marijuana

QUI VA TUTTO IN FUMO! - LA GIAMAICA CORRE AI RIPARI SULLA CANNABIS: LA LEGALIZZAZIONE PER USO PERSONALE VOLUTA SOLO DUE ANNI FA NON È MAI DIVENTATA UN VERO BUSINESS PER L’ISOLA - INVECE DI GUADAGNARE VENDENDOLA ALL’ESTERO, I RESIDENTI CHE LA COLTIVANO SE LA FUMANO TUTTA

MARIJUANAMARIJUANA

Osvaldo Spadaro per “il Giornale”

 

 «Qui dobbiamo far qualcosa prima che vada tutto in fumo». Parlando di marijuana suona come una battuta dalle venature molto british, ma in realtà è quel che ripetono un po' tutti sia nei corridoi dei palazzi del potere a Kingston che tra i campi dispersi tra le montagne dell' interno della Giamaica. Dove quel «far qualcosa» è da intendersi come provare a guadagnare legalmente nella commercializzazione per usi medici e non limitarsi a fumarsela tutta.

 

Perché se l'Italia è il «Paese d'o sole», è indubbio che nell'immaginario collettivo la Giamaica sia il Paese della ganja, come qui chiamano la marijuana. Il contributo determinante alla costruzione dello stereotipo lo si deve ovviamente a lui, Bob Marley. Icona della musica reggae e sacerdote laico, cantante ma anche attivista, mistico che parlava con Dio e conquistava il pianeta a suon di canzoni.

SERRA DI MARIJUANASERRA DI MARIJUANA

 

Che non si tratti solo di canzonette e stereotipi per fricchettoni lo dicono i numeri: secondo stime ufficiali tra il 60 e il 70% della popolazione sopra i 15 anni ne fa stabilmente uso. E in effetti, a girare per le strade del Paese annusando l'aria, l'impressione è che nel consumo i giamaicani siano piuttosto disinvolti. Così aveva buon gioco Marley che nei suoi testi politici sosteneva i diritti dei neri e della comunità rastafari, ma incitava anche come in Legalize marijuana a liberalizzare le droghe leggere in Giamaica.

 

Un invito che il governo dell' isola caraibica, guidato dal Partito Nazionale del Popolo di centrosinistra, ha accolto nell' aprile del 2015, dopo anni di discussioni interminabili che si arenavano sempre su un punto: che cosa ne penserà l'America? Contravverremo ai trattati internazionali? Così quando negli Stati Uniti è iniziata l' onda della depenalizzazione a vari livelli del consumo e dell' uso per scopi terapeutici, ecco che il governo di Kingston ha rotto gli indugi e nell' aprile del 2015 ha depenalizzato il consumo e la coltivazione di marijuana per uso personale.

MARIJUANAMARIJUANA

 

Non solo, dopo anni di violente persecuzioni ha anche legalizzato l'utilizzo «rituale» per i seguaci del Rastafarianesimo, religione fondata sull'isola negli anni Trenta del Novecento, che prevede l'utilizzo della cannabis per uso medicinale e meditativo anche durante le funzioni religiose. Così adesso, secondo la legge, i Rastafari (meno del 5% dei 2 milioni e mezzo di abitanti) possono coltivarla e trasportarla senza limitazioni di sorta.

per le strade di kingstonper le strade di kingston

 

Limitazioni che invece sono previste per tutti gli altri normali cittadini: non coltivare più di cinque piante a testa e non trasportare oltre due once di cannabis, circa 56 grammi. Un provvedimento che puntava anche svuotare i terribili penitenziari del Paese. Perché, al contrario di quel che si sarebbe portati a pensare, il consumo di marijuana in Giamaica fino a due anni fa era severamente represso. Così ogni anno oltre 15mila persone (la metà della popolazione carceraria) finiva dietro le sbarre per reati connessi all' uso e il commercio di droghe leggere.

 

Ma nella visione dei politici giamaicani la legge, ribattezzata «ganja law», mirava soprattutto a trasformare l' isola nel più importante produttore mondiale di marijuana per scopi medici. La speranza era di cavalcare l' ondata mondiale delle liberalizzazioni e inaugurare l' era dell' industria della marijuana, grazie ai prodotti derivati dalla cannabis come creme, unguenti, pillole, oli vegetali da esportare nei Paesi come Canada, Israele o le nazioni del Nord Europa, dove le sue virtù curative sono riconosciute per legge.

 

MARIJUANA IN GIAMAICAMARIJUANA IN GIAMAICA

Un investimento che il governo aveva dimostrato di prendere piuttosto sul serio, concedendo con grande pubblicità la licenza per coltivare marijuana in via sperimentale a due istituzioni universitarie giamaicane. Il sogno era replicare il successo di prodotti come il Canasol, un medicinale brevettato dai ricercatori dell' isola che aiuterebbe a diminuire la pressione oculare nei pazienti affetti da glaucoma.

 

Anche perché il mercato potenziale superava i 20 milioni di dollari annuali, soldi che la disgraziata economia dell' isola appesantita dai debiti e costretta a misure di austerità dal Fondo Monetario internazionale necessiterebbe come il pane per emanciparsi dalla dipendenza del turismo, di gran lunga la prima industria dell' ex colonia britannica.

