IL CASO DI EMANUELA ORLANDI È UN ENIGMA AVVOLTO IN UN MISTERO - SONO PASSATI 43 ANNI DA QUANDO, IL 22 GIUGNO 1983, LA GIOVANE CITTADINA VATICANA SCOMPARI' NEL NULLA. DA ALLORA, IL CASO INCROCIO' VICENDE DI POTERE, POLITICA ESTERA, SOLDI, SESSO, CRIMINALITA' E SERVIZI SEGRETI DEVIATI: CHISSA' SE LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA RIUSCIRA' A STABILIRE, UNA VOLTA PER TUTTE, CHE FINE HA FATTO LA ORLANDI - TUTTI I MOVENTI IPOTIZZATI NEGLI ANNI: L'IPOTESI CHE VENNE RAPITA DAL KGB PER FRENARE L'ANTICOMUNISMO DI PAPA WOJTYLA, LA PISTA LEGATA ALLO IOR, LA CONFESSIONE DI QUEL CANTASTORIE DI MARCO ACCETTI E LA PISTA SESSUALE (CON I DELIRI DI PIETRO ORLANDI: "WOJTYLA LA SERA USCIVA CON DUE MONSIGNORI POLACCHI E NON ANDAVA CERTO A BENEDIRE LE CASE")
Estratto dell'articolo di Fabrizio Peronaci per “Sette” – “Corriere della Sera”
La sequestrata più ricercata del pianeta uscì di casa attorno alle 16 diretta alla scuola di musica, in piazza Sant’Apollinare. Emanuela Orlandi indossava una camicia bianca e jeans con bretelle. Sulle spalle, uno zainetto di cuoio da cui spuntava un flauto marca Rampone & Cazzani.
I bus erano verdi, i taxi gialli. Fotogrammi di un’altra epoca. Ogni suo passo nella Roma torrida di quel 22 giugno 1983 fu un andare verso l’ignoto che di lì a poco l’avrebbe inghiottita. Quella stessa mattina il Corriere aveva titolato in prima pagina: “Walesa incontra il Papa”.
I cronisti di giudiziaria da mesi si erano buttati a capofitto sul crack del Banco Ambrosiano. E nel braccio G6 di Rebibbia il turco Ali Agca, condannato all’ergastolo per l’attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981, metteva in scena i suoi finti deliri: “Io sono Gesù Cristo, vi annuncio la fine del mondo…”.
Sono passati 43 anni. Pietro, il fratello maggiore, si prepara al consueto sit-in del 22 giugno. Oggi sua sorella sarebbe una signora sulla soglia della sessantina, amante della musica classica. E invece per tutti resta inchiodata alla foto di lei quindicenne, nel famoso manifesto con la fascetta tra i capelli.
L’hanno cercata ovunque, la quarta figlia del messo pontificio: magistrati, investigatori, giornalisti, criminologi, e negli ultimi due anni anche i 40 senatori e deputati della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Orlandi-Gregori.
Fin da subito, d’altronde, il sentore che fosse accaduto qualcosa di grosso aleggiò sopra l’appartamento nelle Mura leonine in cui abitavano il fedele dipendente di papa Wojtyla, Ercole Orlandi, sua moglie Maria e i loro cinque figli.
La penultima, Emanuela, studentessa di liceo scientifico, aveva telefonato dalla scuola di musica dicendo di aver ricevuto un’offerta di lavoro per la ditta di cosmetici Avon, 375.000 lire per distribuire volantini in un solo pomeriggio. Cifra esorbitante, forse un messaggio criptato. Poi, il mistero.
MARIO MENEGUZZI - ZIO DI EMANUELA ORLANDI
Un incidente? Un brutto incontro? Una “scappatella”? Le prime ipotesi arretrarono di fronte ad altre più sfuggenti e inquietanti quando, tre sere dopo, i servizi segreti entrarono in casa Orlandi. Io, giovane collaboratore di testate romane e studente di Scienze politiche, avevo incrociato il suo volto all’uscita del metrò, a Termini, andando in facoltà. Rimasi turbato. Fu l’inizio dell’impegno di una vita.
