1. ERA LA DOMENICA PERFETTA. DA SEGNO FISSO IN SCHEDINA. MA IL DIO DEL PALLONE È ALTROVE E NAPOLI, RIMASTA CON IL GUSTO AMARO DELLE OCCASIONI PERDUTE, FISCHIA 2. E TIRA UN RESPIRO DI SOLLIEVO UNA JUVENTUS STANCA PER L’IMPEGNO CHAMPIONS, FORSE SVUOTATA DALLE CELEBRAZIONI PER IL SUCCESSO DI GLASGOW, COMUNQUE SOVRASTATA E MERITATAMENTE BATTUTA A ROMA DAL METEORITE CALCIATO DA TOTTI (224 GOL) 3. INTER UMILIATA A FIRENZE, BALOTELLI IRRESISTIBILE, ALLA QUARTA RETE CONSECUTIVA 4. MENTRE IL CAGLIARI DI CELLINO FESTEGGIA I TRE PUNTI DI PESCARA CON ABBRACCIO E ‘’COMMOVENTE’’ FOTO COLLETTIVA DEDICATA AL PRESIDENTE DETENUTO, IN CARCERE VA LO SPETTACOLO. SPEZZATO IN MILLE RIVOLI (TRE ANTICIPI, IL POSTICIPO DI DOMANI TRA SIENA E LAZIO) E CON LE GAMBE IN SOFFERENZA GIÀ A FEBBRAIO PER TROPPI IMPEGNI

Foto di Mezzelani-GMT

DAGOREPORT
Si alzano zolle, preghiere, scongiuri e invocazioni. Ma il dio del pallone è altrove e Napoli, rimasta con il gusto un po' amaro delle occasioni perdute, fischia. Era la domenica perfetta. Quella da segno fisso in schedina. Con l'occhio alla classifica e la recente ferita dell'Europa League (0-3 interno con il resistibile Viktoria Plzen) come scomoda compagna di viaggio, Cavani e i suoi sono rimasti al palo (di Hamsik), distanti dalla vetta che poteva essere a due passi.

È invece a quattro e tira un respiro di sollievo una Juventus stanca per l'impegno Champions, forse svuotata dalle celebrazioni per il successo di Glasgow, comunque sovrastata e meritatamente battuta a Roma dallo spirito di Totti.

Detto della deriva dell'Inter a Firenze (umiliata, semplicemente) si celebra un Balotelli irresistibile, giunto alla quarta rete consecutiva. Il suo Milan atteso dal Barcellona è in grande risalita. Con il 2-1 al Parma, raggiunge quota 44, supera l'Inter e raggiunge nel solito circo diseguale di giornata. Noia e divertimento. Picchi e cadute. Anche di senso. Mentre un'intera squadra (il Cagliari di Massimo Cellino) festeggia i tre punti di Pescara con abbraccio e ‘commovente' foto collettiva dedicata al presidente detenuto, in carcere va lo spettacolo. Spezzato in mille rivoli (tre anticipi, il posticipo di domani tra Siena e Lazio) e con le gambe in sofferenza già a febbraio per i troppi impegni di cui Antonio Conte: «Ci vuole più rispetto» subito rimbeccato da Mazzarri, si lamenta a gran voce.

TOTTI, FORTISSIMAMENTE TOTTI.
Sabato notte, dopo aver rischiato di destinare i prossimi mesi di Andrea Pirlo alla fisioterapia e aver trottato anche da terzino, Francesco Totti ha segnato il suo duecentoventriquattresimo gol in serie A. Partì da Brescia, nel '93. Vujadin Boskov fece un segno a Mihailovic. Il resto è storia. Il meteorite piovuto alle spalle di Buffon è la copertina di un'epopea che tra magie, infortunii, barzellette, invenzioni e sacrifici identitari ha avuto il pregio della coerenza.

