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“FORSE DOVREMMO ESSERE TUTTI BANDITI DAI SOCIAL MEDIA” – PER IL “FINANCIAL TIMES”, IL DIVIETO PER I SOLI 16ENNI È UNA MEZZA STRONZATA: “IL PROBLEMA È LA MANCANZA DI SALVAGUARDIE SU INTERNET UNA VOLTA SUPERATI I 16 ANNI” – “IL MATERIALE DA CUI OCCORREREBBE PROTEGGERE LE ‘MENTI GIOVANI’ È LO STESSO CHE PUÒ DEFORMARE LE ASPETTATIVE SOCIALI E I COMPORTAMENTI DI UOMINI TRENTENNI E QUARANTENNI. È ANCHE LO STESSO MATERIALE CHE TRUFFA I PENSIONATI LE CUI ATTIVITÀ SOCIALI SI SONO RIDOTTE ALLO SCORRERE DEL FEED DI FACEBOOK…” – LA MODA DEL “DISISCRIVERSI DA TUTTO” COME SOLUZIONE

FORSE DOVREMMO ESSERE TUTTI BANDITI DAI SOCIAL MEDIA

Traduzione di un estratto dell’articolo di Stephen Bush per il “Financial Times”

 

KEIR STARMER

A che punto una persona diventa abbastanza grande da poter avere accesso libero e senza restrizioni alla pornografia violenta, a filmati costanti e non censurati di zone di guerra e a immagini generate al computer che riproducono materiale di abuso sessuale su minori?

 

Quanti anni deve avere qualcuno prima di poter nascondere la propria connessione utilizzando una rete privata virtuale (VPN)? E a quale età lo Stato dovrebbe poter intervenire per impedirti di passare tutto il tuo tempo a parlare con un chatbot online?

 

Sir Keir Starmer ha deciso che la risposta a tutte queste domande potrebbe ora essere 16 anni. Ci sono alcune importanti obiezioni tecnologiche: usare una VPN consente alle persone di aggirare le restrizioni in un Paese fingendo di trovarsi in un altro […].

 

[…] Ma […] credo valga la pena esplorare anche la questione filosofica. Nel Regno Unito, praticamente tutti i partiti politici accettano che nessuno sotto i 18 anni debba poter acquistare legalmente alcolici.

 

adolescenti e social

Ma accettano anche che chi ha più di 18 anni meriti la tutela del consumatore, ossia la garanzia che una bottiglia di vino non sia adulterata con sostanze tossiche. Abbiamo esami di guida e consentiamo di mettersi al volante solo a chi ha più di 17 anni — ma allo stesso tempo regoliamo le strade per mantenere al sicuro conducenti, passeggeri e pedoni. Accettiamo che non esista un’età sicura per bere distillati illegali e che non esista un’età sicura per guidare dopo averlo fatto.

 

Il problema […] è la mancanza di salvaguardie su internet una volta superati i 16 anni. Nessuno che sia stato costretto a esaminare fotografie di atrocità ne esce indenne: eppure oggi queste immagini circolano liberamente online. La pornografia violenta e le immagini sessualizzate di minori, anche quando prodotte artificialmente, non sono dannose solo per i bambini: sono dannose per via delle aspettative e dei comportamenti che incoraggiano negli adulti.

 

social media e giovani 7

Non è nemmeno chiaro in che modo un divieto basato sull’età […] sia positivo per la loro sicurezza. Gran parte dei social media non è, per usare la metafora di Kemi Badenoch, “una discoteca”, con contenuti adatti ad alcune età e non ad altre. È un Far West pieno di sfruttamento. Il materiale da cui occorrerebbe proteggere le “menti giovani” è lo stesso che può deformare le aspettative sociali e i comportamenti di uomini trentenni e quarantenni. È anche lo stesso materiale che truffa i pensionati le cui attività sociali si sono ridotte allo scorrere del feed di Facebook.

 

I bambini sono un po’ come i terroristi, e non lo dico come commento sul loro comportamento. Intendo che essere definiti tali in una democrazia liberale significa perdere almeno parte dei diritti e delle libertà che altri cittadini danno per scontati. […]

dipendenza da smartphone 5

 

[…]  Una delle ragioni principali per cui il divieto dei social media agli under 16 sta prendendo piede come idea politica è che è più digeribile rispetto al vietarli a tutti noi.

 

Ma non è affatto chiaro che nessuno di noi sia ben servito da algoritmi che distribuiscono materiale che crea dipendenza, pornografia violenta o flussi infiniti di atrocità.

 

Non è nemmeno chiaro che “proteggere” gli under 16 non renda più vulnerabili i 16, 17 e 18enni. Il gran numero di utenti internet alla prima esperienza che cadono vittime di frodi o sono suscettibili a comportamenti dannosi online suggerisce che tutto ciò potrebbe semplicemente spostare il problema più avanti.

 

Per troppi politici, vietare ai giovani i social media è solo una distrazione rassicurante rispetto alla nostra incapacità collettiva di proteggerci.

 

social media e giovani 5

DISISCRIVERSI DA TUTTO È L’UNICA, VERA CURA DEL BENESSERE

Estratto dell’articolo di Francesco Gerardi per www.rivistastudio.com

 

Se si cerca su internet la parola disiscrizione, c’è un’altra parola che molto spesso, quasi sempre le viene associata: gioia, la gioia della disiscrizione. Essendo internet ancora una cosa molto americana, the joy of unsubscribing è soprattutto uno strumento per aumentare la propria produttività.

 

Tutte quelle app, tutte quelle piattaforme, tutte quelle notifiche, tutte quelle mail, tutti quegli abbonamenti ti tolgono tempo dalla giornata (lavorativa, si capisce) e spazio dalla mente, liberatene e libera il tuo potenziale.