Estate da incubo. Mi risuona ancora nelle orecchie l’italiano stentato di Karol Wojtyla che il 3 luglio 1983 lanciò il primo appello. Poi arrivarono le telefonate del cosiddetto “Amerikano”. Le richieste di scambio tra l’ostaggio e Agca. L’ultimatum del 20 luglio. L’irrompere di sigle oscure come Fronte Turkesh e Phoenix. Il contatto dei rapitori con il cardinal Casaroli.
La trattativa (fallita) tra Italia e Santa Sede per la grazia ad Agca. Il coinvolgimento di Mirella Gregori, altra ragazza scomparsa circa un mese prima di Emanuela, che frequentava un bar di via Nomentana dove era cliente fisso un gendarme vaticano.
sit in in vaticano per emanuela orlandi 2
L’azione politico-terroristica, rafforzata dai precedenti pedinamenti di altre figlie di dipendenti della Santa Sede (il maggiordomo papale e il comandante della Gendarmeria), dall’alert-sequestri diramato nel 1982 dai Servizi segreti francesi e dall'anomala circostanza del cambio di cittadinanza di Emanuela (da italiana a vaticana) proprio a ridosso del sequestro, a caldo parve agli inquirenti la più credibile.
Trama alla John Le Carré: Emanuela Orlandi rapita da spie venute dal freddo, per mano del Cremlino e del Kgb, per frenare l’anticomunismo del papa polacco.
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Altro possibile movente: la mala gestio dello Ior di monsignor Marcinkus, che aveva portato alla bancarotta l’Ambrosiano di Roberto Calvi, “suicidato” l’anno prima a Londra, e concesso alla malavita romana un micidiale potere di interdizione, a causa dei soldi versati in Vaticano e finiti in Polonia per finanziare il sindacato Solidarnosc.
Follow the money, segui il denaro. La soluzione sembrava a portata di mano. Ma la lunghissima prima inchiesta si concluse nel 1997 con un nulla di fatto.
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Un manipolo di sgherri turchi, uno 007 del Sismi di stanza a Monaco di Baviera e Raoul Bonarelli, gendarme vaticano, vennero prosciolti. Il giallo per qualche tempo restò sottotraccia, fino a che Ercole Orlandi ripartì all’attacco. «Mia figlia rapita dai servizi segreti», dichiarò nel 2001 al Corriere. «Sono stato tradito da chi ho sempre servito», confidò nel 2004, poco prima di morire.
Nel 2005 entrò in scena la banda della Magliana. «Per sapere che fine ha fatto Emanuela Orlandi andate a vedere chi è sepolto a Sant’Apollinare», biascicò in una telefonata a Chi l’ha visto? una voce romanesca. La sepoltura del boss “Renatino” De Pedis scoperchiava baratri di opacità.
FUORI I NOMI - LA VERITA SUL CASO ORLANDI - VIGNETTA BY MACONDO
Nel 2008 furono indagati tre malavitosi, l’ex rettore don Pietro Vergari e l’ex amante di “Renatino”, Sabrina Minardi, asserita testimone della consegna di Emanuela a un prelato in fondo alla “strada delle mille curve”, sotto il Gianicolo. Il complotto politico-spionistico iniziò a scolorare. Le ragazzine potevano essere finite male per ragioni più prosaiche: la consegna a tonache lussuriose a fini sessuali, oppure un brutale ricatto della banda della Magliana, interessata a rientrare dei soldi…
Marzo 2013, il giallo s’impenna. Marco Accetti, classe 1955, figlio di massone, cresciuto in collegi esclusivi, estremista di destra con amicizie a sinistra, QI superiore alla media, forti propensioni criminali, fedina penale sporcata dall'omicidio stradale del piccolo Josè Garramon avvenuto nel dicembre 1984, già noto per la tendenza a contattare adolescenti e proporre loro book fotografici, confessa davanti al pm Giancarlo Capaldo: «Dottore, con l’età sono giunto a rivedere il mio passato. Il sequestratore e il telefonista del caso Orlandi-Gregori sono io». Movente? «Ci interessava favorire il dialogo con l’Est, le ragazze sarebbero dovute rientrare entro pochi giorni».
