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DIETRO ALLE MANIE DI POTENZA DI TRUMP C’È L’ANSIA DI UN PAESE IN DECLINO – SECONDO IL “FINANCIAL TIMES”, LA RAGIONE DEL BULLISMO DEL TYCOON VA CERCATA NELL’INESORABILE DECLINO DELLA SUPER-POTENZA AMERICANA: “DIFFIDATE SEMPRE DI CHI SCENDE DI RANGO. NOI CHE VIVIAMO UNA VITA MIGLIORE DI QUELLA IN CUI SIAMO NATI NON POSSIAMO NEMMENO IMMAGINARE IL TRAUMA DI CHI VA NELLA DIREZIONE OPPOSTA. UN PICCOLO CALO DI STATUS PUÒ FAR PERDERE LA BUSSOLA, ANCHE SE LA POSIZIONE ASSOLUTA RESTA BUONA” – “FURONO LE CLASSI MEDIE DELLA REPUBBLICA DI WEIMAR A VOTARE PER I NAZIONALSOCIALISTI, NON NECESSARIAMENTE I PIÙ POVERI. IN GEOPOLITICA, LO STESSO PROCESSO SI RIPRODUCE ALLA MASSIMA SCALA. COS’È LA GUERRA DELLA RUSSIA IN UCRAINA SE NON UNA PROTESTA CONTRO IL SUO STATUS RIDOTTO DOPO IL CROLLO SOVIETICO?”

 

 

Traduzione di un estratto dell’articolo di Janan Ganesh per il “Financial Times”

 

DONALD TRUMP A DAVOS - FOTO LAPRESSE

Settant’anni fa, Gran Bretagna e Francia, partner in declino, tentarono di impadronirsi con la forza del Canale di Suez. La cosa curiosa è che nessuno dei due Paesi era guidato da uno fanatico sciovinista.

 

Anthony Eden, studioso di arabo e persiano, resta il più colto occupante di Downing Street dell’era postbellica. È solo che l’ansia da status spinge persone ragionevoli a fare cose avventate.

 

La Francia avrebbe combattuto una guerra senza speranza in Algeria e la Gran Bretagna sarebbe rimasta fuori da un progetto euro-federalista che riteneva privo di futuro: errori di valutazione che pesano su entrambe le nazioni ancora oggi.

 

Il declino dell’America non è così brusco come lo fu allora per loro, ovviamente. Resta il Paese più forte del mondo, seppure con un margine ridotto. Ma, sotto un altro profilo, il declino americano è peggiore.

CINA VS TRUMP

 

La Gran Bretagna poteva sempre consolarsi pensando di passare il testimone a una superpotenza democratica, anglofona e in gran parte bianca. Al contrario, gli Stati Uniti hanno perso terreno a favore della Cina, con la quale non condividono nessuna di queste caratteristiche.

 

E così il deterioramento del loro status, pur oggettivamente molto meno ripido di quello britannico, potrebbe essere soggettivamente più lacerante. Conta eccome contro quale Paese stai declinando.

 

Se a questa equazione aggiungi qualcuno ossessionato dalle gerarchie come Donald Trump — con il suo senso quasi geologico degli strati — ottieni il maltrattamento della Groenlandia, la diplomazia delle cannoniere nei Caraibi e altri tentativi in stile Suez di recuperare prestigio perduto. (Forse con maggior successo.)

 

LA FOTO PUBBLICATA DA TRUMP SULLA GROENLANDIA

Ma anche sotto un presidente “normale”, gli Stati Uniti potrebbero comportarsi male proprio adesso. I Paesi in preda all’ansia da status devono gonfiarsi il petto. È raro che una superpotenza accetti serenamente il declino.

 

A dimostrazione che qui c’è qualcosa che va oltre Trump, basta ricordare che l’America di George W. Bush già mal sopportava l’“ordine liberale basato sulle regole”, come quasi nessuno lo chiamava all’epoca.

 

Anche al di là dell’invasione dell’Iraq, Bush mostrava un disprezzo estremo per la Corte penale internazionale. Non è un atto d’accusa contro di lui. C’era e c’è molta fuffa globale più di sinistra che propriamente liberale.

