TELECOM È STATA SPOLPATA, E ORA NON RESTA CHE FAR PAGARE ALLA CDP L’AMMODERNAMENTO DELLA RETE

1 - SVOLTA TELECOM, VIA ALLO SCORPORO DELLA RETE
Sara Bennewitz per "La Repubblica"

Telecom Italia dà il via libera allo scorporo della rete in una società ad hoc, operazione propedeutica alla cessione di parte dell'infrastruttura alla Cassa Depositi e Prestiti, e che modifica un assetto che è oggetto di discussione fin dalla privatizzazione della società avvenuta nel 1997.

Proprio le «interferenze» della politica a favore di uno scorporo della rete, nel settembre 2006, costrinsero l'allora presidente Marco Tronchetti Provera alle dimissioni, gettando i presupposti per l'intervento nell'azionariato di una cordata tricolore composta da Intesa, Mediobanca e Generali volta anche a tutelare l'italianità dell'infrastruttura telefonica del paese.

Ora che l'equilibrio di Telecom è messo a dura prova dal perdurare della crisi economica e per il peso dei debiti accumulati nelle passate gestioni, il gruppo presieduto da Franco Bernbè sceglie spontaneamente di valorizzare l'infrastruttura per avere «più flessibilità e meno vincoli» e di farlo al fianco della Cdp, l'ente pubblico che gestisce i risparmi postali dei privati cittadini.

Dal 2006 ad oggi sono cambiate tante cose sui mercati finanziari e nel mondo delle tlc, tra cui il fatto che il Commissario Ue Neelie Kroes ha chiesto alle ex monopoliste di investire nelle reti di nuova generazione, promettendo maggiori tariffe telefoniche a coloro che lo faranno garantendo a tutti l'equivalence of inpunt.

E la parità di accesso è un vincolo anche per la regolamentazione in termini di politiche commerciali, per cui Telecom da oggi potrà iniziare una trattativa con l'AgCom per definire tempi, modi e condizioni dell'operazione.

Resta il dubbio che se la Telecom fosse stata un'azienda sana, forse oggi non avrebbe avuto bisogno né di scorporare la rete, né del sostegno della Cdp per accelerare gli investimenti sulle reti veloci. Il processo di scorporo avrà comunque tempi lunghi e andrà ad accavallarsi con la scadenza dei patti di Telco (la holding che controlla il 22,4% di Telecom e che a settembre potrà dare il via alla scissione) e del mandato del management (in carica fino a marzo 2014).

Ieri Telefonica dovendo scegliere se avallare una scelta industriale, come quella dello scorporo della rete, a lei non gradita (con il pericolo che rappresentasse un precedente per la Spagna) ma benedetta direttamente dal premier Enrico Letta, ha preferito astenersi. E così Julio Linares non ha votato, mentre Cesar Alierta che lo scorso 23 maggio aveva battuto i pugni contro la separazione dell'infrastruttura, ha deciso addirittura di non presentarsi in cda. Luigi Zingales, capo degli indipendenti e rappresentate delle minoranze, è stato invece l'unico consigliere ad aver votato contro.

Gli investitori istituzionali temono infatti che la separazione della rete possa rivelarsi un boomerang per la redditività dei servizi di telefonia fissa, e ritengono che l'operazione non solo non creerà valore, ma potrebbe addirittura indebolire i fondamentali di Telecom (ieri il titolo ha perso l'1,7% a 0,63 euro). Intanto i sindacati sono già in allarme e attendono di capire quali ricadute potrebbero esserci sull'occupazione, perché una nuova rete necessita di meno forza lavoro.

Infine Telecom ha convocato per mercoledì 5 giugno un altro cda che avrà ad oggetto la proposta di integrazione con 3 Italia. L'esame preventivo dei numeri ha portato gli advisor della società a concludere che c'è un margine - seppure stretto - per trattare, ora resta da capire se i soci forti di Telco hanno interesse a proseguire.


2 - DIVIDE ET IMPERA TELECOM
Dal "Foglio"

Ieri il consiglio d'amministrazione di Telecom Italia ha deciso di separare la rete telefonica, che controlla in regime di monopolio su tutto il territorio nazionale, dalla gestione del servizio telefonico, in cui essa compete con altri operatori, dando luogo a due diverse compagnie. Il cda di Telecom, un incumbent, cioè una società ex pubblica, ha dato così il via a un'operazione attesa da anni ma mai realizzata. Dal punto di vista finanziario, ciò sembra comportare un consistente incremento del valore di mercato di Telecom, ora basso.

Ma la ragione del passo, che poteva essere attuato quando è partita la sfida dell'ammodernamento della rete - oramai inadeguata rispetto alle nuove tecnologie di banda larga - non può essere di mera ingegneria finanziaria. Si tratta, infatti, di aprire la proprietà della rete ad altri investitori, per sostenere i costi molto elevati della necessaria modernizzazione, non solo nelle grandi città, ove la redditività è immediata, ma anche in quelli minori, dando così luogo al collegamento dell'intero paese a Internet e potenzialmente alla televisione via cavo.

Finora Telecom ha tenacemente resistito alla proposta di aprire la proprietà della rete ad altri operatori, bloccando un progetto elaborato nel 2008 dall'allora ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, che prevedeva di dividere il controllo della compagnia della rete tra Telecom, con una quota superiore al 30 per cento, e il Tesoro, con una quota di minoranza, per raggiungere - insieme - il 50+1 per cento dell'azionariato; il restante 49 per cento sarebbe stato distribuito fra altri gestori di servizi telefonici, in gran parte esteri, operanti in Italia.

Telecom non gradiva però la presenza nella "sua rete" di altri concorrenti e avrebbe voluto che il contributo pubblico non consistesse in una quota azionaria bensì in una sovvenzione. L'operazione, in quei termini, non si è mai realizzata.

L'obiezione alla presenza dei concorrenti nella proprietà della rete adesso può essere superata, mediante la ricerca di soci finanziari interessati a un investimento di lungo termine, sia italiani sia stranieri. Ora, il socio pubblico designato è la Cassa depositi e prestiti. Ieri il Wall Street Journal scriveva che lo scorporo della rete potrebbe essere "una rivoluzione". L'alternativa a questo atto di coraggio è la senescenza tecnologica di Telecom e dunque dell'Italia.

 

 

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