Calciatore enorme, totem indiscutibile, bussola di una Roma che mai come in stagione, ha affrontato con "tigna", pazienza e concentrazione una complicata partita a scacchi. Aurelio Andreazzoli, quello che passeggia in bicicletta, veste da coach per caso, accompagna Totti in campo con una pacca sul culo: «Dai bello, dai!» e dopo la partita, di fronte al quesito più banale, spiazza i cronisti innescando il contropiede: «Oggi è il giorno più bello della mia vita? Non scherziamo, ci sono i figli, c'è la famiglia», era sicuro di aver visto del buono anche nella disgraziata trasferta in casa della Samp.

Non mentiva perché la Roma vista sabato, schierata con la difesa a tre (con Piris, ottimo, inaudito interprete della barricata), con un portiere finalmente concentrato e con due suggeritori alle spalle di un buon Osvaldo, ha occupato con intelligenza ogni spazio sorprendendo e togliendo fiato alla Juventus là dove di solito, nel cuore del campo, è abituata a dominare.

Con Matri e Vucinic nella loro notte di luna più scura, Pogba fuori fase e Pirlo limitato dal lavoro di copertura degli attaccanti romanisti (solo un lampo su punizione nel primo tempo, bravo il lunghissimo Stekelenburg), la Juve ha provato ha prendersi tutto il buono che poteva dall'ennesimo impegno ravvicinato precipitando però quando Totti a 113 all'ora, ha disegnato un perfetto tracciante. Se si esclude qualche mischia e qualche estenuante ghirigoro juventino in fase di possesso palla senza sbocchi e a distanza di sicurezza dalla porta, la Roma ha rischiato zero. Per Buffon&C. poteva essere un mezzo disastro, visto il misero punto del Napoli fermo a 51 punti, danno ampiamente limitato.

PSICODRAMMA NAPOLI.
Della Sampdoria è meglio non fidarsi. Strappò uno scudetto alla Roma di Ranieri quando avrebbe dovuto recitare da vittima predestinata e si ripete in piccolo su un campo in condizioni ignobili senza rubare nulla. Nel primo tempo con l'ottimo Sansone (24 gol in B con il Sassuolo, tenere d'occhio) e il reclamizzatissimo Icardi rischia anche di segnare (attento De Sanctis).

Nella ripresa subisce l'ovvio, confuso e sterile assalto azzurro, ma con fortuna, senza nulla rubare e con Delio Rossi in tribuna, se la cava. Non se la cava invece Hamsik, vittima di una rapina con pistola nel dopopartita all'imbocco della tangenziale (ennesimo caso di un serial con molte puntate).

Indenne (spavento e furto del Rolex a parte) il fantasista, sconfitta la fantasia di vedere fin da stasera il testa a testa in un campionato che tra due settimane proporrà comunque lo scontro diretto al San Paolo tra prima e seconda. Tutto è ancora possibile, ma per ambire all'Olimpo, sarà il caso di scuotere la divinità locale. Edinson Cavani non segna da un mese. In una squadra che sui suoi gol ha costruito l'intero sistema di gioco e che in novanta minuti ha costruito due occasioni, il lusso è insopportabile.

DIEGUITO FA GLI SPOT PER LA7.
Problema non dissimile vivrà la pessima Inter dell'improponibile Stramaccioni. Privata dell'infortunato Milito (ginocchio a pezzi, sei mesi di stop) e con il solo Palacio come punta proponibile (a gennaio è arrivato senza fanfare il 35enne Tommaso Rocchi) l'Inter si fa superare dal Milan, quindicesimo, quattro mesi fa.

Toccherà a Cassano inventare quel che i gol del principe argentino non garantiranno più. A una prima occhiata, l'impresa è più che ardua. Cassano a Firenze galleggia tra le linee, l'Inter annaspa e prende un'imbarcata storica cedendo senza lotta né pudore a una bellissima Fiorentina. Difesa imbarazzante, centrocampo fragile, attacco inesistente.

