BANCA, C’E’ UNA SUP-POSTA PER TE - I PROFITTI DEL COLOSSO GUIDATO DA SARMI SONO ASSICURATI GRAZIE AL RAMO BANCARIO E AI MILIARDI DALLO STATO (CHE LE BANCHE VOGLIONO “PRIVATIZZARE”)

Vittorio Malagutti per "l'Espresso

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S'avanza in Borsa uno strano animale. Funziona come una banca, ma viaggia grazie al carburante pubblico. È un'azienda di Stato, ma non può fare a meno del mercato finanziario. Sono le Poste Italiane. Il governo ha deciso di venderne un pezzo per far cassa. Entro l'autunno sarà ceduto il 40 per cento del capitale con un collocamento pubblico per un incasso stimato intorno ai 4 miliardi di euro. Per il listino azionario è una novità assoluta.

E la campagna pubblicitaria è già partita. Il ministero dell'Economia raccomanda caldamente ai cittadini l'acquisto delle azioni di un'azienda sospesa tra Stato e mercato, in un intreccio di dare e avere, proventi e contributi, costi e ricavi che da almeno un decennio è sotto esame delle autorità garanti della concorrenza in Italia e in Europa. Il vecchio carrozzone postale ha fatto il grande salto nella modernità di internet e delle e-mail cavalcando la finanza.

Ma, nel frattempo, non sono stati smantellati i vecchi sussidi di Stato che garantiscono all'azienda ricavi per miliardi all'anno. E così, adesso, il gruppo Poste italiane, una spa controllata al 100 per cento dal ministero dell'Economia, viene descritto come un supermarket del risparmio, con i suoi banconi ben forniti di conti correnti, fondi comuni, carte di credito, polizze e molto altro ancora.

«Siamo una banca». Anzi, di più: «Una banca e un'assicurazione insieme», va ripetendo da anni l'amministratore delegato Massimo Sarmi, il manager che da 12 anni siede sulla poltrona di numero uno dell'azienda e spera, in primavera, di essere rinnovato per il quinto mandato. I conti gli danno ragione. Gli ultimi bilanci grondano profitti. Tra il 2008 e il 2012, in un mondo squassato dalla peggiore tempesta finanziaria della storia, mentre banche e assicurazioni sono state costrette a far fronte a oneri supplementari per miliardi di euro, le Poste hanno accumulato utili per quasi 5 miliardi

Un risultato straordinario. Impressionante. Com'è stato possibile? La chiave di tutto sta nella combinazione di due fattori. La mano del mercato e quella dello Stato, che ha gonfiato i bilanci delle Poste con miliardi di contributi a condizioni favorevoli. I 13 mila uffici dell'azienda postale si sono trasformati in una formidabile rete di vendita per i prodotti finanziari del gruppo, dai tradizionali buoni fruttiferi e libretti di risparmio per arrivare fino ai fondi e alle polizze di ultima generazione. Risultato: Poste Vita ha scalato la graduatoria delle assicurazioni nazionali e con oltre 10 miliardi di premi annui ormai insegue da vicino i due leader, Generali e UnipolSai.

Intanto gli sportelli continuano a svolgere anche il lavoro di sempre. E cioè recapitare lettere e pacchi. Qui però c'è ben poco da guadagnare. Anzi, le perdite crescono di anno in anno per effetto della rivoluzione di Internet e della recessione, che ha ridotto di molto le spedizioni di carattere commerciale. E allora che si fa? Si tagliano le filiali meno competitive? Impossibile, perché il servizio va garantito su tutto il territorio nazionale.

Lo prevede il contratto sottoscritto tra le Poste e il suo azionista unico, lo Stato. In cambio, l'azienda guidata da Sarmi riceve sovvenzioni pubbliche per circa 350 milioni di euro all'anno, soldi che dovrebbero servire, per l'appunto, a compensare gli oneri del cosiddetto servizio universale. Come detto, però, gli uffici funzionano anche come negozi di prodotti finanziari. E allora in che misura i costi di distribuzione di polizze e fondi, un'attività pienamente di mercato, vengono riversati sulla rete commerciale, quella sovvenzionata dallo Stato?

«Per rispondere a questa domanda sarebbe necessaria una separazione contabile completa e trasparente tra le due attività», osserva Ugo Arrigo, professore all'Università di Milano Bicocca. E invece no, i bilanci non aiutano a risolvere la questione. Sarmi, comprensibilmente, preferisce descrivere i nuovi orizzonti del servizio universale. Dalla «consegna di farmaci» alla «collaborazione con i comuni per recapitare ai cittadini i documenti più disparati».