pietro orlandi, fratello di emanuela orlandi
È il “ganglio”: gruppo composto da 007 deviati, esponenti della massoneria e della criminalità, religiosi in contrasto con la linea di Wojtyla, di cui già si era avuta evidenza negli studi storici su quello scorcio di Guerra Fredda. Dà anche un’indicazione precisa, Accetti: «I prelati coinvolti facevano parte del Consiglio degli affari pubblici della Chiesa».
Il magistrato Capaldo balza sulla sedia. Il superteste, a supporto delle sue dichiarazioni, consegna un flauto che la famiglia Orlandi identifica come quello di Emanuela; dimostra di conoscere l’esatta ubicazione delle cabine Sip da cui partirono le rivendicazioni del rapimento;
presunto rendiconto vaticano su emanuela orlandi
rivela dettagli intimi mai emersi (il ciclo mestruale della quindicenne al momento di sparire); decodifica un messaggio da Boston nel quale si rimandava all’oscura morte di Paola Diener, figlia dell’archivista vaticano, folgorata sotto la doccia nell’ottobre 1983.
Fa presente che la sua giovanissima moglie era a Boston nel periodo in cui partirono quattro messaggi di rivendicazione. Parla di un’intima amica «mia collaboratrice» nell’azione. E infine la prova della sua voce: è lui, il telefonista. Lo si riconosce a orecchio.
Giallo risolto? L’Italia guarda in tv, su La7, il faccia a faccia tra “l’uomo nero” e Pietro Orlandi. «Allora ci diamo del tu?», dice Accetti. «Fai i nomi dei mandanti e racconta tutto, altrimenti non sei credibile», replica il fratello della scomparsa.
Siamo a fine 2013. È in questo snodo che il sistema istituzionale, politico e giudiziario ha uno scarto, si ritrae. Da trent’anni tutti cercavano il famigerato “Amerikano”, in una nota del Sisde descritto come il grande burattinaio, “forse un ecclesiastico, di altissimo livello intellettuale, con notevoli capacità di manipolazione”, e ora che si è materializzato si finge di non vederlo.
Azzardo una spiegazione. Tirare il filo offerto da Marco Accetti con la sua confessione – che implica l’operatività di un nucleo spionistico all’ombra del Cupolone, guerre senza quartiere nelle sacre stanze, giri sessuali inconfessabili e persino possibili coperture ecclesiastiche nell’attentato del 13 maggio 1981 – scoperchierebbe qualcosa di paragonabile al vaso di Pandora. Meglio sorvolare. Parola d’ordine: ignorare “l’uomo nero”.
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Nel 2015, nonostante il parere contrario del pm Capaldo che afferma nero su bianco di ritenere Accetti un «possibile serial killer», la seconda inchiesta viene archiviata. La decisione è del procuratore Giuseppe Pignatone, in seguito nominato presidente del Tribunale vaticano. Tana libera tutti.
Il memoriale di 60 pagine da lui consegnato in Procura non viene sottoposto a verifiche, sebbene in più passi descriva minuziosamente la dinamica del duplice sequestro. «Dispiace per le famiglie, ma per noi il caso è chiuso», scandisce in tv il cardinale Angelo Becciu.
