ADOTTATI O ACQUISTATI? LE ADOZIONI IN ITALIA SEMPRE PIU DIFFICILI, ALL’ESTERO E’ UNA GIUNGLA: MIGLIAIA DI DOLLARI IN NERO

1-IL PERCORSO A OSTACOLI PER L'ADOZIONE IN ITALIA
Alessandra Arachi per "Il Corriere della Sera"

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è chiaro, diretto: «Poter essere accolto e crescere all'interno di un ambiente familiare sereno rappresenta un fondamentale diritto del minore, un bene sociale irrinunciabile».

Per questo nella Giornata mondiale per i diritti dell'infanzia il capo dello Stato approfitta per lanciare un monito al Parlamento. «Il Parlamento - dice Napolitano - deve intervenire su affidi e adozioni. Già nella scorsa legislatura la Commissione parlamentare per l'infanzia aveva svolto accurate indagini da dove erano emersi rilevanti cambiamenti intervenuti nelle scelte delle famiglie sulle adozioni. Altre risposte alle emergenze sono arrivate dalla magistratura, ma spetta al legislatore il compito di affrontare in modo organico i seri problemi finora individuati».

Anche Pietro Grasso, presidente del Senato, lancia un appello in favore dell'infanzia: «Basta torpore, svegliamoci. Servono misure contro disagio e povertà».Nella Giornata dell'infanzia si scopre che in Italia quasi un bambino su 5 (il 17 per cento per la precisione) vive sotto la soglia della povertà e oltre il 10 per cento dei ragazzi non è iscritto a scuola e non lavora.

Dati che Michela Vittoria Brambilla, deputata di Forza Italia, conosce benissimo, lei che presidente della Commissione bicamerale dell'infanzia lo è diventata da poco, e anche per queste cifre ha voluto organizzare la Giornata puntando l'indice su quella che in Italia sta diventando una vera piaga: le adozioni.

È sempre più difficile adottare un bambino qui da noi. I numeri della Cai, la Commissione internazionale delle adozioni ci dicono che siamo tornati indietro di dieci anni, sia per le adozioni nazionali sia per le adozioni internazionali.

Per capire: tra il 2007 e il 2011, le domande di adozione nazionale sono calate del 33 per cento, quelle internazionali del 22 per cento, dell'affido del 14 per cento. Non è certo perché sia calato il desiderio di adottare bambini. Sono le difficoltà interminabili, burocratiche e non, che scoraggiano i possibili genitori.

Dice Michela Vittoria Brambilla: «Bisogna cambiare le regole. Non può passare l'idea che per generare un figlio basta essere normali, mentre per adottarne uno occorrono qualità eccezionali. C'è un atteggiamento a volte troppo sospettoso verso gli aspiranti genitori».
Dall'indagine fatta dalla Commissione adozioni sono venute fuori davvero molte difficoltà per chi chiede di avere un bimbo in casa. Spiega Brambilla: «Oltre all'incidenza della crisi economica, uno dei deterrenti principali nella scelta di adottare è costituito proprio dalla complessità delle procedure».

2- QUEI 5 ANNI DI ATTESE E L'OFFERTA DI PORTARE A CASA UNA BIMBA DI RICAMBIO
Alessandra Arachi per "Il Corriere della Sera"

La storia di Stefano, Laura e della piccola Editha comincia con una bugia: tutti questi nomi sono falsi. Non possiamo mettere quelli veri: la piccola Editha tra qualche anno leggendo la sua storia potrebbe scoprire di essere stata trattata come un pezzo di ricambio di una motocicletta. Già, proprio così. Ma cominciamo dal principio.

Cominciamo dal 2005, quando Stefano e Laura dopo tanti, troppi tentativi per avere un bimbo decidono di adottarne uno. Un bimbo straniero. Una bimba filippina. La piccola Editha. Non basta un anno per vedere almeno la foto della piccola. Non bastano due anni per sapere che la piccola Editha vive in un paesino non lontano da Manila e nel frattempo ha compiuto tre anni.

Ed arriviamo al terzo anno, quando Stefano e Laura sentono la prima goccia di sangue che si tuffa nel cuore. Succede quando dalle mani dell'assistente dell'associazione alla quale si erano rivolti per l'adozione vedono la fotografia della bambina. È bella. Bellissima. La bambina più bella del mondo.

Stefano e Laura sono pronti a partire per Manila. Inutilmente. Dall'associazione non sono espliciti, ma come al solito molto bravi nel farsi capire. Non sono bastati i ventimila dollari che Stefano e Laura hanno tirato fuori per bolli, pratiche burocratiche (una valanga), avvocati, colloqui con gli psicologi, interventi dei mediatori. No, il pezzo forte della storia deve ancora arrivare.

Da Manila, infatti fanno sapere, dopo ben tre anni, che la piccola Editha in realtà non è adottabile in senso stretto e diretto, visto che la piccola ha dei genitori presenti e nell'orfanotrofio ci è finita soltanto perché mamma e papà non ce la facevano a sfamare anche lei, la settima creatura che avevano messo al mondo.

Editha non è «adottabile in senso stretto». E in senso lato? Con un venti-venticinquemila dollari il senso lato può diventare stretto e, insomma, Stefano e Laura, possono portarsi a casa la bambina con tutte le autorizzazioni del caso.

Stefano e Laura pagano ancora. Siamo arrivati oramai al 2009 e al quinto compleanno della piccola. Tutto pronto? Questa volta sì. Con quasi cinquantamila dollari versati in nero e il cuore in tumulto Stefano e Laura si imbarcano finalmente sull'aereo per Manila.
Chissà i pensieri di Stefano. Chissà la tenerezza nell'anima di Laura. Quando l'aereo atterra sulla pista di Manila il vero viaggio però deve ancora cominciare.

Stefano e Laura vengono imbarcati su una jeep e portati a spasso per almeno una quarantina di chilometri di stradine fatte di fango e pozze d'acqua. Ma il tempo vola, quando l'attesa è così grande.

Stefano e Laura scendono dalla jeep e si trovano davanti una casetta pulita con un tetto rosso e i fiori sui davanzali delle finestre. La sede dell'associazione. Laura non riesce a pensare a nulla. Stefano è convinto di trovare la bambina sull'uscio linda e vestita. Non è così.

Ad aspettare la mamma e il papà di Editha è un assistente dell'associazione. Parla un inglese stentato. Ma riesce a farsi capire benissimo: la piccola ha un problema. Una grave malformazione cerebrale. Congenita, ovviamente. E ovviamente nessuno aveva pensato di avvisare prima Stefano e Laura. Che non si perdono d'animo nemmeno per un istante.
Stefano è un martello: chiede all'assistente dell'associazione notizie a raffica. Che malformazione è? La bambina può prendere l'aereo? Hanno esami da far vedere loro?

Che si può fare, immediatamente? L'assistente dell'associazione non dice una parola, scuote soltanto la testa davanti alle domande di Stefano. E solamente alla fine spiega: «Io non so rispondere a nessuna delle sue domande, però se vuole possiamo darle un'altra bambina». Stefano non capisce: «Un'altra bambina?». L'assistente adesso scuote la testa felice per aver trovato la soluzione: «Sì, sì. Una bambina di ricambio. Vi va bene?».

La piccola Editha oggi ha superato i dieci anni, vive in un paesino del Centro Italia, dove è stata operata da bravi specialisti e coccolata dall'affetto di una mamma e di un papà, che quando ripensano a questa storia non possono che ripetersi che non può essere successo proprio a loro. Che deve essere stato un incubo riuscito.

 

 

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