giovanni ferrero

“L’ALDILÀ? SPERO VI SI TROVI UN BARATTOLO DI NUTELLA” – GIOVANNI FERRERO, IMPRENDITORE E PRESIDENTE DI FERRERO, SI RACCONTA A ALDO CAZZULLO E SPIEGA PERCHE’ HA LA RESIDENZA ALL’ESTERO: “NEGLI ANNI DI PIOMBO, PER PAURA DEI RAPIMENTI (FU IL GENERALE DALLA CHIESA AD AVVERTIRE MIO PADRE), CI TRASFERIMMO A BRUXELLES, DOVE SONO CRESCIUTO, VIVO E PAGO LE TASSE” - MA ANCHE LA SEDE DELLA FERRERO È ALL’ESTERO (“LA SEDE LEGALE È UNO STRUMENTO GIURIDICO, NON UN SENTIMENTO”) – L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE (“NESSUN POSTO DI LAVORO IN AZIENDA VERRÀ SOSTITUITO DALL’IA") E IL SUO OTTAVO ROMANZO “IL DISCEPOLO”, UNA STORIA ISPIRATA A CARAVAGGIO: “SCRIVO TRA LA NOTTE E L’ALBA. NON HO PAURA NELL’ESSERE ETICHETTATO COME SCRITTORE DELLA DOMENICA…”

Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera - Estratti

 

Giovanni Ferrero, la prima domanda viene spontanea: essendo impegnato in un’azienda non piccola, dove ha trovato il tempo di scrivere il suo ottavo romanzo? 

«Il tempo non lo trovo, lo rubo. Ho l’abitudine di alzarmi prestissimo, a un’ora in cui il mondo non chiede ancora niente a nessuno. Ebbene, quell’ora tra il buio e l’alba è mia. La scrittura abita quell’ora crepuscolare da anni come un’architettura parallela. 

giovanni ferrero 4

 

 

Non una fuga dal lavoro. Piuttosto, un prepararsi alle attività. Ma il vero confronto con la pagina bianca avviene durante il fine settimana e le vacanze. Naturalmente, procedo lentamente, pubblicando ogni tre, quattro anni. D’altronde, il lavoro assorbe al 90 per cento del tempo, e le priorità non cambieranno in futuro. Non si preoccupi: non ho paura dell’essere etichettato come scrittore della domenica!». 

 

(…)

 

Come prepara un romanzo?  Cosa legge, cosa studia? Come ha preparato «Il discepolo»? 

«È un processo di incubazione, quello narrativo, che si nutre di più esperienze: l’aneddotica di strada, la sfera fantasmatica dell’immaginario, le letture. Per “Il Discepolo” sono tornato al Longhi...». 

giovanni ferrero nutella

 

Che tra l’altro è nato ad Alba. 

«Sì. E poi alle biografie più recenti di Caravaggio, ad articoli di giornale, a recensioni di galleristi e critici d’arte. E sono andato nei luoghi: la Cappella Contarelli, San Luigi dei Francesi, Villa Borghese, Napoli. È serendipico per eccellenza». 

 

Cioè? 

«Il punto di arrivo non coincide mai con le premesse di partenza. Caravaggio, che personifica l’archetipo del genio maledetto per eccellenza, mi ha sempre affascinato. Ma l’idea che ne avevo prima del Discepolo è molto distante da quella che ho adesso». 

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(...)

Lei immagina il ritrovamento di un quadro perduto di Caravaggio, che incrocia una storia ambientata nella Roma di oggi. Ma chi è il protagonista, Ernest Hamilton? 

«Un pittore anglosassone eccentrico e scostante, un dandy bohèmien dignitosamente dissoluto, un nobile decaduto e senza futuro. Ma pure un personaggio capace di guardare l’Italia da fuori, con quella lucidità un po’ fredda e sorniona che noi italiani non possiamo avere, e di vivere una deriva esistenziale sempre in sospensione fra realtà ed immaginario. Insomma, un inetto del quotidiano; ma un artista vero». 

E Tatiana? «Pelle candida, occhi allungati, eleganza discreta...». 