 

È triste pensare che se avessimo davvero tempo e forze in più probabilmente impiegheremmo entrambi per lavorare ancora un po’, ma qui non è questo il punto. Qui il punto è che ormai è diffusa un po’ dappertutto la consapevolezza che a ogni iscrizione, a ogni abbonamento corrisponde non un’aggiunta ma una sottrazione.

 

dipendenza dai social network

Non solo né tanto dal conto in banca, anche se il costo della vita digitale ormai è una questione che tutti affrontano quando compilano il proprio bilancio personale. È una sottrazione di tempo e di energie, una moltiplicazione delle tentazioni: ogni abbonamento è una diversa manifestazione del demone del doomscrolling, quella specie di forza gravitazionale che in tutti i momenti impedisce alla nostra faccia di allontanarsi più di tanto dallo schermo.

 

[…]  Il 78 per cento degli adulti che esistono in questo momento nel mondo sono abbonati a qualcosa: una app, una newsletter, una piattaforma, tutte e tre le cose assieme. Ma 78 non è il numero più stupefacente, quando si parla di abbonamenti.

 

Il numero più interessante è un altro, è 74, cioè la percentuale degli stessi adulti che esistono in questo momento nel mondo che si dimentica di aver sottoscritto questo o quell’abbonamento e se ne ricorda solo a pagamento eseguito.

 

[…]

 

È anche per questo che da un po’ di tempo a questa parte si parla sempre più spesso di un altro miraggio, l’ennesima panacea per i mali che nessuno ci ha costretto a infliggerci. Going analog, si dice.

 

social media e giovani 4

Tornare al passato, staccare tutto, disiscriversi da tutto, tornare a comprare le verdure dal fruttarolo invece che su Cortilia, andare al cinema d’essai invece che alla Top 10 Netflix, comprare la chincaglieria al negozio invece che su Temu.

 

Secondo Dazed questo è addirittura l’anno giusto: “Is 2026 the year of analogue?”, si chiede Emily Maskell in un articolo sulla questione. A quanto pare la risposta è sì, il fatto che stiamo tutti quanti tornando alla vita vera […] è dimostrato anche dal fatto che i ragazzini pubblicano guide alla composizione della propria analogue bag, borse in cui mettere tutto il necessario per godersi la propria vita da disconnessi. Le pubblicano su TikTok, queste guide, però.

 

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Ma ci sono anche altri segnali che forse, stavolta davvero, la Grande Disiscrizione si sta per realizzare. Il New York Times, martedì 27 gennaio, ha pubblicato un articolo in cui si spiegava che questo potrebbe essere l’anno in cui si stabilisce un rilevantissimo precedente legale.

 

Inizieranno nel 2026, infatti, diverse cause che accusano app e piattaforme social di funzionare esattamente come le sostanze che creano dipendenza a scopo di lucro. Big Tech come Big Tobacco, insomma. Non più strumenti impiegati male dal pubblico ma strumenti pensati per il male del pubblico. Nel caso più grave, una ragazza ha accusato Meta, Alphabet, TikTok, Snap di averla fatta diventare tossicodipendente, schiava della sostanza algoritmo.

 

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È evidente che lo stesso principio sta muovendo diverse politiche nazionali in diversi pezzi di mondo: in Australia una legge c’è già, la Francia sta per diventare il primo Paese europeo a vietare l’uso dei social ai minori di 16 anni, Macron ha detto che non c’è altare sul quale sia accettabile «il sacrificio dei cervelli dei nostri ragazzi».

 

È una disiscrizione di massa, calata dall’alto, imposta dal potere con misure quasi emergenziali, come se si trattasse di fare il possibile per contenere un virus che ha già causato una pandemia […].

 

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Secondo quelli che di tecnologia se ne intendono, l’industria tecnologica ha intuito da tempo l’aria che sta per iniziare a tirare e ha iniziato ad attrezzarsi di conseguenza. Internet è piena di profili social e newsletter specializzate che spiegano perché una delle cose più importanti da avere, per qualsiasi servizio in abbonamento, è un tasto unsubscribe facile da trovare e semplice da usare.

 

Anche qui, però, vale lo stesso discorso fatto per le analog bag: quelle serve TikTok per capire come riempirle, per capire come avere il miglior tasto unsubscribe possibile serve abbonarsi a questo profilo social o a quella newsletter specializzata. È la reificazione del concetto di realismo capitalista, in fondo.

 

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Uno nemmeno si rende conto di essere incastrato nel circolo vizioso, quello in cui è più facile immaginare la fine etc. Dopo aver letto una serie di ricerche scientifiche sulle pessime conseguenze che la mente e il corpo umano soffrono a causa del cosiddetto subscription service overload, ho provato a fare di me stesso la cavia di questo processo di guarigione, una cura che, stando sempre alle ricerche scientifiche, avrebbe dovuto ridurre ansia e stress.

 

L’esperimento si è interrotto quando mi sono accorto che avevo scaricato una app – ce ne sono diverse, per tutte le fasce di reddito – che mi facesse da guida nel lungo e faticoso percorso di liberazione dalla dipendenza dalle app (e piattaforme e newsletter e tutto il resto). Ovviamente, ero a tanto così da abbonarmici.

 

[…]

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La ragione per cui tutti i propositi e le proposte di disiscrizione suono così velleitarie è questa: internet oggi è una sostanza nebulizzata nell’aria, parte dell’atmosfera che respiriamo, l’impalcatura dell’ambiente in cui esistiamo. Per estraniarsi, figuriamoci estrarsi, da tutto questo sono necessari sforzi che forse nessuno è in grado di compiere e mezzi che ancora non sono a nostra disposizione. O magari lo sono, però previo abbonamento

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