SE DAI UN POLSO ALLA TECNOLOGIA, TI PRENDERÀ TUTTO IL CORPO - ORA LO SMARTWATCH, DOMANI I CHIP SOTTOPELLE: OGNI MINUTO UN “BEEP” PER FAR VEDERE AL MONDO CHE QUALCUNO CI CERCA

Gianluca Nicoletti per “La Stampa

 

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Se dai un polso alla tecnologia, ti prenderà tutto il braccio. Ancora più ti camminerà dentro fino a occupare ogni interstizio libero del tuo corpo. E’ l’era «wearable», bellezza! La tecnologia produrrà dispositivi che s’indosseranno come fossero una maglietta della salute.

 

Si comincia con l’ orologio e si finirà con il microchip predittivo, quello che ti metteranno sottopelle e che avvertirà qualcuno quando potresti stare per lambire allo schiatto finale. E’ lampante che lo smartwatch soppianterà ogni altro tipo di orologio da polso, nulla oggi è fantasticamente glamour quanto la tecnologia per comunicare… Quindi per comunicarsi, quindi per esistere.

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E’ altrettanto sicuro che il suggello della Mela era necessario, perché lo smartphone da polso scaraventasse nel cassetto dell’ oblio ogni possibile orologio griffato. Per essere sincero io viaggio da quasi un anno con un aggeggio simile al polso e, finora, sono stato sempre guardato come un alieno, esattamente come a me da ragazzo sembrava pura fantascienza l’eroe dei fumetti Dick Tracy. Il poliziotto che già dagli Anni 30 comunicava con la centrale parlando attraverso il suo orologio.

 

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E’ facile che, ora che il brand più strafighetto che ci sia ha dato la sua benedizione pure all’orologio connesso, null’altro che uno smartwatch sarà concepibile per guardare l’ora. Certo è che quella della verifica oraria è la funzione meno importante dell’apparecchietto che di orologio conserva ancora, solo vagamente, la forma. Ciò di cui andremo tutti tronfi è il segnalatore di notifiche; volete mettere avere sotto controllo gli sms, la mail, Facebook, Twitter, Messenger WhatsApp, Instagram, Linkedin e chi più ne ha più ne metta?

 

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L’ impatto sociale è fantasticamente devastante: ogni minuto un beep (per i più fanatici, altrimenti si può anche silenziare) che avverte che qualcuno ci ha scritto, ci ha «linkato», ci ha cercato, si è ricordato che siamo al mondo. E’ una funzione che potrebbe provocare qualche serio imbarazzo nei momenti d’intimità con aventi diritto, ma volete mettere l’effetto che questo fa in una riunione di lavoro?

 

Nello stravaccamento di una serata tra amici? In metropolitana, per strada, al mercato, in libreria, in ogni agglomerato umano in cui possiamo dare pubblica ostentazione della nostra social-esistenza? Con l’ orologino, pur di blasonata marca, che ci era stato magari regalato per qualche fulgida tappa della nostra vita, dalla prima comunione alla pensione, che mai potevamo far vedere più delle lancette e del cinturino?

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Il vero problema sarà per chi vorrà ancora classicamente considerare l’acquisto dell’orologio una scelta legata a valori umani oltre che di stile. Gli orologi di marca acquistano valore con il passare del tempo, un orologio «vintage» assolve la stessa funzione di uno appena costruito, ma assume un significato di gusto, di scelta esclusiva.

 

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Gli orologi di pregio si passano di padre in figlio, si ereditano dai nonni, restano in famiglia come un bene comune destinato a mantenere, attraverso il misuratore del tempo, un contatto costante tra generazioni. L’orologio si slaccia dal polso solo quando non si reputa più indispensabile essere vincolati allo scandire necessario o futile della giornata, quando ad esempio si dorme o ci si ama. Insomma chi ancora crede che ci siano attività umane che non vadano svolte «con l’orologio in mano» dovrà mutare radicalmente propri parametri di rassicurazione.

 

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Lo smartwatch, però, ha bisogno di ricarica quasi quanto uno smartphone. La ricerca di una presa con il caricatore in mano quindi raddoppierà, almeno fino a che non verranno messe in commercio batterie più durature. Lo smartwatch è il gemello più piccolo del vostro telefono, ma ancora più ancorato al vostro corpo, dato che già comincia a darvi informazioni su alcuni vostri parametri biologici, vi aiuta a stabilire i cicli del sonno, vi conta i passi e vi dice quante calorie bruciate. Io, sinceramente, non ho mai usato queste funzioni, ma ne sento parlare un gran bene da mie amiche e mi fido.

 

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Dovrò però considerare che quella cosa al mio polso è una protesi di cui avrò sempre più bisogno e questo mi porterà alla convinzione di aver presto bisogno di un modello che sia sempre di più interconnesso al mio benessere. Dovrò quindi pensare che è ora di cambiarlo, come un qualsiasi telefono che diventa vecchio in sei mesi. Ecco quindi che si allarga il solco tra gli antichi oggetti da polso e quelli di ultima generazione.

 

Per il crescere della grande famiglia dei dispositivi «wearable», con cui faremo i conti nell’immediato futuro, ancora c’è tempo: l’«Internet delle cose» è dietro alla porta e non potremo sottrarci. Per ora giochiamo con i nostri telefonini da polso e aspettiamoci, al prossimo giro, di avere un led che si accenderà sottopelle e ci dirà ogni mattina se arriveremo in buona salute fino alla sera.

 

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