ILVA DA SLOCCARE - L’AZIENDA IMPUGNA IL SEQUESTRO, ZANONATO PREPARA UNA LEGGE AD HOC - RIVA ACCIAIO PRODUCE 230 MLN DI UTILI


1. RUSH FINALE PER SBLOCCARE RIVA ACCIAIO - L'AZIENDA IMPUGNA IL SEQUESTRO MA SCRIVE AL CUSTODE: DISPONIBILI A COLLABORARE PER LA RIPRESA
Matteo Meneghello e Domenico Palmiotti per "Il Sole 24 Ore"

Il governo mette mano al codice di procedura penale per salvare gli stabilimenti di Riva Acciaio. Il provvedimento potrebbe essere esaminato dal Consiglio dei ministri già domani. L'ipotesi è stata illustrata ieri dal ministro per lo Sviluppo economico, Flavio Zanonato, in audizione davanti alle commissioni attività produttive della Camera ed industria del Senato. La norma alla quale sta lavorando il Mise si configurerebbe come un articolo 104 ter del Codice.

Come ha ricordato ieri il ministro l'articolo 104 bis prevede, in caso di sequestro, che «l'amministratore giudiziario abbia a disposizione i beni ma non i soldi», che confluiscono nel Fondo unico di Giustizia. La strada ipotizzata per consentire il sequestro senza bloccare l'attività produttiva è fare in modo che «quando il sequestro riguarda le attività produttive - ha detto Zanonato -, il giudice nomina un amministratore che dispone anche dei soldi, e che ha il compito di gestire l'attività per garantire la produzione, l'occupazione e tutto il resto, con valore anche retroattivo».

Il Mise è in contatto con il ministero della Giustizia per valutare la fattibilità di quest'ipotesi, già prospettata anche al procuratore di Taranto («l'ha ritenuta interessante» ha detto Zanonato) in vista del Cdm. Il ministro ha poi confermato la scelta dei Riva di ricorrere alla Cassa integrazione per gli oltre 1.400 dipendenti di Riva Acciaio, messi in libertà da venerdì.

Per quanto riguarda il capitolo ammortizzatori, il titolare del dicastero del Lavoro, Enrico Giovannini ha sottolineato in un question time alla Camera come gli incontri con la proprietà hanno evidenziato la possibilità di una rapida ripresa dell'attività e, per questo motivo, «al momento non serve un intervento di integrazione salariale, trattandosi di imprese sane».

L'azienda, in una lettera inviata martedì al custode giudiziario Mario Tagarelli (e per conoscenza al ministro Zanonato e al sottosegretario Claudio De Vincenti), ha sottolineato la propria disponibilità a «fare tutto quanto in potere per assicurare nel più breve tempo possibile la ripresa delle attività produttive». Più in generale Riva Acciaio torna a premere su Tagarelli, affinchè ci sia un incontro urgente «per una disamina congiunta della situazione e dei suoi possibili sbocchi». Nella stessa lettera, l'azienda sottolinea che «pare imprescindibile un confronto con lei serrato e non limitato a scambi epistolari».

Se è vero, infatti, che il custode afferma di non essere ancora entrato in possesso dei beni sequestrati (controvalore totale circa 600 milioni, come detto dalla Procura di Taranto), è altrettanto vero che il gruppo resta paralizzato sotto il profilo finanziario con le banche che «in diretta e immediata conseguenza del sequestro, hanno congelato tutti i fidi che erano stati faticosamente riaperti a sostegno delle attività aziendali». Nel frattempo, gli avvocati di Riva Acciaio hanno già presentato in Corte di Cassazione ricorso contro il sequestro ordinato dal gip di Taranto, Patrizia Todisco, nell'ambito della più generale inchiesta sull'Ilva.

Sebbene non direttamente coinvolta dall'ultimo sequestro poichè «scudata» dalle leggi 231 del 2012 («Salva Ilva») e 89 del 2013 (commissariamento e nomina di Enrico Bondi), anche l'Ilva paga il fatto che una serie di controllate hanno i conti sequestrati. Ieri infatti l'Ilva ha accreditato gli stipendi di agosto ai 111 dipendenti della società «Taranto Energia» che nel siderurgico gestisce la centrale elettrica da 1.100 Mw funzionale alla produzione dell'area a caldo.

In qualità di controllante, l'Ilva ha dovuto anticipare le retribuzioni che i dipendenti di «Taranto Energia» avrebbero dovuto prendere il 12 settembre, quando però i conti erano già stati sottoposti ai sigilli giudiziari. La situazione a Taranto è quindi tornata relativamente tranquilla ma sia Bondi che i sindacati temono che, se lo stallo di Riva Acciaio dovesse proseguire ancora, anche il siderurgico e l'Ilva stessa potrebbero subire contraccolpi.

Perchè con i conti bloccati si trovano anche le altre società controllate da Ilva come come Sanac con unità a Gattinara, Massa, Vado Ligure e Assemini, Innse Cilindri di Brescia, Ilva Servizi Marittimi di Genova, Ilvaform di Salerno, Cilestri di Lecco, Como e Gallarate. Un migliaio di stipendi che «ballano» denuncia la Fim, e di cui certo non potrebbe caricarsi Bondi come per «Taranto Energia».

Intanto ieri l'Ilva ha garantito che pagherà i fornitori al contrario del blocco che c'è invece nel gruppo Riva. «Ilva - si legge in una nota - comunica di non aver sospeso e di non aver intenzione di sospendere i pagamenti propri e delle proprie controllate che proseguono quindi con la consueta regolarità».


