A PIEDI DESCALZI SULLE SPINE - IL PETROLIO CALA, LA RUSSIA È DI NUOVO NEMICA DELL’OCCIDENTE, IL KAZAKISTAN È IN RITARDO E LA NIGERIA FA RIMA CON INCHIESTE: QUANTE ROGNE PER IL NUOVO CAPO DELL’ENI

Andrea Greco per “la Repubblica

 

descalzidescalzi

Nessuno aveva detto a Claudio Descalzi, il 9 maggio, che l’amministratore delegato dell’Eni fosse un mestiere semplice. Ma pochi si aspettavano un debutto così duro.

 

Primo, il prezzo del petrolio, su cui l’azienda fonda la sua unica attività profittevole, è crollato di un quinto, da oltre 100 a poco sopra 80 dollari a barile, e getta ombre malevole sulla tenuta dei fondamentali e la sostenibilità del noto dividendo. Il tonfo del greggio offusca ulteriormente, poi, l’opportunità di progetti più grandiosi, come Kashagan su cui tempi e costi si allungano.

 

Secondo, lo scacchiere geopolitico è sempre più instabile, e pone interrogativi aperti su aree di produzione (Libia, Nigeria) e progetti (South Stream) importanti per l’azienda. Terzo, le indagini delle procure di Londra e Milano sulle presunte tangenti in Nigeria investono i vecchi e i nuovi vertici, oltre che l’azienda per la legge 231, e spargono nervosismo tra le file manageriali, del governo primo azionista con il 30% e del mercato che è secondo azionista con il 70%.

 

kashagan-isola AGIP IN KAZAKISTANkashagan-isola AGIP IN KAZAKISTAN

Così l’azione, che tra maggio e luglio aveva guadagnato 3 euro a rivedere quota 20, è tornata a galleggiare sopra i 16, con un bilancio semestrale in ribasso del 12,5%. Il calo del greggio sui conti. Qualche anno di petrolio sui 100 dollari ha fatto comodo, e scaldato cuori e budget dei dirigenti dell’ex divisione Estrazione & produzione, da sei anni in mano a Descalzi. Ma nell’ultimo trimestre questo crisma pare squagliarsi per eccesso di offerta, rallentamenti strutturali della domanda e nuove tecnologie applicate a consumi e scoperte (anche non convenzionali, come gli scisti).

 

I primi effetti sono finanziari su investimenti, cedole e profitti, perché ogni dollaro in meno del greggio fa sfumare 100 milioni di cassa, e altrettanti di profitti, all’Eni. Le ultime stime di budget interno - non dissimili da quelle delle rivali - ponevano in 108 dollari al barile il punto di equilibrio tra investimenti (Capex), dividendi erogati e indebitamento finanziario di 15,4 miliardi; ed è un equilibrio che beneficia di 3 miliardi di dismissioni già effettuate nell’esercizio.

 

estrazione di petrolio nel delta del niger in nigeriaestrazione di petrolio nel delta del niger in nigeria

Senza fare nuove dismissioni, e inserendo nel modello un prezzo medio di 85 dollari per il greggio nel quarto trimestre, Eni potrebbe dover abbassare il “livello di equilibrio” da 108 a 102 dollari, che significano circa 600 milioni di cassa libera e di utile netto in meno nell’esercizio 2014. Ci saranno conseguenze sul dividendo? Non è detto, perché un lieve aumento del debito potrebbe garantire gli 1,1 euro di cedola pagati l’anno scorso (anche se Descalzi ha dichiarato che punta a ridurlo, il debito).

 

Già da qualche anno del resto Eni puntella il monte dividendi vendendo pezzi di business qua e là. Tuttavia, se il petrolio resterà schiacciato su questi livelli, l’anno prossimo potrebbe esserci qualche problema in più a difendere profitti e dividendi. E a quel punto verranno in aiuto le dismissioni già in cantiere, e che il management conta di perfezionare nel 2015. La più avviata pare la vendita di un altro 15% circa del consorzio mozambicano Area 4 nel gas, dove Eni è ancora alta di quota (50%).

