insolvenza fallimento impresa

IL PEGGIO DEVE ANCORA VENIRE - LE MISURE DI SOSTEGNO ANTI COVID POTREBBERO NON BASTARE A EVITARE UN’ONDATA DI FALLIMENTI NEL 2021: IL RISCHIO DI DEFAULT SUI PAGAMENTI HA RIPRESO A CORRERE NELLE PRINCIPALI ECONOMIE MONDIALI E LE INSOLVENZE DOVREBBERO REGISTRARE UNA CRESCITA DEL 26% - NELLA CLASSIFICA DELL’ORGANIZZAZIONE, I POSTI PEGGIORI SONO OCCUPATI DA AUSTRALIA E SINGAPORE, MENTRE IN EUROPA…

Marco Cimminella per "it.businessinsider.com"

 

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Le misure di sostegno anti Covid hanno dato una mano alle imprese in ginocchio, salvando anche molte di esse dal tracollo. Al punto che il numero delle insolvenze aziendali a livello globale si è ridotto del 14% nell’anno della pandemia. Tuttavia, questi provvedimenti potrebbero non bastare a evitare un’ondata di fallimenti nel 2021: il rischio di default sui pagamenti ha ripreso a correre in tutte le principali economie mondiali e le insolvenze nel mondo dovrebbe registrare una crescita del 26 per cento. Un preoccupante trend dovuta al fatto che i diversi fattori che avevano tenuti bassi i livelli di insolvenza – dagli aiuti fiscali alle moratorie sui prestiti fino alle attività di gestione delle procedure fallimentari – verranno meno nel corso del 2021.

 

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A fare i calcoli è Atradius, fornitore globale di assicurazione del credito, che in un report dà una misura dello spettro della bancarotta mettendo a confronto la situazione di diverse regioni economiche. Nella classifica internazionale stilata dagli economisti dell’organizzazione, i posti peggiori sono occupati da Australia e Singapore, che potrebbero riportare un incremento del tasso di insolvenza, rispettivamente, del +88% e +75%. Sul vecchio continente, invece, gli aumenti più significativi potrebbero verificarsi in Francia (+80%), e poi ancora in Austria (+73%), Belgio (+61%) e Regno Unito (+56%).

 

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A metà classifica, e comunque sotto la media del 50%, seguono la Spagna (+49%), l’Italia (+48%) e i Paesi Bassi (+44%). Chiude l’elenco l’Irlanda (+3%), “dove i tassi d’insolvenza sui pagamenti delle imprese avevano ripreso la loro corsa già dallo scorso anno, seppur in maniera modesta e comunque in netta controtendenza rispetto a quanto registrato a livello mondiale”, precisano gli analisti.

 

Così mentre nel 2020, nonostante la crisi economica e il calo del prodotto interno lordo, i fallimenti delle aziende non solo non si sono moltiplicati, ma si sono anche ridotti del 14 per cento rispetto al 2019, con le maggiori diminuzioni riportate in Asia ed Europa; nel 2021, una cupa inversione di tendenza riguarderà grosso modo tutti i mercati, ad eccezione della Turchia, dove le insolvenze apparivano già in peggioramento dallo scorso anno. Più nel dettaglio, per prevedere l’evoluzione del rischio di default sui pagamenti delle imprese bisognerà tenere conto, in primo luogo, dell’andamento economico e delle dimensioni dell’eventuale ripresa, a livello locale e mondiale.

 

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In più, altri due elementi da valutare sono, da un lato “la graduale eliminazione delle misure fiscali e di governo a sostegno delle imprese”, e dall’altro “la ripresa delle attività di gestione delle procedure fallimentari, la cui sospensione ha di fatto cristallizzato situazioni di difficoltà di molte imprese, destinate a tornare alla luce una volta superata l’emergenza pandemica”, sottolinea Massimo Mancini, Country Director di Atradius per l’Italia, facendo notare che soprattutto questi due fattori, “se non incontreranno ulteriori proroghe, come in dibattito attualmente, produrranno notevoli ripercussioni sul rischio di credito commerciale e sull’andamento dei tassi d’insolvenza già per questo anno”.