2. UN'IMPRESA DA 230 MILIONI DI UTILI - L'ANNO SCORSO GLI IMPIANTI ELETTROSIDERURGICI DEI RIVA HANNO COMMERCIALIZZATO 1,5 MILIONI DI PRODOTTI FINITI, DI CUI IL 90% IN ITALIA
Matteo Meneghello per "Il Sole 24 Ore"

Chiude con un utile di 243 milioni il bilancio 2012 di Riva Acciaio, la holding controllata al 100% da Riva Forni Elettrici, alla quale fa capo il business siderurgico dei Riva nei prodotti «lunghi», oggi paralizzato dal provvedimento di sequestro della procura di Taranto. Il risultato netto, considerato il fatto che i ricavi delle vendite ammontano, nello stesso periodo, a 867,7 milioni di euro (in pesante flessione rispetto agli 1,046 miliardi dell'anno precedente) ha carattere di eccezionalità ed è diretta conseguenza delle numerose operazioni societarie orchestrate dal gruppo negli ultimi mesi per separare i due business dei lunghi (Forni Elettrici) e dei piani (Ilva).

La relazione sulla gestione allegata al bilancio 2012 di Riva Acciaio precisa che la scissione è finalizzata «a creare due gruppi operanti nei distinti settori, a consentire a ciascun settore di perseguire le migliori scelte strategiche, a potenziare le opportunità di crescita, a svilupparne l'autonomia e l'efficienza». Secondo alcuni osservatori, l'operazione potrebbe rispondere anche all'esigenza di separare i destini delle diverse società per proteggerle dai contraccolpi dell'inchiesta giudiziaria. Obiettivo peraltro non raggiunto.

Dall'Ilva la procura pugliese infatti è arrivata fino ai laminatoi della Valcamonica ma le attività estere, per esempio (8 siti produttivi in Francia, 3 in Germania, 2 in Belgio, uno in Spagna e uno in Canada) sono oggi saldamente controllate dalla società di diritto lussemburghese Stahlbeteiligungen holding Sa, separata da Riva Acciaio. E sono molti, tra i clienti e i fornitori, a giurare che i Riva starebbero vagliando la possibilità di abbandonare al loro destino le attività italiane, spostando le produzioni sugli impianti esteri.

Il consistente risultato netto raggiunto l'anno scorso dalla holding che gestisce le attività elettrosiderurgiche italiane dei Riva deriva proprio dalle operazioni che hanno consentito questa distinzione tra i diversi filoni d'attività. Come si evince dalla lettura della relazione sulla gestione di Riva Acciaio, nel corso dell'anno è stata deliberata la scissione della partecipazione detenuta nella collegata Stahlbeteiligungen holding (in cui si trovano le partecipazioni estere), a beneficio della controllante Riva Fire spa (che a sua volta, per un'operazione di scissione ha trasferito a Riva Forni Elettrici l'intera partecipazione detenuta in Riva Acciaio). Prima che questa scissione fosse efficace, Riva Acciaio ha incassato dalla collegata un dividendo per 256,250 milioni.

Grazie a questa componente straordinaria, la società ha potuto chiudere con un cospicuo utile un conto economico che, guardando alla sola gestione industriale, evidenzia invece un risultato negativo di 8,6 miloni di euro, a fronte di un valore della produzione di 867,7 milioni e costi pari a 921,6 milioni. L'ebitda è comunque positivo per 22,3 milioni di euro, ridotto di un terzo, però, rispetto ai 62,4 milioni dell'anno precedente. Il patrimonio netto della società ammonta a 456 milioni: nel corso dell'esercizio il livello di copertura delle immobilizzazioni con mezzi propri è migliorato, passando da 0,87 a 1,76; l'indice di indebitamento complessivo è sceso da 1,38 a 0,43.

Per il resto, Riva Acciaio nel 2012 ha avviato nuovi investimenti relativi al miglioramento degli impianti, all'adeguamento alle nuove norme in tema di sicurezza dell'ambiente di lavoro, di ecologia e di logistica. La spesa impegnata è stata di 37 milioni e ha riguardato tutti i siti produttivi: Caronno Perusella, Lesegno, Verona, Annone Brianza, Sellero, Malegno e Cerveno. Gli approvvigionamenti di rottame per gli stabilimenti sono stati pari a circa 1,567 milioni di tonnellate, in calo del 7% rispetto al 2011 (e con prezzi, segnalano gli amministratori nella relazione, mediamente diminuiti del 9 per cento).

La produzione totale di acciaio ha subito una diminuzione del 5%, in linea con l'andamento del mercato. In particolare, l'anno scorso le acciaierie hanno prodotto 1,557 milioni di billette. I prodotti lunghi lavorati dalle aziende del gruppo (billette laminate, laminati mercantili, profilati, tondo per cemento armato e vergella) sono stati pari a 1,375 milioni, mentre i prodotti a freddo (trafilati, pelati, rettificati, rete, filo trafilato) sono stati pari a 219mila tonnellate. Nel 2012 Riva Acciaio ha spedito quasi 1,5 milioni di tonnellate di prodotti finiti, di cui solo il 10% sui mercati esteri, principalmente nel bacino comunitario.

 

 

banch ilva riva ilvafabio riva Flavio Zanonato FABIO ED EMILIO RIVA Alfano, Franceschini,Patroni Griffi e Letta nella foto postata da Zanonato sul suo profilo Twitteracciaieria

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