 

SAIPEM SAIPEM

Un affare da 4 miliardi - per oltre metà plusvalenze - su cui lavora da mesi l’advisor Bofa Merrill Lynch, che ha mostrato il dossier a investitori soprattutto cinesi. L’altra cessione ventura dovrebbe essere Saipem, su cui lavora Credit Suisse e che avrebbe almeno due seri candidati compratori. Saipem capitalizza 6,4 miliardi, Eni ne possiede il 43% a costi storici e da tre mesi non la ritiene più strategica. Il calo improvviso del greggio complica anche un altro progetto, il fiore all’occhiello diventato la prima doglianza aziendale.

 

È il giacimento kazako di Kashagan, di cui gli italiani hanno condotto per otto anni il consorzio e ne sono soci al 16,8%. L’opera ha costi e complessità tecniche tali da avere una soglia di economicità molto superiore a tutte le produzioni di idrocarburi Eni vecchie e nuove; stime di mercato narrano di 80 dollari, quasi il doppio della convenienza cui l’azienda colloca l’estrazione del barile medio.

 

Merkel indica la via a Putin con dietro Renzi.Merkel indica la via a Putin con dietro Renzi.

Oltretutto, a Kashagan di produzione si parla solo sulla carta: previsto inizialmente nel 2005, il primo barile sgorgò nel 2013, ma la produzione si interruppe per problemi di corrosione ai tubi del giacimento. Secondo le ultime ricostruzioni, la sostituzione delle linee di condotte in loco posticiperà l’avvio al 2016 del giacimento, con costi supplementari sopra i 4 miliardi per il consorzio. Ma il greggio, per quella data (sperata) sarà sopra o sotto il prezzo di convenienza?

 

putin e il gasdotto south streamputin e il gasdotto south stream

L’unica consolazione, legata alla correzione di Brent e Wti, riguarda il tentativo di fermare le perdite nei settori petrolchimica e delle raffinerie, resi noti a fine luglio con il rinnovato piano strategico, volto a rifocalizzare Eni sull’attività di estrazione e produzione. La benzina e la plastica che escono dagli impianti italiani sono merci energivore, che beneficiano di un minor costo del greggio. Tuttavia lo scontro, in questo caso, è con l’opposizione di sindacati e lavoratori, che hanno già scioperato contro l’ipotizzata chiusura di almeno tre delle cinque raffinerie italiane. Quella più emblematica è a Gela, che presto nei piani dell’azienda dovrebbe smettere la produzione in perdita.

 

UNA GEOPOLITICA NUOVA: MENO RUSSIA, PIÙ ASIA E AFRICA.

L’asse italo-russo, vanto più o meno sbandierato dei governi Berlusconi - e della gestione novennale di Paolo Scaroni - è ammaccato. Nel 2014 la guerra in Crimea ha cambiato lo stato dei rapporti tra Russia, Stati Uniti, Europa. Il vertice Asem di Milano della scorsa settimana è stato una cartina di tornasole dei problemi (non delle soluzioni). Interessi e strategie dei tre blocchi, tutti grandi fornitori e/o compratori di idrocarburi, sono distanti. La Russia, a questo punto delle sanzioni e del ciclo, inizia a soffrire sul serio, sotto i 100 dollari al barile il bilancio statale di Mosca, retto sugli idrocarburi, è minato; e la discesa del rublo non si ferma.

GASDOTTI NABUCCO NORTH E SOUTH STREAM GASDOTTI NABUCCO NORTH E SOUTH STREAM

 

Putin è in difficoltà, e brandisce come sempre le forniture di gas come merce di scambio: trovando nel governo italiano un interlocutore sensibile, per debolezza e perché il paese deve alla Russia il 42% delle sue importazioni di gas. In cambio della quiete metanifera, la Russia vorrebbe che l’Italia l’aiutasse a sbloccare l’impasse sul gasdotto South Stream, sua idea fissa da qualche anno per aggirare l’odiata Ucraina nel transito verso Ovest. Eni è partner del consorzio con un iniziale 50% ora sceso al 20 (con Gazprom ci sono due colossi francesi e tedeschi).

