ILVA E FIAT LEGATE A DOPPIO FILO: SE UNA SALTA, L’ALTRA SALTA IL CONFINE E VA NEGLI USA

Ugo Bertone per "Libero"

O si rifà l'industria o si chiude bottega. Esagerando (ma non troppo) può essere questo lo slogan di una settimana cruciale per i destini dell'industria italiana. La prima emergenza, naturalmente, riguarda l'Ilva, il fornitore essenziale, tra l'altro, dell'industria meccanica. In caso di stop allo stabilimento di Taranto, crescerà la tentazione dei vertici di traslocare il più in fretta possibile la testa del gruppo che nascerà dall'integrazione tra Fiat e Chrysler.

E non solo la testa: se Melfi piuttosto che Pomigliano dovranno ricevere l'acciaio da impianti tedeschi o francesi, di sicuro dovranno patiranno un nuovo aumento dei costi.

E Sergio Marchionne, tra pochi giorni in visita al neo ministro Flavio Zanonato, non potrà che dire: io ci provo ad essere un buon italiano. Ma voi ci volete? Insomma, si rischiano due colpi da Ko per l'industria manifatturiera italiana, senza la quale,ha sottolineato lo stesso premier Enrico Letta, la ripresa non è possibile. Con buona pace di chi crede che si possa riprendere la strada della crescita grazie all'agricoltura a chilometro zero o all'agriturismo (senza infrastrutture).

Data la premessa, è il caso di recuperare lo spirito del gioco di squadra, quello che l'Italia ha saputo dimostrare in più occasioni negli ultimi 60 anni, da quando lo Stato (vedi l'Ilva) produceva l'acciaio e la Fiat lo trasformava in automobili, con il concorso di tante aziende medie e piccole che hanno reso possibile il miracolo di casa nostra. Proviamo a rinfrescare, nella cornice europea, la tattica della squadra tricolore.

Non basta, in questa cornice, garantire in qualche maniera la continuità dell'impianto di Taranto per evitare l'esplosione di una legittima rabbia operaia. Non basta inventare un qualche inghippo (alla Alitalia, per intenderci) per evitare il giudizio Ue.

Al contrario, si tratta di aprire un tavolo per l'intero settore acciaio, sia in Italia che in Europa. La Germania, ove vivacchia il gruppo Thyssen sulle ceneri di altri gruppi al tramonto, o la Francia che lancia inutili ultimatum al padrone indiano di Mittal non stanno molto meglio della siderurgia nostrana.

È il momento delle scelte, oggi come 60 anni fa (come ben racconta "La rincorsa frenata", il libro sulla politica industriale italiana di Patrizio Bianchi appena uscito in libreria) si tratta di ideare la produzione di acciai speciali per una manifattura d'avanguardia, in grado di conquistare i mercati. Come già capita, nell'indifferenza generale, nelle officine di Modena o del Piemonte occidentale capaci di creare componenti chiave per le multinazionali d'avanguardia.

È in questa chiave che ha senso il messaggio da lanciare al ceo di Fiat e Chrysler. Caro Marchionne, lei è un patrimonio cui non possiamo rinunciare se vogliamo rilanciare la manifattura italiana nel mondo. Ma non dimentichi, caro Marchionne, che se gli Usa hanno accettato la sua scommessa su Chrysler è perché è lei ha portato in Usa la tecnologia dei motori italiani, tipo quelli della Vm di Cento, provincia di Ferrara, che sono uno degli ingredienti della riscossa di Chrysler così come i diesel Gm continuano ad essere pensati alla torinese Powertrain.

Non dimentichi che Chris Anderson, il guru della tecnologia Usa che lei tanto apprezza, ha di recente scritto «il design italiano è un brand internazionale; non si dice design americano o cinese piuttosto che russo. È qualcosa che deriva da una lunga tradizione» che si sposa benissimo con l'hi-tech. Insomma, ben venga il matrimonio Torino-Detroit. Niente da eccepire se la gigantesca operazione finanziaria (un movimento da 20 miliardi di dollari) avrà come terreno di battaglia le banche di Manhattan e per palcoscenico la Borsa di New York.

Niente da eccepire a quel che ieri ha detto John Elkann: «Oggi il mondo ci offre delle grandi opportunità, e il fatto di essere un'azienda che opera in molte zone del mondo ha garantito molte più possibilità alle nostre attività in Europa che se non fosse stato così». Ma l'Italia, nonostante Maurizio Landini, certi giudici e la burocrazia più invasiva dell'Occidente, può essere ancora una buona squadra.

 

Sergio Marchionne fiatilvaproteste ilva a tarantoILVA TARANTO CORTEO DEGLI OPERAI DELLILVA E CONTESTAZIONE jpegLogo "Fiat"enrico letta

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