big tangenti eni

SULLE TANGENTI ENI-NIGERIA HANNO INDAGATO ANCHE INVESTIGATORI AMERICANI, SU RICHIESTA DELL’ENI – LE MAZZETTE FINITE AL GOVERNO AFRICANO E FINITE IN JET E CADILLAC – IL RUOLO DEI PRESTANOME AMERICANI - IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA ADOKE HA RIFERITO CHE ENI E SHELL ERANO CONSAPEVOLI DI DOVE FINIVA LA SOMMA

 

Stefano Feltri e Carlo Tecce per il Fatto Quotidiano

 

I dirigenti dell’Eni hanno preso tangenti? E quel miliardo di dollari che l’azienda petrolifera controllata dallo Stato ha pagato per i diritti di sfruttamento del colossale giacimento petrolifero Opl245 è finito tutto in mazzette al presidente nigeriano e altri politici e burocrati locali?

 

FABIO DE PASQUALEFABIO DE PASQUALE

Per i pm di Milano Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, che a fine dicembre hanno chiuso le indagini sulla vicenda, la risposta è “Sì” a entrambe le domande, tanto che sono indagati per corruzione internazionale l’ex amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni e il suo successore Claudio Descalzi, all’epoca a capo della divisione petrolifera del gruppo. Vista la rilevanza dell’affare e la gravità delle accuse, note dal 2014, anche l’Eni ha avviato una sua indagine interna per capire se c’è stata corruzione. Il collegio sindacale, l’organismo di controllo, si è rivolto allo studio legale americano Pepper Hamilton, che a sua volta ha coinvolto gli investigatori della Fg International Solutions. Il risultato è un report presentato sia all’Eni che alla Sec, l’autorità di Borsa americana, e trasmesso anche al dipartimento di Giustizia americano.

claudio descalzi  claudio descalzi

 

Ai soci e alle Ong che ne chiedevano conto, nell’assemblea degli azionisti 2016, i vertici dell’Eni si sono limitati a comunicare che “non sono emerse evidenze di condotte illecite in relazione alla transazione di Eni e Shell con il governo nigeriano del 2011 per l’acquisizione della licenza”. Ma il Fatto ha potuto leggere il rapporto integrale di Pepper Hamilton e di zone d’ombra nel comportamento dell’Eni ne emergono parecchie.

 

Il 28 maggio 2014 l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia trasmette alla Procura di Milano una serie di informazioni ricevute dalle autorità inglesi e americane: ne emerge il grafico che vedete qui accanto. Il 29 aprile 2011 l’Eni bonifica 1,092 miliardi di dollari a un conto vincolato del governo nigeriano presso la banca Jp Morgan Chase a Londra (non il conto abituale dello Stato, ma uno parallelo).

 

Descalzi ScaroniDescalzi Scaroni

Quei soldi poi vengono girati a una società aperta nel 2010 alle isole Marshall, Petrol Service, ma la banca che doveva riceverli – la Bsi di Lugano – li rimanda indietro. La somma allora inizia a disperdersi per mille rivoli: non un solo euro andrà al popolo nigeriano. Secondo quanto hanno ricostruito le autorità finanziarie di Usa, Gran Bretagna e Italia ben 523 milioni finiscono in società riconducibili a Abubakar Alyu, un presunto prestanome del presidente nigeriano Goodluck Jonathan che era la controparte istituzionale dell’Eni nell’affare. Alyu è indicato negli schemi con il soprannome di “mister Corruzione”.

 

Un’altra considerevole fetta della somma, 336 milioni di euro, finisce negli Stati Uniti su un conto della Rocky Top Resources, una società dietro la quale ci potrebbe essere Dan Etete, ex ministro del petrolio nigeriano che era anche dietro la Malabu, società titolare della concessione petrolifera per l’Opl245.

 

Quei soldi servono a comprare, tra le altre cose, un jet Bombardier Vision 6000 da 56 milioni intestato a una fiduciaria dell’isola di Man (e diversi forum nigeriani danno conto di polemiche su un nuovo Bombardier del presidente Jonathan nel 2012), poi tre Cadillac Escalade 2011 da 195.000 dollari l’una. Auto che non arriveranno mai in Nigeria, però: il dipartimento di Stato Usa impedisce l’esportazione di veicoli blindati.