ORLANDI CONTRO IL CLERO - MEME BY SHILIPOTI
[...] La macabra novità, inserita in un giallo-sciarada colmo di messaggi cifrati, impone un cambio di passo. Il combinato disposto della nuova inchiesta sul giallo Skerl, il lavoro avviato nel 2024 dalla Commissione parlamentare e gli accertamenti del pm Stefano D’Arma, che di recente ha ripreso le fila dell’intrigo, convocando numerose persone a Palazzo di giustizia, portano a un quadro nitido e supportato da riscontri.
Eccola, la ricostruzione aggiornata dell’affaire Orlandi-Gregori. Le due ragazze finirono per ingenuità adolescenziale in una trappola feroce. Le amiche di Emanuela e Mirella sapevano qualcosa sul loro progetto di allontanarsi da casa, come dimostrano le gravi reticenze, tanto che una, Laura Casagrande, mesi fa è stata indagata per false informazioni al pm, e un’altra, Sonia De Vito, lo fu al tempo della prima inchiesta. Ma il mancato ritorno si trasformò presto in un doppio sequestro.
LA TOMBA NEL CIMITERO TEUTONICO DOVE SAREBBERO I RESTI DI EMANUELA ORLANDI
Chi le aveva adescate? Accetti, all’epoca neanche trentenne, parlantina sciolta e fascino da artista, ha verbalizzato di averle conosciute entrambe. E ora è emerso che frequentava anche Katy. La ragazza potrebbe aver partecipato alle azioni di recluting ed essere stata uccisa perché sapeva troppo.
In alternativa, Roberto Morassut, vicepresidente della Commissione, ritiene che l’adescatore sia stato tale Felix Welner, talent scout polacco implicato nel cinema a luci rosse, che giorni prima aveva avvicinato Federica, la sorella di Emanuela.
Non basta. Luglio 2023: esplode il caso delle molestie (remote, risalenti al 1978) dello zio Mario Meneguzzi ai danni della sorella maggiore di Emanuela. Un’ombra sulla famiglia. Pietro e la stessa Natalina reagiscono convocando una conferenza stampa: «Una volgare montatura».
Siamo a fine viaggio. Perché tanto orrore? La risposta, in assenza dei corpi e di certezze sugli autori materiali dei delitti, può giungere in via indiretta. È infatti proprio il Grande Depistaggio attuato con le telefonate dell’Amerikano che chiamavano in causa Agca a dimostrare che qualcosa di spaventoso covava sotto la cenere, tanto da rendere necessario alzare una gigantesca cortina fumogena che confondesse l’opinione pubblica. L’autore delle telefonate oggi lo conosciamo, anche grazie al sigillo delle perizie foniche: fu Accetti, lui stesso un “depistaggio vivente” utile da mandare avanti per avviare operazioni sporche. Ma cosa si voleva coprire? E i mandanti?
La Commissione parlamentare, dopo aver audito 122 testimoni, pare orientata verso il ratto a scopo sessuale. Accetti, tornato di recente al centro dell'attenzione investigativa come un inquietante fantasma rispuntato dalla finestra, lo scorso 26 marzo è stato sentito per sette ore, in seduta segreta. In queste ore si parla di nuovi avvisi di garanzia a suo carico.
Padre Amorth, il famoso esorcista, nel 2012 dichiarò: «Penso a un delitto a sfondo sessuale. In Vaticano venivano organizzati festini che coinvolgevano personale delle ambasciate. Ritengo che Emanuela sia finita vittima di quel giro».
Eccolo, il primum movens più accreditato. Ma attenzione: una volta tenute fuori casa con la forza, non è affatto da escludere che Emanuela e Mirella siano state vittime di un uso per così dire multitasking, utile a più ricatti, svolti sottotraccia, contro la linea del papa polacco o le malversazioni finanziarie. Potere, soldi, sesso, ragione di Stato… «La verità vi farà liberi», dice il Vangelo di Giovanni.[...]
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ERCOLE ORLANDI
emanuela orlandi mirella gregori





