PER TELECOM, TIM BRASIL NON È IN VENDITA: ALIERTA NON LA MOLLA A MENO DI BASTONATURE DELL’ANTITRUST BRASILIANO - CHI STA RASTRELLANDO I TITOLI?

1. TELECOM: TIM BRASIL NON È IN VENDITA - LA CONSOB MONITORA GLI SCAMBI IN BORSA E OVER THE COUNTER
Antonella Olivieri per "Il Sole 24 Ore"

Tim Brasil non si vende. Anche dopo l'uscita dal gruppo di Franco Bernabè, Telecom Italia non ha cambiato opinione sulla strategicità della controllata sudamericana. A ribadirlo è stato il presidente dell'operatore carioca, Rodrigo Abreu, che, in un'intervista a «O Estado de San Paolo», ha ricordato che «l'azionista di controllo ha esplicitato in maniera assolutamente chiara che non esiste alcun processo di vendita di Tim Brasil, nè formale, nè informale».

Una posizione che risulta essere pienamente in linea con quella dell'ad della capogruppo, Marco Patuano, con il quale - ha detto il manager a capo dell'unità brasiliana - «i contatti sono frequenti». Si potrebbe, insomma, forse riflettere sulla presenza in Argentina, ma non sul Brasile. Ovviamente, ha osservato Abreu, tutto ha un prezzo: «Se qualcuno volesse pagare il doppio di quello che vale la tua auto, probabilmente ci penseresti».

Il doppio in questo caso vorrebbe dire almeno 10 miliardi di euro per il 67% detenuto da Telecom Italia, un prezzo che solo un nuovo entrante sul mercato sarebbe forse disposto a riconoscere. Al contrario, in un'ipotesi di spezzatino con la ripartizione delle attività di Tim tra i suoi concorrenti su piazza (Telefonica, Oi e Slim), non sarebbe realistico, secondo fonti locali, pensare di spuntare più di 7 miliardi di euro.

Ma Abreu ha anche voluto sottolineare che Tim Brasil «continua col suo piano di investimenti da 3,6 miliardi di reais all'anno» e che Telecom Italia «non ha problemi di liquidità». Anche perché il gruppo tricolore - aggiunge - «ha una generazione di flussi di cassa invidiabile e margini per migliorare la sua performance operativa». E inoltre in Telecom «ci sono diverse discussioni in corso sul riequilibrio della struttura di capitale e sulla riduzione del debito, incluso un aumento di capitale».

Fonti vicine all'azionariato ricordano che nelle recenti modifiche dei patti Telco, Telefonica ha spuntato una call per rilevare, volendo, le quote dei soci italiani (all'equivalente di 1,1 euro per azione Telecom) a partire dal 1° gennaio dell'anno prossimo, ma Mediobanca, Generali e Intesa Sanpaolo non hanno invece una put per vendere i loro pacchetti agli spagnoli.

Di conseguenza, i soci italiani hanno tutto l'interesse a proteggere il loro investimento residuo in Telco (poco più del 60% della quota originaria) e questo non si concilierebbe con una "svendita" del Brasile. Poichè Telecom ribadisce la volontà di investire in Italia per l'ammodernamento della rete - era questo il punto centrale del piano industriale al quale Patuano ha lavorato quest'estate - non si può escludere a priori che in futuro possa tornare d'attualità l'esigenza di un rafforzamento patrimoniale, anche se al momento l'ipotesi parrebbe essere accantonata.

Abreu ha anche chiarito che, dal punto di vista regolatorio, lo stato attuale dei nuovi accordi Telco non muta la situazione in Brasile, che restano cioè in vigore tutti i vincoli posti dalle autorità locali per assicurare la concorrenza tra le attività di Telecom e di Telefonica. Lo stesso presidente dell'Anatel (l'authority brasiliana delle tlc), Joao Rezende, ha confermato che l'attuale accordo Telco, allo stato, non muta la situazione.

