex direttore finanziario Mario Valsecchi, che sinora era l'unica persona che si sapeva indagata e solo per false fatturazioni.

Nelle stesse ore si precipitavano in Procura due fornitori molto particolari della Fondazione San Raffaele, i costruttori (padre e figlio) Pierino e Giovanni Luca Zammarchi, le cui società (come Diodoro e Methodo) hanno avuto in portafoglio per decine di milioni di euro moltissimi lavori per il San Raffaele, come la vicina residenza alberghiera o la struttura di Olbia.

Indagati anch'essi per concorso nella bancarotta del San Raffaele, sempre per il meccanismo delle restituzioni in «nero» al San Raffaele, i due Zammarchi iniziano nel pomeriggio di ieri due interrogatori separati, ma contemporanei, che a tarda serata in Procura non erano ancora terminati: uno nell'ufficio del pm Laura Pedio, l'altro in quello del collega Gaetano Ruta, con il pm Luigi Orsi a fare la spola tra le due stanze e quella del capo del pool reati finanziari Francesco Greco.

Per i Zammarchi è il momento più delicato, ma non il primo inciampo giudiziario: nell'aprile 2008 il pool Antimafia aveva ipotizzato che il clan di camorra di Vincenzo Guida (poi assolto sia dall'associazione mafiosa sia da un delitto), allo scopo di salvare parte del proprio patrimonio dalle confische seguite a una inchiesta del 1999/2001, nel 2003-2006 avesse fittiziamente intestato terreni e immobili a Milano (posti allora sotto sequestro per 10 milioni) in pancia a una società rispettabile come appunto la Diodoro.

Ma il Tribunale nel 2010 aveva assolto gli imputati e restituito i beni alla Diodoro, ritenendo che non li avesse comprati con i soldi affidatile dai camorristi per sfuggire alla confisca, ma con gli utili conseguiti dal gruppo in 15 anni di attività imprenditoriale nell'edilizia.

3 - AFFARI AI CARAIBI E MISTERI L'UOMO OMBRA DELLA SANITÀ - NELL'AGENDA DEL SUICIDA CAL IL SUO NOME COMPARE SPESSO...
Mario Gerevini e Simona Ravizza per il "Corriere della Sera"

Chi ha visto l'agenda personale di Mario Cal, il manager suicida, braccio destro di don Luigi Verzé, sa che c'era un nome che si ripeteva, pagina dopo pagina, appuntamento dopo appuntamento: Piero Daccò. Eppure l'uomo d'affari, ufficialmente di affari con il San Raffaele non ne aveva. Non aveva incarichi formali. Dicono che fosse una specie di amministratore delegato ombra. Ma è un'esagerazione. Fonti vicino a Daccò sostengono che in realtà avesse avuto contatti di lavoro sporadici per affari sanitari e non.

Come per esempio l'intermediazione per l'acquisto di un jet che è costato un bagno di euro alla Fondazione Monte Tabor, la holding del gruppo ospedaliero che, sotto la gestione del Vaticano, sta ora tentando di uscire dalla crisi con un concordato preventivo. Dunque chi è il cinquantacinquenne Pierangelo, detto Piero, Daccò? Difficile inquadrare un uomo che ha fatto e fa molti mestieri, che ha e ha avuto molti domicili, oggi famiglia a Lodi, residenza a Londra. E che da sempre appartiene al circolo esclusivo degli uomini della sanità più vicini a Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia.

Nato come imprenditore di servizi ospedalieri (lavanderie), cresciuto nel territorio d'affari di Comunione e Liberazione, gran tessitore di relazioni, società a Lugano in Svizzera, controllata da una holding olandese che fa capo a una «cassaforte» di Curaçao ai Caraibi a sua volta rifornita di milioni di euro da una finanziaria panamense. Dodici milioni di euro, per la precisione, come risulta da alcune carte contabili.

Affari propizi, dunque, con diversificazioni nell'immobiliare in Italia e all'estero. E, per anni, in Olanda, un socio ciellino doc come Antonio Simone, ex assessore regionale alla Sanità proprietario di un jet da 3,5 milioni di euro. Sempre lì si gira intorno: la sanità. Chi lo vedeva all'opera al San Raffaele considerava Daccò, a torto o a ragione, una sorta di ufficiale di collegamento tra l'ospedale e la Regione Lombardia, grande committente di fatturato sanitario. L'uomo di Formigoni, dicono in molti. Ma all'insaputa di Formigoni? E poi per fare cosa? Oppure giocava in proprio la sua partita di businessman che offre servizi a una grande azienda come il San Raffaele?

Suo sponsor politico fu Michele Colucci, il socialista che controllava il mondo sanitario in Lombardia all'inizio degli anni 90. Grande amico dell'attore comico Renato Pozzetto, a sua volta molto legato a Mario Cal, Daccò fu tra gli sponsor nel '97 della candidatura di Renato Botti alla direzione generale della Sanità lombarda. Quel Botti che sarebbe poi diventato direttore generale del San Raffaele.

Sempre lì si torna, come fosse una casa comune. E l'agenda di Cal racconta di una frequentazione assidua, più volte alla settimana. Il grande potere sotterraneo di Daccò emerge in occasione delle due ambitissime cene che organizza ogni anno nei migliori ristoranti italiani: Cracco, Sadler, Antica Osteria del Ponte. Il gotha della sanità lombarda si ritrova con la forchetta in mano e capotavola Formigoni.

È il mondo del manager con holding a Curaçao. Che però, considerate le radici sanitarie, ancora non si capisce bene quale competenza abbia avuto nell'intermediare il jet acquistato dal San Raffaele. Un'operazione chiusa con una società neozelandese e per la quale Daccò avrebbe incassato una commissione. Quell'aereo è stato pagato più del suo valore, avevano raccontato l'estate scorsa fonti del San Raffaele al Corriere. E se è vero quella plusvalenza che fine ha fatto? Forse Daccò potrà chiarire quell'operazione. E magari raccontare perché si vedesse un giorno sì e l'altro no con l'uomo che gestiva il San Raffaele.

 

DON VERZE Mario Cal Don Verze' e Mario CalOSPEDALE SAN RAFFAELEospedale_san_raffaele_milanoCUPOLA DELL'OSPEDALE SAN RAFFAELE

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