 

Rischio di default delle aziende in crescita nel 2021: le cause

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Nonostante la crisi economica provocata dall’emergenza sanitaria internazionale e il conseguenze crollo del Pil, nel 2020 le insolvenze delle aziende sono diminuite de 14 per cento rispetto al 2019.

 

Due sono i fattori che spiegano questa discrepanza. Innanzitutto, alcune modifiche legislative nelle procedure fallimentari, che hanno protetto le aziende e limitato il numero di quelle a rischio di finire in bancarotta. Più nel dettaglio, in “Europa, paesi come Francia, Belgio, Italia e Spagna hanno adottato misure che nel 2020 hanno congelato temporaneamente queste procedure o dichiarato i fallimenti inammissibili – si legge nell’analisi di Atradius -. Fuori dall’Europa, l’Australia ha aumentato la soglia di debito che le società devono raggiunger per dichiarare bancarotta.

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Tutti questi paesi hanno registrato una decisa riduzione nelle insolvenze nel 2020″. Fondamentali sono stati anche gli aiuti e le agevolazioni fiscali, che hanno consentito di mantenere bassi i livelli di insolvenza anche quando le moratorie sui pagamenti sono venute meno, come accaduto in Francia e Svizzera.

 

Purtroppo secondo gli esperti di Atradius, nel 2021 si assisterà a un’inversione del trend: il rischio di default ricomincerà a crescere nonostante si stima per quest’anno un aumento del prodotto interno lordo mondiale del 6 per cento, dopo la contrazione del 3,7 per cento del 2020.

 

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Diversi elementi concorrono al sostegno di questa previsione. In primo luogo, i tempi e la portata della ripartenza economica saranno diversi nei vari Paesi: molto dipenderà dall’evoluzione della pandemia e dal successo della campagna vaccinale, che a loro volta condizionano l’aggravamento o l’alleviamento delle misure restrittive e dei lockdown.

Secondariamente, non bisogna trascurare il fatto che i fallimenti evitati nel 2020 potrebbero verificarsi nel 2021.

 

Questo potrebbe accadere in tutti quei Paesi che hanno adottato misure di sostegno per le imprese in difficoltà, tra cui l’Italia. In uno studio precedente, infatti, i ricercatori di Bankitalia avevano spiegato che la forte contrazione del Pil registrata l’anno scorso determinerà nella Penisola un aumento di 2.800 fallimenti di aziende entro il 2022: a questi, rischiano di aggiungersene altri 3.700, che erano stati evitati nel 2020 grazie agli effetti temporanei della moratoria e delle politiche di sostegno dell’esecutivo, ma che potrebbero riemergere nei prossimi mesi.

 

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I 3.700 “fallimenti mancati”, hanno spiegato gli esperti, sono dovuti a diverse iniziative decise dall’esecutivo. Come ad esempio i contributi a fondo perduto, ma anche l’introduzione della moratoria per le domande di fallimento, dal 9 marzo al 30 giugno 2020, “relativamente sia alla dichiarazione di fallimento sia all’accertamento giudiziale dello stato di insolvenza”. A questi elementi, bisogna poi aggiungere un altro fattore: le forti limitazioni al lavoro dei tribunali e il rallentamento dell’attività di definizione dei procedimenti. Il calo delle dichiarazioni di fallimenti “è stato particolarmente forte nel periodo del lockdown; nel periodo successivo si è osservata una ripresa, ma il numero di fallimenti dichiarati è rimasto su livelli inferiori a quelli del 2019”, si legge nell’analisi di Bankitalia.

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Infine, il graduale ritiro delle misure di sostegno. “Ci aspettiamo che i programmi governativi continueranno nella prima metà del 2021, ma verranno meno nel secondo semestre, quando una gran parte della popolazione nei mercati sviluppati sarà vaccinata. Per questo supponiamo che le misure fiscali si applicheranno grossomodo solo ai primi sei mesi di quest’anno”.

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