I BAMBINI FANTASMA DEL DALAI LAMA - CONDIZIONI DI VITA DURISSIME E UNA GESTIONE DELLE ADOZIONI FUORI DI OGNI CONTROLLO, LA CASA DEI BIMBI DEL DALAI LAMA PEGGIO DI UN CAMPO MILITARE

Davide Casati per il “Corriere della Sera”

 

Il bambino sentì il presidente dell’orfanotrofio entrare nel dormitorio: così alzò lo sguardo. Era il 16 agosto 2012: a Dharamsala, India, stagione dei monsoni. Il bimbo aveva capelli neri, una camicia a quadri affogata in un gilet verde, e due occhi scuri che si accesero quando scorsero una donna con uno zaino in spalla. Non l’aveva mai vista, ma le corse incontro e le si gettò al collo. «È stato come conoscere nostro figlio. Anzi: come riconoscerlo ».

CASA BIMBI DALAI LAMACASA BIMBI DALAI LAMA

 

Due anni e mezzo dopo, Paola Pivi — artista multimediale, Leone d’oro alla Biennale di Venezia ‘99 — ricorda quell’istante come l’inizio di una storia faticosa. Perché la battaglia legale sua e del marito — il compositore americano di origini tibetane Karma Lama — per ottenere l’affidamento prima, e l’adozione poi, del piccolo Norbu (nome di fantasia) ha messo in mostra una serie di irregolarità del Tibetan Children’s Village (Tcv), l’istituto ideato dal Dalai Lama dove il bimbo ha vissuto per 4 anni. Condizioni di vita durissime, e soprattutto una gestione delle adozioni al di fuori di ogni controllo.

 

Fondato nel 1960 «per prendersi cura dei bimbi tibetani esiliati in India», il Tcv — grazie anche al supporto di star come Richard Gere — gestisce oggi 30 tra scuole e istituti, frequentati da quasi 17 mila minori. Si finanzia con adozioni a distanza (480 dollari l’anno): ma, come testimonia il bilancio ottenuto dal Corriere , le donazioni da privati (728 mila euro) sono solo una parte dell’incasso annuale (che nel 2014, è stato di 9,5 milioni di euro, +9,6% rispetto al 2013). A bilancio ci sono 7 milioni cash . I dati non sono condivisi con le centinaia di famiglie che, anche dall’Italia, offrono denaro: e non è l’unico aspetto tenuto riservato.

 

DALAI LAMA BIMBIDALAI LAMA BIMBI

Norden Johnson ha 21 anni e, con la sorella Lakhdon, ha vissuto per 10 anni al Tcv. Dove, ci spiega, ha patito fame, mancanza di spazio («eravamo 30 in ogni casa»), freddo («docce gelide anche in inverno»). «Ci facevano pulire i bagni e lavare i vestiti» ricorda, tremando ancora per le botte ricevute. «Un giorno, per punizione, fui obbligato a stare ritto sulle mani: quando caddi, la mia tutrice mi colpì con un cavo elettrico. Sembrava un campo militare».

 

Al processo per l’affidamento di Norbu, Tenzin Tsundue, noto attivista tibetano ed ex studente del Tcv, ha difeso l’istituto, riconoscendo però che gli studenti devono lavarsi panni e stanze per «diventare indipendenti». Un altro ex studente, che ha chiesto l’anonimato, spiega che le punizioni «mantengono la disciplina».

 

Non è, questo, l’unico aspetto problematico del Tcv. L’istituto nega di dare bimbi in adozione: e in effetti non appare nella lista delle strutture indiane autorizzate, né è chiaro se possa avere orfani in custodia. Eppure il Tcv ne ospita da decenni; eppure Norden e la sorella furono adottati 7 anni fa da una famiglia di New York; eppure, infine, a Pivi e Lama il presidente del Tcv Tsewang Yeshi parlò apertamente di «adozione» per Norbu.

DALAI LAMA CASA DEI BIMBIDALAI LAMA CASA DEI BIMBI

 

Pivi entrò per la prima volta al Tcv per aiutare la sorella del marito, che aveva preso accordi per adottare due orfani. Una volta giunti a Dharamsala, però, Yeshi informò Lama e Pivi che i due bambini non erano più disponibili: lo era un altro bimbo, che era stato lasciato al Tcv da una donna che lo aveva trovato a Katmandu e che aveva detto di non poterlo accudire. Da allora, per 4 anni, Norbu era rimasto nella baby-room dell’istituto.

 

Quando la sorella di Lama rifiutò lo scambio, Pivi e il marito chiesero di subentrarle. Il presidente, entusiasta, chiese i dollari dell’adozione a distanza e permise subito ai due affidatari di vivere con lui, a patto che, «finché non avrà l’età per fare scelte», continuasse a frequentare il Tcv. Un modo di fare, spiega il legale della famiglia Anton Giulio Lana, in contrasto con le pratiche internazionali: il periodo di «istituzionalizzazione» deve essere infatti solo quello necessario per avviare le pratiche.

 

Dopo 4 mesi che Pivi ricorda come «splendidi», il 31 dicembre 2012, il presidente intimò loro (via email ) di riconsegnare subito Norbu: la donna che lo aveva lasciato anni prima voleva portarlo in Francia. «Ne ha la proprietà», disse poi, offrendo a Pivi e Lama un altro bimbo per il quale, assicurò in un incontro ufficiale, «vi daremo subito l’adozione».

 

Sconvolti, i due si rivolsero a giudici indiani. Due anni dopo, l’11 dicembre del 2014, la Corte di Shimla ha dato loro la guardianship di Norbu constatando le irregolarità del Tcv: «persino l’accettazione di Norbu nell’istituto non era mai stata comunicata alle autorità». Di fatto, Norbu era un fantasma legale. Un fantasma per il quale, però, l’istituto chiedeva denaro.

 

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Non è chiaro se il Dalai Lama conosca la vicenda; la conosce però (lo dimostrano documenti ufficiali) il suo rappresentante Tenpa Tsering. Il presidente del Tcv e Jetsum Pema, sorella del Dalai Lama e direttrice per 46 anni, non hanno risposto a telefonate ed email spedite per settimane dal Corriere. «Non ho tempo per questa storia» ha risposto Losang Sangay, premier del governo tibetano in esilio, raggiunto al telefono.

 

Lama e Pivi stanno ora avviando le pratiche per un’adozione in piena regola. Ma lavorano anche a un’iniziativa perché simili situazioni non si ripetano: «I bimbi abbandonati o orfani che si trovano in situazioni opache dal punto di vista legale non hanno voce né, spesso, chi ne difenda i diritti», spiega Pivi.

 

dalai lamadalai lama

«Il tentativo sincero di aiutarli non può tramutarsi in un incubo infinito». Norbu, intanto, ha trascorso gli ultimi due anni sempre con la coppia, che per lui si è trasferita in India. Frequenta, entusiasta, una nuova scuola e custodisce due desideri: «studiare i pianeti» e andare in Alaska, dove Pivi e Lama vogliono tornare a vivere. «Non l’ha mai vista», dice Pivi, «ma sogna sempre di andarci. Sogna di andare a casa».

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