A riguardo delle dichiarazioni del ministro delle comunicazioni Paulo Bernardo, secondo il quale la soluzione migliore sarebbe la vendita di Tim Brasil, il presidente della società ha precisato che questa indicazione avrebbe senso nello scenario di una fusione tra i due gruppi europei, ma che non è questo il caso. Se poi Telefonica esercitasse l'opzione per aumentare la partecipazione in Telco-Telecom, con relativi diritti di voto, questo dovrebbe passare «dall'approvazione delle autorità italiane, brasiliane e argentine».

Intanto, mentre Telecom rallenta un po' la corsa in Borsa - +1,39% a 0,6915 euro tra scambi che hanno interessato 160 milioni di pezzi - la Findim di Marco Fossati ha comunicato in Consob di essere salita sopra la soglia rilevante del 5%, passando, venerdì 11 ottobre, dal 4,99% al 5,004%. La Consob fa sapere che sta attentamente monitorando gli scambi, sia sul mercato ufficiale che over the counter.


2. IL MISTERO DI TELECOM "REGINA" DI BORSA
Massimo Giannini per "Affari & Finanza - la Repubblica"

Ammettiamolo. Ci siamo un po' "distratti" con lo scandalo Alitalia. Ma ne avevamo ben donde. Non si può definire in un altro modo l'epilogo prima drammatico e poi patetico della compagnia di bandiera, «salvata» da un assegno arrivato per «Posta aerea» a un passo dalla bancarotta. Facciamo due conti. Il «salvataggio» del 2008, giocato con il consueto cinismo dal Cavaliere nel poker elettorale, è costato 6-7 miliardi. Da allora Alitalia ha perso altri 1,2 miliardi.

Oggi il povero Sarmi, per un'operazione che non si è mai vista in nessun'altra parte del mondo, cala altri 75 milioni di risparmi dei suoi ignari correntisti. Poi, chissà, toccherà a Fintecna, con un altro pacco di milioni. Totale a spanne: 8-9 miliardi di denaro pubblico. Ci sarebbe solo una cosa da fare: spedire la «fattura» a Berlusconi, che da Palazzo Grazioli ha strumentalmente concepito l'orrida «Fenice», e a Corrado Passera, che da Banca Intesa l'ha volenterosamente partorita.

Paghino loro, non gli incolpevoli contribuenti. Ma da che cosa ci siamo distratti? Da un altro scandalo, quello di Telecom, l'altro grande «campione nazionale» che, a un passo dal crack, dovrebbe essere a sua volta «salvato», non con le toppe delle Poste, ma con le pezze a colori di Telefonica.

Su Telecom succedono due cose. La prima cosa è incoraggiante. Al Senato, grazie a Massimo Mucchetti, passa una mozione no-partisan sottoscritta da tutti i gruppi, tranne i soliti grillini abbarbicati ai loro tetti fisici e ideologici. Impone al governo di rivedere al più presto, con lo strumento della decretazione d'urgenza, la legge sull'Opa obbligatoria.

E punta a introdurre la fatidica «seconda soglia», grazie alla quale, ad esempio in un caso come Telecom, gli spagnoli «controllori» a pieno titolo di Telecom sarebbero costretti a lanciare l'Offerta anche senza aver superato il 30% del capitale. Un passo nella modernità, che speriamo Letta si affretti a compiere. La seconda cosa è inquietante. In attesa che inizi la corrida di Alierta, e che si proceda a sostituire Bernabè, il titolo è finito nella spazzatura, com'era largamente prevedibile.

Ma il downgrading di Moody's, anziché affossare le quotazioni, le ha letteralmente incendiate. In una settimana Telecom è cresciuta di oltre il 7%, dopo un exploit che viaggiava a due cifre già da metà settembre. Soprattutto, è passato di mano oltre il 35% del capitale.

Una cifra colossale, e francamente ingiustificabile, sia pur considerando la sottovalutazione pregressa e la grande attesa del mercato sulle mosse di Madrid in casa nostra e in Brasile. Chi sta comprando, a parte Blackrock che dopo l'ultimo acquisto ha in pancia più titoli italiani di quelli posseduti da tutti i fondi d'investimento tricolore? E perché sta comprando? Un sasso nello stagno, che speriamo la Consob si affretti a scandagliare.

 

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