le leggi razziali del fascismo

CHE RAZZA DI PAESE – DOPO 80 ANNI HANNO FINALMENTE UN NOME GLI EBREI CHE FURONO BUTTATI FUORI DALLO STATO ITALIANO PER IL QUALE LAVORAVANO, A CAUSA DELLE LEGGI RAZZIALI – LE LORO STORIE RECUPERATE DAI PROTOCOLLI DELLA CORTE DEI CONTI DA ANNALISA CAPRISTO E GIORGIO FABRE E ORA RACCOLTE IN UN LIBRO…

Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera”

leggi razziali

 

Pace Raffaele, usciere. Minerbi Fernando, magistrato. Haim Massimiliano, operaio giornaliero. De Angelis Guido, vicedirettore del Tesoro. Luzzatto Mario, archivista. Foà Giovanna, professoressa. E via così

 

Hanno finalmente un nome gli ebrei che, sulla base delle leggi razziali del 1938, furono buttati fuori dallo Stato italiano per il quale lavoravano e nel quale credevano spesso con mal riposta devozione. Ottant' anni hanno dovuto aspettare perché fosse loro riconosciuto il primo dei diritti umani: la dignità di un nome. Una identità. Quella che i nazisti cancellarono tatuando sulla pelle dei deportati un numero. Come quello impresso sul braccio della senatrice a vita Liliana Segre: n. 75190.

 

virginio gayda vignetta

Nomi recuperati uno ad uno, con infinita, minuziosa, infaticabile pazienza da Annalisa Capristo e Giorgio Fabre, che firmano Il registro. La cacciata degli ebrei dallo Stato italiano nei protocolli della Corte dei Conti 1938-1943 (in libreria per il Mulino dall' 11 ottobre). Un volume nel quale tutti quei nomi, recuperati appunto sui registri dei decreti di cessazione e di liquidazione di tutti i dipendenti pubblici ebrei, «ci si fanno davanti», come scrive Adriano Prosperi nella postfazione, «riscattati dal silenzio».

 

All' esterno, scrivono i due storici, «quei grandi volumi di protocollo "in folio" sembrano normali registri tipici dell' epoca, magari solo molto voluminosi e poco maneggevoli. Ma basta aprirne uno e, a seguire, gli altri, e con un colpo d' occhio viene fuori immediata la grande e cupa sorpresa.

UN FOGLIO DI PROTOCOLLO DELLA CORTE DEI CONTI CON L'INDICAZIONE DEI DIPENDENTI PUBBLICI EBREI DA ESPELLERE

 

Le pagine - molte pagine, talvolta, per intero - sono costellate di righe rosse, in corrispondenza di alcuni dei nomi presenti nel registro. Le righe rosse sottolineano le parole "Razza Ebraica", "Ebreo", "Ebrea"».

 

Nomi, storie, tragedie. Come quella dell' impiegata del ministero delle Comunicazioni Lidia Della Riccia, che il 18 novembre di quell' autunno nero scrive, «orfana e sola», a Vittorio Emanuele III una lettera gonfia di delusione e di sconcerto.

 

mussolini hitler

Dove spiega non solo di esser stata battezzata, ma di essere entrata di ruolo con un decreto del 20 settembre 1938 e a partire dal 28 ottobre 1938. Cioè «dopo» l' inizio dell' offensiva razziale fascista: «Ero felice di essermi assicurata () un posto che mi avrebbe permesso di lavorare onestamente tutta la vita, quando le recenti disposizioni di legge in materia di appartenenti alla razza ebraica sono venute a togliermi quel posto così faticosamente guadagnato ed a respingermi nella miseria non avendo io diritto, data la mia limitata anzianità di servizio, a pensione o a indennità di alcuna specie».

leggi razziali 3

 

E parlando di miseria la poveretta non esagerava. Le leggi sul lavoro, spiegano gli autori della ricerca, «spaccarono la comunità ebraica in due o addirittura in più segmenti, per cui una piccola parte comunque rimase protetta, e un' altra fu tremendamente impoverita». Qualcuno, in qualche modo, se la cavò.