«È il contrappeso, la figura sfuggente e misteriosa che non si lascia narrare. Lascio al lettore lo spazio per immaginarla, nel suo fascino conturbante di femme fatale dell’Est Europa». 

 

(…) 

Come trova la Roma di oggi? 

«La trovo più stanca, più disordinata di vent’anni fa. O forse sono solo io ad essere invecchiato. Eppure, non meno bella. L’unica capitale al mondo in cui un cantiere stradale può scoprire un tempio». 

giovanni ferrero 3

 

Nei suoi romanzi sentiamo echi di letture classiche — Hemingway, Conrad — ma anche del thriller internazionale, compreso Dan Brown. Quali sono i libri della sua formazione? E quelli che oggi tiene sul comodino? 

«Mi sono formato su Dostoievskij, che ritengo il più grande psicologo di ogni tempo. E poi i grandi anglosassoni: Conrad, Woolf, Wilde. Ho un debole pure per la letteratura francese: Hugo, Zola, Maupassant e, beninteso, Balzac, ai miei occhi il più grande di tutti. Sul comodino c’è lui. Lo stesso Dostoievskij se lo faceva tradurre, tanto era appassionato dalla Comedie Humaine». 

 

giovanni ferrero nutella 1

I romanzi non si possono raccontare. Si può discutere dei temi che sollevano. Uno di questi è la fede. Lei crede in Dio? 

«Credo come si crede da adulti, con lunghi silenzi, qualche dubbio, e momenti di certezza che arrivano per vie inattese. Le fede è un cammino». 

 

Come immagina l’aldilà? 

«Mi piace pensarlo come a un compimento del nostro percorso terreno, non come un altrove; una continuazione, non un vuoto e un’assenza. Ma voler descrivere quel che rimane un mistero è la peggior presunzione e la peggior poesia. E spero vi si trovi un barattolo di Nutella». 

 

Qual è il primo ricordo della sua vita? 

«Le Langhe in autunno, una nebbia bassa e un odore, quello inconfondibile della nocciola tostata». 

 

E il primo ricordo che ha di suo padre, Michele? 

«Ne ho migliaia. È sempre in me. Un padre esemplare, meritevole di stima, e un imprenditore straordinario, di cui non si può non avere ammirazione. Sempre con un prodotto. Per lui, il prodotto era una persona: andava ascoltato. Ora lo immagino parlare con un altro imprenditore visionario in paradiso, William Kellogg: che coppia!». 

 

giovanni ferrero 55 copia

Al funerale di suo fratello Pietro, nel Duomo di Alba, lei disse una frase che mi colpì molto: «Tu credevi in un valore che domani non conterà più nulla e già oggi è tenuto in conto da pochi, l’onestà».Che cosa intendeva dire? 

«Pietro era così: una cortesia totale verso la vita, e l’idea che la parola dovesse coincidere con la cosa fatta. Mentre il mondo oggi sta scivolando verso un’altra grammatica. Quella dell’apparire, non dell’essere». 

 

Ora se n’è andata anche sua madre, Maria Franca. Che ricordo ha di lei? 

«Mia madre era una donna di un’eleganza interiore rarissima, discreta e capace di una tenacia silenziosa. È stata un punto di riferimento per noi tutti». 

 

Adesso il capofamiglia è lei, Giovanni. Come vede il futuro dell’azienda? 

giovanni ferrero il discepolo

«Il futuro dell’azienda è scritto nella sua identità: una grande impresa, un grande sforzo collettivo, dei grandi talenti, che continua a pensarsi a lungo termine. Cresceremo con disciplina, ma senza tradire ciò che siamo. La continuità non è conservazione, stasi; è la capacità di restare riconoscibili nei cambiamenti». 

 

Si temeva che il baricentro della Ferrero venisse spostato da Alba. Invece è accaduto il contrario, la ricerca, la mente dell’azienda si sono concentrate ad Alba. Perché ha fatto questa scelta? 

«Perché Alba non è la sede sentimentale, la radice identitaria, il retroterra storico. Alba è il cervello produttivo, lì ci sono il know how e la competenza di prodotto. Il cuore pulsante che irrora il nostro sistema sanguigno. Ne siamo fieri». 

 

I critici però ricordano che la sede della Ferrero è all’estero, e anche lei ha la residenza all’estero. Cosa risponde? 