 

Bush, filoccidentale nel profondo, aveva ragione a diffidarne. Il punto più ampio è che il distacco dell’America dall’ordine mondiale legalistico precede Trump. Deve esserci qualcosa di strutturale che tormenta gli Stati Uniti, e quel qualcosa potrebbe essere il declino.

 

Poiché la performance degli Stati Uniti in questo secolo è stata così straordinaria in termini assoluti — economicamente, tecnologicamente — il loro declino relativo può essere difficile da visualizzare. Ma c’è: nell’efficacia limitata delle sanzioni statunitensi negli ultimi anni, nella lotta per restare in testa sull’intelligenza artificiale, e negli asset strategici che la Cina osa possedere nell’emisfero occidentale.

DONALD TRUMP E XI JINPING

 

Il divario militare con la Cina non è più quello di inizio millennio. Anche un presidente repubblicano di ordinaria amministrazione reagirebbe in modo aggressivo in queste circostanze, seppure non in maniera così sconsiderata come Trump.

 

Diffidate sempre di chi scende di rango. Noi che viviamo una vita migliore di quella in cui siamo nati non possiamo nemmeno immaginare il trauma di chi va nella direzione opposta.

 

Un piccolo calo di status può far perdere la bussola, anche se la posizione assoluta resta buona. Furono le classi medie della Repubblica di Weimar, impoverite dall’inflazione che divorò i risparmi durante la crisi, a votare per i nazionalsocialisti, non necessariamente i più poveri. In geopolitica, lo stesso processo si riproduce alla massima scala. Cos’è la guerra della Russia in Ucraina se non una protesta contro il suo status ridotto dopo il crollo sovietico?

 

L’individuo conta, senza dubbio. Anzi, Trump mi ha quasi convertito alla teoria del “Grande Uomo” nella storia. Ma alcuni schemi sembrano valere al di là del tempo, delle persone e dei luoghi. Se è mai esistita una potenza in declino che non si sia comportata in modo erratico mentre si assestava nel suo nuovo status, io non la conosco. Il comportamento di Trump è una versione estrema di qualcosa che potrebbe accadere comunque, che è accaduto nel passato recente e che è destinato ad accadere anche dopo di lui.

donald trump 4

 

La frase di Tucidide, «i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono», circola molto di recente. Si dovrebbe annuire con gravità, come se esprimesse una verità amara ma universale sulle relazioni internazionali.

 

Ma è davvero così? L’espressione implica che un Paese diventi più aggressivo man mano che cresce in potenza. Eppure gli Stati Uniti non furono mai più potenti di quanto lo fossero intorno alla nascita di Trump, nel 1946, quando producevano metà dei beni manifatturieri del mondo e detenevano anche il monopolio nucleare.

 

Con tutto questo potere, gli Stati Uniti non “fecero ciò che potevano” ai danni dei deboli. Al contrario, vararono il Piano Marshall e la Nato, capolavori di interesse illuminato. Ricostruirono Giappone e Germania come democrazie pacifiste. La svolta bellicosa del comportamento americano è arrivata, in realtà, durante il suo declino relativo.

 

La leadership spiega una parte di tutto questo, nel senso che Harry Truman era “migliore” di Trump, ma solo in parte. Il resto è strutturale. È più facile per una nazione essere magnanima quando sta in alto. Paranoia e aggressività subentrano quando quella posizione scivola. Perciò dovremmo aspettarci degli Stati Uniti volatili finché non si abitueranno al ruolo di una, e non più la, superpotenza. Gran Bretagna e Francia alla fine ci sono arrivate, pur dovendo cadere molto più in basso.

donald trump

 

Nessuno cita mai l’altra parte della famosa poesia di Dylan Thomas sul declino. Dopo aver esortato il lettore a «infuriarsi contro il morire della luce», concede che arrendersi ha più senso: «i saggi, alla fine, sanno che il buio è giusto».

 

Trump preferisce la furia, ma probabilmente lo farebbero anche altri leader al suo posto

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