 

Come Paolo Vita Finzi che aveva 21 anni di servizio, era console a Sydney, sede disagiata per l' enorme distanza da casa, e «passò da uno stipendio medio di 21.262 lire a 8.141 di pensione», ma «probabilmente riuscì a vivere dignitosamente perché rimase all' estero, a Buenos Aires». A migliaia di chilometri da Roma e dalle persecuzioni antiebraiche in arrivo.

 

leggi razziali

Molto peggio andò ad altri. Come il commissario Guido Cammeo che, vedovo con sette figli, venne espulso dalla polizia e dal ministero dell' Interno il 5 settembre 1938, il giorno stesso della firma apposta dal re alla prima delle leggi fasciste. Non vedeva l' ora, Benito Mussolini che firmò il decreto, di buttar fuori quel funzionario con una pensione di 11.840 lire, la metà di quanto guadagnava prima. Non vedeva l' ora.

 

leggi razziali

Figlio del rabbino di Modena, Guido Cammeo aveva agli occhi del Duce due colpe imperdonabili. La prima: nel 1923, a dispetto del regime già al potere, era stato assolto nel processo (aveva rifiutato l' amnistia: voleva il giudizio in tribunale) per una sparatoria nel 1921, a Modena, in cui erano morti otto fascisti (tra cui un ebreo, Duilio Sinigaglia) che «intendevano assaltare la Camera del Lavoro». La seconda colpa: era ebreo.

 

leggi razziali 1

Reintegrato in servizio dopo l' assoluzione, per Cammeo era «iniziato un calvario in varie prefetture d' Italia: dopo qualche tempo che arrivava in una nuova sede, qualcuno capiva chi era e incominciava una sarabanda contro di lui e doveva venir trasferito».

 

L' espulsione, corredata da un «ritocco» alle date (anche l' infamia ci tiene ai timbri in regola), fu insomma per il Duce il coronamento di una vendetta. Covata per anni.

Manifesto della Razza - leggi razziali

«Il totale minimo dei dipendenti statali "in pianta stabile" licenziati perché "di razza ebraica"», spiega nella prefazione Michele Sarfatti, «fu di oltre 720. Assieme ad essi furono estromessi coloro che avevano (anche allora) un rapporto di tipo precario o che rientravano in situazioni normative complesse».

 

la difesa della razza

Una umanità di «maestre, operai della Zecca, chimici, ragionieri, professori universitari, direttori di carceri, insegnanti di violino» senza differenze di classe. Tutti «collettivamente e più o meno simultaneamente licenziati, esonerati, allontanati, espulsi, estromessi, reietti, banditi; insomma, dissolti». Dissolti mentre, «parallelamente, altrettanti dipendenti, nati di "razza giusta", vennero assunti o fecero uno scatto di carriera». Magari compiaciuti della «botta di fortuna».

 

benito mussolini

Il registro, scrive Prosperi, «non è un libro su Mussolini o su qualcuna delle sue vittime, è un libro su come muore uno Stato. () Basta sfogliare gli atti amministrativi scoperti e pubblicati in questo volume per vedere come, pagina dopo pagina e persona dopo persona, lo Stato cancelli la legge e faccia straccio delle regole con le quali era costruito il reticolo di rapporti che lo costituivano».

 

benito mussolini 2

Derubando i dissolti, a capriccio, anche delle liquidazioni e delle pensioni cui avevano, per legge, diritto. Questo furono allora «lo Stato, i suoi ministeri, la sua magistratura contabile: tanti corvi dal solenne aspetto impegnati a saccheggiare quel che spettava ai "liquidati" sotto il segno dell' arbitrio e della prepotenza». A ottobre, pochi giorni dopo le leggi razziali, riaprirono le scuole.

 

Con «vuoti fra i banchi degli allievi e nelle file del corpo docente». Eppure, accusa Prosperi, «Non ci furono reazioni. Chi mancava era entrato nell' ombra di percorsi privati, silenziosi e sofferti. Tra compagni e colleghi fu pronunziata a bassa voce la parola "ebreo". E tutto finì lì».

 

LE LEGGI RAZZIALI DEL FASCISMO LE LEGGI RAZZIALI DEL FASCISMO LE LEGGI RAZZIALI DEL FASCISMO benito mussolini 1LE LEGGI RAZZIALI DEL FASCISMO LE LEGGI RAZZIALI DEL FASCISMO

 

il fascismo e la razza

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