Il messaggio è chiaro: ci meritiamo il sostegno pubblico e se necessario siamo pronti a fare di più. Si vedrà. Intanto i bilanci volano sull'onda della finanza. È la nuova grandeur postale. Fare banca rende. Rende moltissimo. Anche perché Sarmi il banchiere viaggia sul velluto. I suoi concorrenti, i capi dei maggiori istituti di credito del Paese, prestano soldi alle aziende.

Le Poste invece no. Raccolgono i risparmi di milioni di clienti e poi li riversano su investimenti sicuri, sicurissimi, garantiti dallo Stato. La legge infatti prescrive che il denaro depositato sotto forma di conto corrente postale (44 miliardi di euro al 30 giugno 2013) prenda due direzioni.

Per la maggior parte viene investito in titoli di stato italiani, in gran parte Btp, il resto deve invece essere depositato al ministero dell'Economia. Insomma, il rischio è ridotto al minimo. Basta leggere i bilanci e fare qualche confronto. Mentre da anni le banche sono costrette a far fronte a sofferenze miliardarie sui prestiti accordati alle imprese, alle Poste proprio non hanno di questi problemi. L'azienda pubblica raccoglie denaro e poi le mette al sicuro nelle casse dello Stato.

Qualche numero, giusto per dare un'idea. A fine dicembre 2012, ultimo dato disponibile, gli impieghi del BancoPosta presso il ministero dell'Economia ammontavano a 5,4 miliardi. Una montagna di denaro che frutta interessi a dir poco generosi, il 4,69 per cento all'anno, poi ridotto, a partire dal 30 giugno 2013, al 2,84 per cento, che resta comunque un tasso molto più elevato della media di mercato. C'è poco da sorprendersi, allora, quando si scopre, conti alla mano, che il ministero dell'Economia contribuisce ai ricavi delle Poste per oltre 750 milioni annui.

Poi c'è il capitolo titoli di stato. Il gruppo guidato da Sarmi possiede quasi 80 miliardi di Btp (per due terzi in carico a Poste Vita), un tesoro che assicura flussi di cedole per centinaia di milioni l'anno, ma, d'altra parte, espone anche ai venti dello spread. Nel 2011, l'anno della tempesta finanziaria sul debito pubblico, le Poste furono costrette ad accantonare oltre un miliardo per far fronte al calo delle quotazioni del loro portafoglio di investimenti, che è costituito quasi per intero di Btp. D'altra parte, poco meno della metà dell'utile realizzato tra gennaio e giugno del 2013 (170 milioni su 360) è stato realizzato semplicemente liquidando una piccola parte del portafoglio in obbligazioni pubbliche, rivalutate grazie alla riduzione dello spread.

Piove sul bagnato. Perché nel primo semestre del 2013 (ultimo dato disponibile) il denaro depositato al ministero dell'Economia insieme agli investimenti in titoli di stato hanno fruttato al solo BancoPosta 800 milioni di ricavi, contro i 570 milioni d'incasso frutto dei servizi di pagamento, cioè le commissioni sui bollettini postali. Insomma, più Stato che mercato. Anche perché, a ben guardare, è un altro soggetto pubblico, la Cassa depositi e prestiti, a garantire il flusso più importante di ricavi.

È un meccanismo collaudato ormai da molti anni. Le Poste vendono libretti di risparmio e buoni fruttiferi, prodotti tradizionali ma mai passati di moda. Il ricavato finisce alla Cassa depositi e prestiti, che paga il servizio di collocamento e deposito sulla base di un'apposita convenzione stipulata con l'azienda di Sarmi. Cifre enormi. Si calcola che ci siano in circolazione circa 100 miliardi di libretti e oltre 210 miliardi di buoni fruttiferi. Ebbene, nel 2012, sulla base di questo accordo, le Poste hanno incassato dal loro azionista circa 1,6 miliardi di euro.

Denaro pubblico anche questo. Denaro che, come negli anni precedenti, è servito a finanziare l'espansione a tappe forzate del gruppo di Stato. I banchieri protestano. Parlano di concorrenza sleale sul mercato del risparmio. Come se non bastasse, l'imminente maxi collocamento dei titoli delle Poste è destinato a fare ombra alle prossime offerte degli istituti di credito, sotto forma di nuove azioni e obbligazioni. Il duello continua. Da una parte le banche. Dall'altra le Poste, con la benzina di Stato.

 

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