ALLA FUENTES DEL DOPING - LA GROTTA DEI MIRACOLI DEL DOTTOR FUENTES ERA MEJO DEL ‘GENERAL HOSPITAL’: UN LABORATORIO CON DUECENTO SACCHE DI SANGUE, ORMONI, ANABOLIZZANTI E 23 FALDONI CON I NOMI DEGLI ATLETI ‘CLIENTI’ - NON SOLO CICLISMO: PRODOTTI ANCHE PER CALCIATORI - NEL 2010 DISSE: “SE PARLASSI, ALLA NAZIONALE SPAGNOLA TOGLIEREBBERO LA COPPA DEL MONDO” - IN SPAGNA NEANCHE I GIUDICI VOGLIONO ASCOLTARLO…

Andrea Nicastro per il "Corriere della Sera"

Calle Zurbano, dove il Dottor Doping aveva attrezzato la sua grotta dei miracoli, non è troppo lontano dal tribunale che in questi giorni lo sta giudicando. In linea d'aria sono 6 chilometri. Da quel laboratorio sono emerse oltre duecento sacche di sangue, 23 faldoni di appunti con i nomi in codice degli atleti, i programmi di «rinforzo» personalizzati, le ricette per mescolare anabolizzanti e ormoni.

C'è anche la contabilità dell'imbroglio. Migliaia di euro ogni atleta pompato. C'è l'abisso del ciclismo in quei documenti, ma non solo. È spuntato il nome di una squadra di Liga, la Real Sociedad e su molte sacche ematiche (ormai in gran parte inutilizzabili per la prova del Dna perché incredibilmente dimenticate fuori dal freezer dalla Guardia Civil) c'è scritto «Campionati d'Europa». E per i ciclisti non ci sono «Campionati d'Europa». Per i calciatori sì.

Il Dottor Doping, alias Eufemiano Fuentes, poche volte si è nascosto. Molte altre ha fatto capire di poter sconvolgere lo sport più di quanto abbia già fatto. Lui lavorava per tutti, non solo per i ciclisti. Lo disse nel 2010: «Se parlassi, alla nazionale spagnola toglierebbero la Coppa del Mondo». L'ha appena ripetuto alla sbarra: «Non solo ciclisti, nel 2006 avevo clienti tra calciatori, pugili, ginnasti, tennisti».

Il problema è che nessuno in Spagna l'ha mai voluto sentire. Altrove (in Italia, ad esempio) non hanno potuto. Anche in questi giorni, in tribunale a Madrid, c'è solo il Coni italiano che insiste perché Fuentes faccia tutti i nomi che sa. Julia Santamaria, la giudice madrilena che lo ha sul banco degli imputati, ha al contrario escluso che si possa leggere il disco fisso del medico. Questione di privacy dei pazienti.

Per Fuentes i suoi «preparati biologici» erano parte dell'allenamento come flessioni e piegamenti. I concetti di doping, salute e sport non esistevano. Anche perché, in gran parte, nei primi anni di attività non erano neppure proibiti. Nel 1990, l'ex mediocre quattrocentista delle Canarie divenuto medico sportivo, aveva 35 anni.

L'Epo sintetico che aumenta la concentrazione di globuli rossi era appena entrato in commercio. Fuentes lavorava per una squadra ciclistica spagnola, la Once, in corsa per la Vuelta. Il giorno dopo si sarebbe corsa a Maiorca una cronometro decisiva. Fuentes prenotò due posti: uno per sé, l'altro per una cassa frigo, di quelle per i gelati (o le sacche di sangue congelato). Dei giornalisti lo stuzzicarono: «Che c'è lì dentro?». E lui compito: «Le chiavi per la Vuelta».

Vinse Melchor Mauri della Once aggiudicandosi la corsa spagnola. E così di anno in anno, tutti i corridori delle squadre del Dottor Doping. La sua fama cresce, non è più solo medico, diventa stratega, manager, deus ex machina. È a lui che allude la battuta che circola del gruppone che suda per le strade del giro di Spagna: «Inutile che provi la fuga, tanto è il Dottore a decidere chi vince».

Fuentes si era fatto le ossa in famiglia, a metà degli anni 80, come aiuto medico alla Federazione atletica. Squalificata per doping Cristina Pérez. Sua moglie. Dopo il 2000, si mette in proprio. È troppo bravo per fare solo lo stregone di una squadra di ciclisti. Senza più l'esclusiva amplia il portafoglio clienti. Arruola nel laboratorio anche la sorella medico e fa soldi a palate. In nero.

«Potrei identificare i nomi nascosti dietro ai codici segnati sulle sacche di sangue» ha detto Fuentes in tribunale. «No grazie» ha replicato la giudice. L'avvocato del Coni presente in aula è sbottato: «Incredibile».

Per la Spagna vedere gettare fango sull'orgoglio nazionale conquistato negli anni dal tennis o dal calcio sarebbe un'umiliazione peggiore di un primo ministro in manette. Se Fuentes potesse dimostrare che giocatori del Real Madrid o del Barcellona si sono dopati, allora anche i Campionati del Mondo e d'Europa vinti a ripetizione, perderebbero di valore. Fuentes lo sa. È la sua assicurazione sulla vita.

Fuentes è alla sbarra solo per «attentato alla salute pubblica». La sua tesi è che Epo e autotrasfusioni non facciano male. Magari alterano i risultati, ma tant'è, così fan tutti. Lui era semplicemente il più bravo. E impunito. La tesi della Spagna, invece, qual è? A guardare leggi, atteggiamenti e dirigenti dello sport, non è affatto chiaro. Dal processo di Madrid il Dottor Doping può persino uscirne pulito. Sarà troppo anche per la Spagna?

 

 

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