bruno caccia schirripa

IL DELITTO CACCIA RESTA SENZA COLPEVOLE - L’IMPUTATO ROCCO SCHIRRIPA PRESTO LIBERO PER UN ERRORE DEL PM - A SCOPRIRLO IL LEGALE DELLA FAMIGLIA DEL GIUDICE UCCISO CHE PUNTA RIAPRIRE IL FILONE D' INCHIESTA CHE INDIVIDUA COME CAUSALE DEL DELITTO LA LOTTA AL RICICLAGGIO DI DENARO DELLA MAFIA AL CASINÒ DI SAINT VINCENT

Ottavia Giustetti per ''la Repubblica''

 

SCHIRRIPASCHIRRIPA

Era già stato sotto inchiesta a Milano, Rocco Schirripa, vent' anni fa. Era sospettato anche allora dell' omicidio del procuratore capo di Torino, Bruno Caccia. Ma in procura nessuno se ne è accorto.

 

Nessuno ricordava, e non era neppure tra gli atti dei difensori, quel "fascicolo fantasma", aperto il 13 novembre 1996 dal pm Giovanbattista Rollero, sulla scia delle dichiarazioni del pentito Vincenzo Pavia, raccolte dalla procura di Torino. È l' indagine che potrebbe chiudere per sempre ogni speranza di trovare un colpevole in questo processo infinito e tormentato.

 

I magistrati hanno commesso un errore di procedura, dimenticando o non sapendo che esisteva questa inchiesta. E hanno saltato un passaggio, omettendo di farsi autorizzare la riapertura delle indagini.

 

Così ora sono inutilizzabili tutti gli atti della nuova indagine, quella che solo nel 2015 ha incastrato davvero Schirripa. E non è il solo colpo di scena. Un altro elemento conferma l' insolita geometria di alleanze di questa travagliata vicenda: è stato l' avvocato della famiglia Caccia ad accorgersi dell' errore e a denunciarlo. Sono stati i figli del procuratore di Torino, che da anni chiedono il processo nei confronti dei responsabili dell' omicidio, a mettere la procura di Milano con le spalle al muro. «Il processo deve essere secondo giustizia - dice Fabio Repici, il loro avvocato - prima o poi sarebbe venuto fuori. È l' errore più incredibile cui mi sia capitato di assistere in tanti anni di professione».

 

BRUNO CACCIA 9BRUNO CACCIA 9

L' INDAGINE FANTASMA Una cartellina vuota: priva di intercettazioni e di acquisizioni di atti. Non ci sarebbe neppure l' interrogatorio del pentito Vincenzo Pavia, il cognato di Domenico Belfiore (unico condannato come mandante per l' omicidio Caccia) che aveva dato impulso all' inchiesta nel 1996, pochi mesi prima, cominciando a collaborare con i pm di Torino.

 

Lo ha detto Vincenzo Pavia in aula il 9 novembre, quando ha ripetuto nel processo le sue rivelazioni: «No, non sono mai stato sentito da un magistrato a Milano». Dunque, il pm Rollero ha solo scritto sulla cartellina i nomi dei cinque sospettati: Rocco Schirripa, Renato Angeli, Giuseppe Belfiore, Vincenzo Pavia e Tommaso De Pace. E come l' aveva aperta, il 21 febbraio 2001 senza che gli indagati ne avessero notizia alcuna, ne ha chiesto l' archiviazione. «Nella fase più delicata del processo si scopre un' archiviazione del 2001 di cui gli indagati non avevano notizia - dice l' avvocato di Schirripa, Mauro Anetrini - Neppure noi difensori che abbiamo letto gli atti dalla prima all' ultima pagina, ne sapevamo nulla».

 

GLI ATTI INUTILIZZABILI Lo scrive il pm di Milano, Marcello Tatangelo, il magistrato che a dicembre 2015, insieme a Ilda Boccassini, festeggiava in conferenza stampa la soluzione di un giallo durato 30 anni. E che oggi, invece, è costretto a firmare di suo pugno l' esecuzione capitale dell' inchiesta: «Tutti gli atti del procedimento sono affetti da inutilizzabilità, anche ai fini dell' emissione di una misura cautelare». E chiede al presidente della Corte d' Assise di Milano che Rocco Schirripa venga scarcerato.

«È stato un errore - dice Marcello Tatangelo - un errore incredibile di cui mi assumo tutta la responsabilità.

 

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Ci risultava solo che Torino avesse inviato nel 1996 un fascicolo senza indagati». Il pm avrebbe dovuto chiedere l' autorizzazione al gip prima di riaprire una nuova inchiesta il 25 novembre 2011. «Non posso fare previsioni sull' esito dell' inchiesta - dice il pm - Mercoledì, il giorno della prossima udienza, sarà la Corte d' Assise a decidere ». Ma che il processo sia in un vicolo cieco è ormai una certezza.

 

L'IRA DEI FAMILIARI «Siamo allibiti da quel che è accaduto, sembra che sia davvero impossibile scoprire la verità sulla morte di nostro padre». Guido Caccia, il figlio dell' ex procuratore, segue le sorti del processo a distanza. «È mia sorella che non si perde un' udienza e mi racconta tutto» dice.

 

«Come figli di un magistrato abbiamo il culto dello Stato e crediamo nella giustizia - aggiunge - anche per questo difficilmente potremo arrenderci». È stato però Fabio Repici, il loro legale da anni, a sollevare il caso e a chiedere alla procura di verificare. «Ho sentito testimoniare Giuseppe Belfiore - racconta Repici - lo ha detto lui per la prima volta che c' era stata un' indagine qui a Milano. Quando l' ho sentito sono saltato giù dalla sedia».

 

BRUNO CACCIA SCHIRRIPABRUNO CACCIA SCHIRRIPA

I NUOVI INDIZI Rocco Schirripa sarà fuori dal carcere molto presto, forse già questa mattina. Ma Fabio Repici ha giocato d' anticipo puntando a riaprire il filone d' inchiesta su cui la famiglia lavora da anni, quello che individua come causale del delitto la lotta al riciclaggio di denaro della mafia al Casinò di Saint Vincent. Il 14 novembre Repici ha chiesto che la procura generale di Milano subentri alla procura, e segua gli indizi verso altri due sospettati: Rosario Cattafi, avvocato indicato da alcuni pentiti come anello di congiunzione tra mafia, massoneria e servizi segreti.

 

E Demetrio "Luciano" Latella, ex gangster del gruppo milanese di Angelo Epaminonda, indicato come esecutore del delitto.

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