GIORNO DOPO GIORNO, LA PROVA CHE ALL’ORIGINE DEL FALLIMENTO DEL SISTEMA BRILLA LA FEDERAL RESERVE USA

1-LIBOR, FREDDIE MAC AVVIA LA CAUSA
Marco Valsania per "Il Sole 24 Ore"

Lo scandalo della manipolazione dei tassi d'interesse da parte delle banche entra in una nuova fase, quella dei grandi ricorsi per danni da parte degli investitori. Freddie Mac, il colosso del mercato immobiliare americano salvato e tuttora controllato dal governo, ha deciso portare in tribunale oltre una dozzina di grandi istituti globali per i danni, potenzialmente multimiliardari, sofferti dallo scandalo di manipolazione del Libor.

Non solo: l'ente ha messo formalmente sotto accusa, per la prima volta dallo scoppio del caso, la British Bankers' Association, ovvero l'associazione privata delle banche britanniche che è responsabile del calcolo dell'indicatore sulla base dei dati riportati da un gruppo di istituti di credito. La Bba, che di recente ha accettato di rinunciare alla supervisione del Libor, avrebbe «partecipato» al complotto per manipolare l'indicatore. E lo avrebbe fatto per motivi pecuniari e opportunistici: le entrate ricavate dall'elaborazione dell'indicatore e il desiderio di non antagonizzare le società finanziarie che la compongono.

Gli istituti messi sotto accusa comprendono molte grandi firme: JP Morgan, Bank of America e Citigroup negli Stati Uniti; Deutsche Bank, Ubs e Credit Suisse in Europa. Banche, cioè, che sono state o sono tuttora sotto inchiesta da parte delle autorità federali e internazionali per la manipolazione del Libor, considerato l'indicatore di riferimento al mondo per i tassi di interesse.

Tre gruppi, Ubs, Barclays e Royal Bank of Scotland, hanno finora accettato di pagare sanzioni per circa 2,5 miliardi di dollari allo scopo di archiviare lo scandalo. Ma adesso per tutti loro affiora un altro spettro: quello del moltiplicarsi di riscorsi degli investitori, una trentina negli Stati Uniti - portati a nome di fondi, città e aziende - dai quali potrebbe scaturire una class action su cui è attesa l'opinione di una corte di Manhattan.

L'azione di Freddie Mac, intentata in data 14 marzo presso un tribunale della Virginia, è ad oggi la più eclatante. Anche perché è sostenuta, implicitamente, dal governo americano, il suo azionista di controllo. E perchè potrebbe essere rapidamente seguita da un secondo gigantesco ricorso della società immobiliare sorella, Fannie Mae, che ieri ha fatto sapere di voler considerare un proprio ricorso.

Freddie Mac, da sempre un investitore in bond e swap legati ai mutui e al Libor, nel ricorso ha accusato in dettaglio le banche di aver cospirato per falsare l'indicatore tra il 2007 e il 2010: avrebbero abbassato ad arte il suo valore nell'intento di «nascondere i loro problemi finanziari e gonfiare i loro profitti».

I danni chiesti non vengono specificati, ma alcune stime interne esistono e sono state riportate dal Wall Street Journal. E sono ingenti: Freddie Mac e Fannie Mae avrebbero sostenuto almeno tre miliardi di dollari di perdite a causa della manipolazione dei tassi di interesse.

2- WASHINGTON DECLASSA JP MORGAN
M.Val. per "Il Sole 24 Ore"

JP Morgan ha ricevuto un nuovo «schiaffo» dalle autorità di supervisione del settore bancario americano. Ed è uno schiaffo che lascia il segno: l'Office of the Comptroller of the Currency, parte del Dipartimento del Tesoro, ha declassato al di sotto della sufficienza piena la valutazione dei vertici del grande istituto, un tempo indiscusso modello di gestione nel panorama dell'alta finanza.

Il declassamento, di un gradino, è confidenziale ed è avvenuto lo scorso luglio. È stato però portato ora alla luce dal Wall Street Journal e il giudizio non è nel frattempo cambiato. Il nuovo voto dell'Occ equivale a quello dato a uno studente in difficoltà: «Necessita miglioramenti». Tecnicamente fa parte di un sistema di rating sullo stato delle banche denominato Camels. La «m» sta per management: in una scala da 1 a 5 la credibilità dei dirigenti di JP Morgan è scivolata dal livello 2, vale a dire «soddisfacente», al livello 3, dove più in dettaglio si afferma al contrario che le capacità degli executive e del board «potrebbero non essere adeguate».

Al livello 3, dimostrazione della serietà dell'affronto, erano caduti istituti in affanno durante la crisi finanziaria quali Bank of America e Citigroup, tra il 2008 e 2009. JP Morgan, al contrario, l'anno scorso ha generato profitti annuali record per oltre 21 miliardi e vanta una capitalizzazione di mercato di 187 miliardi di dollari, seconda solo a Wells Fargo. A scottare la banca, però, è stato anzitutto il grave scandalo sui derivati, la cosiddetta Balena di Londra, esploso l'anno scorso: le irresponsabili e aggressive scommesse sono costate all'istituto perdite per oltre 6 miliardi.

Il prezzo più alto lo sta però pagando forse oggi: un colpo alla reputazione del chief executive Jamie Dimon e dei suoi collaboratori. Le accuse di inadeguati controlli interni e le pressioni sui vertici hanno continuato a susseguirsi anche prima delle rivelazioni sul rating: nei giorni scorsi hanno avuto luogo dure audizioni al Congresso, che ha pubblicato un rapporto di 301 pagine nel quale il management viene messo sotto accusa per aver ingnorato colpevolmente i rischi. E la Federal Reserve durante i suoi stress test annuali sulle principali 18 banche americane ha approvato solo con riserva i piani di capitale, vale a dire di dividendi e buyback azionari, di JP Morgan, esprimendo preoccupazione proprio per la solidità del management.

La banca ha cercato ieri di lasciarsi alle spalle almeno una controversia: il suo ruolo nel crack del broker Mf Global nel 2011. Ha raggiunto un un accordo da 546 milioni di dollari con i rappresentanti legali dei clienti del broker, di cui era fiduciario. In particolare verserà cento milioni in risarcimenti e rinuncerà a vantare diritti su fondi per 417 milioni depositati presso di lei da MF Global. Jp Morgan restituirà anche 29 milioni di dollari trovati in una linea di credito. Ma per Dimon e i suoi collaboratori il recupero della credibilità sarà una strada in salita.

 

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