Prende gol da ogni posizione l'Inter e si inchina senza dignità allo straordinario talento tzigano di Jovetic e al contesto. A Firenze è infatti una fresca serata elettorale. Dietro la balaustra che fu di Vittorio Cecchi Gori siede Diego Della Valle. Mancava da tre anni e dopo i salamelecchi con Moratti: «Ci stimiamo» e la sobria presentazione che il rosa giornale di famiglia gli aveva dedicato stamane: «La notizia è clamorosa. Diego Della Valle dovrebbe riprendere il suo posto nella tribuna d'onore del Franchi...la nuova Fiorentina sta sviluppando un progetto di lungo respiro...la famiglia Della Valle è sempre più innamorata della squadra», il prossimo obiettivo dichiarato è La7. Conquistarla a prezzi di saldo, prima di dare il via all'agognata Cittadella viola.

La Gazzetta assicura che le trattative con il sindaco Renzi per il progetto del nuovo stadio: «Sono sempre più serrate». Il trionfo di ieri, agevolato da Montella passato dal 3-5-2 al 4-3-3, aiuterà nelle ‘relazioni' complessive con le autorità un signore che ieri nello schermo, con il fratello scatenato, sembrava una statua illuminata da un meccanico sorriso. Tronfio, felice, soddisfatto, nascosto in una grande, fin troppo grande sciarpa blu. Inter a 43. Fiorentina a 42. Tecnicamente, zona Champions.

MONTELLA CHI?
Con meno lustrini della viola, continua a stupire il Catania di Rolando Maran, esordiente in serie A a quasi 50 anni. I tre punti con il Bologna (testata di Almiron) portano il bottino (incredibile) a 39. Meglio di Mihailovic, Zenga, Montella e tutti gli altri epigoni passati prima o dopo dalle parti di Pulvirenti ha fatto Maran. Mancano tre mesi. Il low-cost del padrone di Wind Jet si vuole divertire. Per ora, volo morbidissimo su sogni e aspettative. Per paradiso e atterraggio in Europa bisognerà attendere.

CERCI COME BRUNO CONTI.
In coda, giornata molto importante. A Torino gioca un ragazzo di nome Alessio Cerci. Da qualche settimana, dopo anni di cazzate estive, feste finite male, polemiche via Facebook con i tifosi, isterismi, incostanze e capricci, l'unica vera ala sopravvissuta all'estinzione del genere, il romanissimo Cerci, ha deciso di diventare il grande calciatore che è. Uno che inventa, uno (ruolo permettendo, alla Diamanti). La Fiorentina se ne è disfatta a prezzi di saldo (2,5 milioni) e adesso intuisce le ombre di un affare andato male.

A Torino lo ha voluto il genovese Ventura, il saggio Ventura, uno che schiera 4 punte, ascolta Guccini, appena può scappa tra le onde e in una squadra sabauda non molto più che modesta (Ogbonna e Gillet a parte), rischiando anche il fisiologico rigetto, ha immesso il geniale, ‘cafonissimo', indisciplinato Cerci. Uno che non teme di mettersi orrendi cerchietti per trattenere i capelli e salta l'avversario come nessuno. Nella gara con l'Atalanta piegata per 2-1 (con decisivo balzo salvezza a 31 punti per il Toro) Cerci (indemoniato e in gol) e i suoi hanno dato spettacolo, acciuffando l'obiettivo stagionale con congruo anticipo e il sedicesimo punto nelle ultime nove partite.

HOTEL PAURA.
Vince soffrendo come mai il Genoa dell'imbattuto Ballardini. L'1-0 sull'Udinese (orrore del portiere Padelli in uscita, Kucka comodo di testa) porta i liguri di Preziosi a 25 punti. Il Pescara di Bergodi cade male in casa e rimane lontano dall'assoluzione, a 4 punti, ormai quasi spacciato.

Ne approfitta il Cagliari di Sau (doppietta, gran campionato il suo) per vincere 2-0 in Abruzzo, santificare il suo sfortunato condottiero da 20 anni (il galeotto Cellino), dimenticare le angustie dello stadio «Semovente» e fare un importante balzo verso la relativa tranquillità. All'isola che ride fa velo il pianto di Palermo. Inutile punto a Verona con il Chievo e tra un cambio di identità, un ribaltone tecnico e una piroetta di Zamparini, destino fortemente compromesso.

 

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