 

La voce dell’Ue è univoca e chiara a riguardo: «South Stream è accettabile ma non è per ora una priorità europea», ha detto il commissario all’energia Ue, Guenther Oettinger. «Non risolve il problema dell’urgenza, non porterà nuovo gas, porterà sempre il gas di Gazprom, non è un miracolo ». Quanto all’Eni, sta tentando una nuova strada, più laica, sul dossier.

 

scaroni berlusconi interna nuova scaroni berlusconi interna nuova

Con un certo understatement, l’azienda dichiara che «South Stream è solo un investimento finanziario, di cui è socio di minoranza, e agirà in coerenza con obiettivi di disciplina finanziaria ». In sostanza, entro sei mesi bisogna scucire i 3 miliardi di quota Eni dei costi della costruzione: se il rendimento stimato nel 10% sarà confermato, l’azienda farà la sua parte.

 

Tuttavia da parecchi mesi, e in modi crescenti con il nuovo vertice, Eni cerca di allentare i vincoli con la Russia, e trovare nuove strade nella produzione e negli approvvigionamenti. Le recenti escursioni di Renzi con Descalzi in Mozambico, Congo, Angola, sono un segnale di questa nuova tendenza, e del fatto che trovi un supporto a Palazzo Chigi. Un altro sono gli incontri bilaterali, a margine dell’Asem, tra l’ad e vertici dei produttori in Vietnam, Corea del Sud e Myanmar, paesi su cui la nuova Eni punta molto.

 

LE INCHIESTE IN NIGERIA.

SILVIO BERLUSCONI PAOLO SCARONI SILVIO BERLUSCONI PAOLO SCARONI

Dopo i sussulti mediatici di inizio ottobre, in questa fase l’inchiesta milanese sembra viaggiare a fari spenti. Gli inquirenti sarebbero al lavoro su una mole di documenti e sulla ricostruzione dei flussi di denaro. Eni ha pagato al governo di Lagos 1,3 miliardi di dollari per il giacimento sotto accusa, ma il venditore avrebbe girato almeno 200 milioni a Emeka Obi, un discusso intermediario. Quel che si presume dagli ambienti giudiziari è che sarà un lavoro lungo e complesso, anche per la qualità dei soggetti coinvolti (per il Cane a sei zampe i massimi vertici strategici e operativi passati e presenti).

 

OETTINGER OETTINGER

Le indagini sugli appalti dell’Eni in Nigeria aperte a Milano e a Londra hanno prodotto a fine luglio una serie di avvisi di garanzia, per corruzione internazionale. Dall’ex ad Paolo Scaroni all’attuale ad Claudio Descalzi, dal suo braccio destro Roberto Casula (ex vicepresidente Eni per l’Africa e ora capo dell’unità Sviluppo e operazioni) al lobbista Luigi Bisignani, dai mediatori Gianluca Di Nardo ed Emeka Obi all’ex ministro del petrolio in Nigeria Dan Etete. Eni e i suoi dirigenti hanno ribadito «l’estraneità dell’azienda da qualsiasi condotta illecita in relazione all’acquisizione del blocco Opl 245 in Nigeria».

 

EMMA MARCEGAGLIA A BAGNAIAEMMA MARCEGAGLIA A BAGNAIA

A margine dell’incontro Asem la presidente dell’Eni, Emma Marcegaglia, ha detto: «Il cda Eni ha ribadito fiducia in Descalzi, e l’ipotesi di sue dimissioni non esiste assolutamente. È chiaro che si collaborerà con la magistratura. Faremo indagini interne, che sono già in corso». L’allusione è ai controlli che scattano automaticamente in azienda come riflesso di segnalazioni esterne (ancor più se legate a indagini giudiziarie) riguardanti l’azienda e il suo personale.

 

I controlli interni sono coordinati dall’audit Eni e svolti da uno studio legale esterno. Le aree dove l’Eni estrae petrolio e gas. Come si vede in prospettiva dovrebbe salire la quota del Kazakistan e tornare ad aumentare leggermente quella mediorentale/ asiatica

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