 

MARIJUANA IN GIAMAICA  MARIJUANA IN GIAMAICA

Soldi che però per ora sono solo potenziali, visto che quello che veniva venduto come il nuovo «oro verde» non ha neanche lontanamente iniziato a brillare. Colpa della mancanza di chiarezza nell' implementazione delle politiche di sviluppo delle coltivazioni. E dell' arrivo dei grandi coltivatori stranieri, che alle spalle hanno le multinazionali farmaceutiche canadesi e americane, assai interessate a sviluppare il promettente business. Ma così facendo rischiano di ammazzare il mercato costringendo a un ritorno al passato, agli anni del colonialismo inglese in cui la Giamaica era un grande produttore prima di canna da zucchero e poi di banane, ma i contadini rimanevano poveri come lo erano stati i loro padri.

 

Così i freddi numeri della Cannabis Licensing Authority dicono che a oggi di 180mila agricoltori che vivono piantando verdure e raccogliendo frutta, solo 25 hanno fatto richiesta per una licenza da «coltivatori di marijuana medicinale». E fino al febbraio 2017 solo due l' hanno ottenuta, per giunta provvisoria. Gli altri si guardano bene dal farlo e continuano a coltivarla nel giardino di casa.

 

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Non perché vogliano a tutti i costi contravvenire la legge, ma perché regolarizzarsi costa davvero troppo per le tasche vuote dei contadini dell' isola. Chi coltiva fino a un acro deve pagare 300 dollari di tassa per presentare la domanda, duemila per una licenza annuale e altri duemila di assicurazione ogni 12 mesi. Oltre a dover attrezzare il proprio campo secondo le regole che prevedono una recinzione che costa circa 10mila dollari, e poi si deve preoccupare di assicurare che il prodotto raggiunga gli standard di qualità richiesti dall' industria farmaceutica e sia correttamente etichettato e impacchettato, con ulteriori esborsi di denaro.

 

Un' enormità in un Paese in cui il reddito medio sfiora a mala pena i 5mila dollari annui, ma dove in realtà il salario è di 40 dollari a settimana. Un ulteriore scoglio è dato dal fatto che pochi possiedono un pezzo di carta che attesti la loro reale proprietà del terreno, e questo complica ancor più le cose.

 

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E dire che al momento dell' approvazione della legge qualcuno si era fatto prendere talmente la mano da aver prospettato di trasformare la Giamaica non solo in un produttore, ma in un vero e proprio paradiso delle vacanze «verdi». L' allora ministro dell' Interno Peter Bunting, giocando sull' ambiguità tra uso terapeutico e uso ricreativo, immaginava migliaia di turisti che acquistavano la ganja nei negozi autorizzati, un po' come avviene ad Amsterdam, o direttamente dai contadini, neanche si trattasse dell' iniziativa Campagna Amica della Coldiretti.

 

Bunting aveva parlato di istallare negli aeroporti distributori automatici che avrebbero dovuto rilasciare a pagamento, ma per pochi dollari, licenze speciali per consentire ai turisti l' acquisto di ganja, purché in possesso di regolare prescrizione medica. Ma negli aeroporti di Montego Bay, dove transita la maggior parte dei vacanzieri esistono voli diretti anche dall' Italia e di Kingston non c' è traccia, così come non c' è traccia nei porti di Falmouth e Ocho Rios, dove fanno scalo le navi da crociera americane.

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Così la rivoluzione verde della cannabis giamaicana sembra essere fallita ancor prima di iniziare. Perché i contadini continuano a coltivarla illegalmente e a venderla in piccole quantità sul fiorente mercato locale.

 

E una relazione dell' International Narcotics Control Board (INCB) ha scoperto che la Giamaica rimane il più grande produttore e esportatore illecito di cannabis in America Centrale e nei Caraibi. Mentre l' auspicata industria nazionale non decolla.

Chi ha fiutato l' affare è invece la famiglia Marley che un anno fa ha lanciato la Marley Natural con sede a Seattle, nello stato di Washington, uno dei venti Stati americani dove è permesso commercializzare marijuana e prodotti derivati.

 

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Finanziata dal fondo Privateer Holding, trasforma senza ritegno il Marley artista mondiale, nell' omino Marlboro della marijuana, aumentando ancor di più i già cospicui guadagni degli eredi Marley, che secondo Forbes ammontano a oltre 20 milioni di dollari l' anno. Accusata di sfruttare il nome del genitore, la figlia Cedella Marley ha risposto «che mio padre sarebbe così contento di vedere che sempre più persone percepiscono il potere curativo dell' erba».

 

Per ora l' azienda coltiva solo negli Stati Uniti e non produce nulla in Giamaica, ma l' interesse a sviluppare il business in patria c' è. Del resto anche il fratello Damian Marley, il più giovane dei 12 figli del cantante, ha deciso di investire nel settore convertendo 77mila metri quadrati di una ex prigione californiana in un immenso campo in cui coltivare marijuana per uso medico.

 

MARIJUANA IN GIAMAICA    MARIJUANA IN GIAMAICA

Quasi un' affare di famiglia a livello globale, affare benedetto dalla moglie del cantante, Rita Marley: «Mio marito credeva che l' erba rientrasse nel lato più naturale e positivo della vita. Bob sosteneva che la marijuana fosse un sacramento sanzionato dalla Bibbia e aiutasse a entrare in connessione spirituale con Dio».

Connessione che in qualche modo il governo di Kingston vorrebbe provare a sfruttare, prima che l' occasione di sollevare l' economia del Paese vada in fumo.

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