Goodluck Jonathan Goodluck Jonathan

 

Su altri 200 milioni di euro si apre una lite legale a Londra, li reclama Emeka Obi, un mediatore nigeriano coinvolto in una lunga fase di trattative e poi escluso quando l’Eni decide di trattare direttamente con il governo di Jonathan (ci sono quindi 10 milioni anche per l’ex ministro della Giustizia Bayo Ojo San che aveva riassegnato la concessione alla Malabu dopo una serie di contenziosi). Parte dei soldi di Obi, quelli rimasti a Londra, vengono sequestrati proprio su richiesta dei pm di Milano.

 

Quanto sapeva l’Eni? La versione ufficiale dell’azienda in questi anni è che ha trattato solo e soltanto con il governo nigeriano senza avvalersi di intermediari. Incalzata dall’Ong Global Witness, Eni ha ribadito: “Riteniamo che il governo di una nazione sovrana non debba essere messo in discussione e che l’aver siglato un accordo direttamente con esso garantisca la completa trasparenza della transazione”. Una versione che, a leggere il rapporto di Pepper Hamilton, è almeno incompleta.

 

Bombardier Vision 6000Bombardier Vision 6000

Fin dal 2007, ricostruiscono gli avvocati americani assoldati dal collegio sindacale dell’azienda, Eni sapeva che dietro la Malabu c’era Dan Etete che, da ministro del petrolio tra il 1995 e il 1998, aveva assegnato il giacimento Opl 245 alla Malabu, la cui proprietà era schermata. Il 23 febbraio del 2007 alcuni dirigenti Eni (Claudio Mastrangelo, Fabrizio Bolondi e Lionello Colombi) incontrano all’hotel Four Seasons di Londra emissari della Malabu, e c’è anche Etete. Nel memo di quell’incontro, infatti, Etete viene indicato come “il titolare della Mamabu”, con un refuso.

 

Nel 2009 Eni inizia a trattare con un intermediario, Emeka Obi, sedicente banchiere d’affari titolare della Energy Value Partners e che parla a nome della Malabu (e di Etete). Obi esordisce facendosi pagare un “gettone di partecipazione” (Participation Fee) da 661.857 dollari soltanto per consentire all’Eni di accedere a una “data room virtuale” relativa all’Opl 245. Una specie di banca dati. Si tratta di una mazzetta di benvenuto?

 

Cadillac Escalade 2011Cadillac Escalade 2011

I sospetti di Pepper Hamilton e del collegio sindacale di Eni sono così concreti da richiedere un supplemento di indagine agli investigatori di Fg International Solutions: il responso è che la certezza non si può avere, ma i dipendenti Eni interpellati dicono che era la prima volta che assistevano a un pagamento simile per accedere ai dati, peraltro poco rilevanti. Fg non riesce a stabilire se poi dai conti di Obi quei soldi siano finiti a membri del governo nigeriano.

 

Il report di Pepper Hamilton chiarisce invece che nel 2011, al momento dell’accordo finale sul giacimento, “durante i negoziati e l’esecuzione dell’accordo il personale dell’Eni era consapevole del vincolo contrattuale in base a cui il 100 per cento di 1,092 miliardi da pagare al governo nigeriano doveva poi essere pagato a Malabu”. Addirittura c’erano rappresentanti di Malabu alle riunioni con Eni e il governo. E il ministro della Giustizia Adoke ha riferito in Parlamento che Eni e Shell erano consapevoli di dove finiva la somma.

Pepper HamiltonPepper Hamilton

 

Tutti i soldi sarebbero andati quindi a quella società che dal 2007 l’Eni sapeva essere riconducibile a Etete. Non solo: dal 2010 il Risk Advisory Group, cioè l’intelligence interna all’Eni, aveva ricostruito i legami fortissimi tra Etete e il presidente Jonathan, “ci sono voci secondo cui Etete avrebbe pagato per l’istruzione dei figli del presidente”.

 

Perché si mobilita mezzo governo nigeriano – eliminando anche il mediatore Obi che, secondo i pm, avrebbe dovuto far arrivare i soldi anche a manager e mediatori italiani come Luigi Bisignani– a fare da intermediario per un ex ministro del petrolio? La risposta sembra essere in quel flusso di denaro finito in jet, Caddilac, contanti e bonifici che secondo i magistrati di Milano legittima l’accusa di corruzione internazionale.

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