«La sede legale è uno strumento giuridico, non un sentimento, né tantomeno un portato valoriale, un costrutto identitario. Ferrero è italiana per cultura, stile, provenienza, estro creativo. È quello che conta». 

 

Anche lei però ha la residenza all’estero. 

«Negli anni di piombo per paura dei rapimenti — fu il generale Dalla Chiesa ad avvertire mio padre — ci trasferimmo a Bruxelles, dove sono cresciuto, vivo e pago le tasse». 

 

giovanni ferrero franca fissolo paola rossi

Come vede il futuro del nostro Paese? Denatalità, delocalizzazioni, impoverimento del ceto medio: l’Italia sembra non avere più fiducia in se stessa. 

«L’Italia ha smesso di pensarsi come Paese in costruzione. È questa, credo, la radice di molti suoi problemi. La denatalità è un sintomo: non si fanno più figli quando non si crede più nel futuro. Eppure nei territori, nelle università, l’energia c’è ancora, è viva e vibrante. Forse manca il racconto collettivo, che riannodi i fili.  Fare sistema, ecco. Il governo si sta adoperando molto in questo senso». 

 

Cosa consiglierebbe a un diciottenne? Cosa studiare, quali esperienze fare? 

«Impari l’inglese in modo fluente, abbia conoscenze digitali e di computer science, viaggi e si faccia una visione internazionale, non solo turisticamente. Si annuncia un periodo storico in cui saranno gli algoritmi a farci vincere. Società, modelli competitivi, sistema bancario, istituzioni: tutti dovranno investire nelle nuove tecnologie. Purtroppo l’Europa è un po’ in ritardo». 

 

Appunto, gli algoritmi. L’intelligenza artificiale distruggerà il lavoro intellettuale? O ci migliorerà? 

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«È un tema centrale per ridisegnare l’architettura del futuro. Gli studi indicano che l’AI sui lavori ripetitivi white collars solo negli Stati Uniti potrà rimpiazzare metà dei posti di lavoro nei prossimi cinque anni. Le big tech (open AI, Meta, Google) hanno investito trecento miliardi quest’anno per accelerare l’AI. Per me, deve essere confinata al potenziamento della prestazione, non alla sostituzione dell’umano». 

 

In Ferrero come fate? 

«Abbiamo affidato l’uso dell’AI a comitati etici. Nessun posto di lavoro verrà sostituito dall’intelligenza artificiale. La useremo, ma solo per potenziare la produttività; non per sostituire l’uomo. A tutto campo e in tutte le funzioni aziendali». 

 

Sta dicendo che nella sua azienda nessuno perderà il lavoro?

«È così. Al centro resterà l’uomo. L’AI sarà usata in una logica di potenziamento, non in una logica sostituiva. Ma è una nostra scelta; le regole mancano. Le autorità di governo devono legiferare su questo; altrimenti presto sarà troppo tardi. In America si è gonfiata una bolla speculativa che vale il 2, 3 per cento del Pil, e ora sono tutti contenti, perché oggi si vince tutti; ma domani si rischia una crisi sociale gravissima».

 

Altri suoi romanzi sono ambientati in Africa: come mai ne è così affascinato?È in Africa il futuro dell’umanità?

«L’Africa è il continente più giovane al mondo, e la giovinezza è sempre futuro. Ferrero ha relazioni profonde con il continente, a cominciare dalle filiere del cacao. Ma la ricchezza di culture, anche tribali, e etniche è indescrivibile. Oltre alla presenza della natura primigenia. È lì che il Novecento è già finito per davvero».

michele ferrero con la moglie maria franca. i figli Pietro e Giovanni e la madre Piera

 

La Ferrero è in tutto il mondo. Che prospettive vede, non tanto per il gruppo, che va benissimo, quanto per il mondo? Il cambio climatico la preoccupa? 

«È la grande questione della nostra epoca. Per noi, è una questione quotidiana: filiere agricole, energia. Sono preoccupato, ma non rassegnato, anche se la Carta di Parigi non è stata rispettata. Si può fare ancora molto, a fronte di una sfida in cui non si ha il lusso dell’essere disfattisti». 

 

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