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GROTTA CONTRO IL TEMPO! FUORI IL QUINTO RAGAZZINO – IN THAILANDIA RIPRESE ALL’ALBA LE OPERAZIONI PER PORTARE IN SALVO I RAGAZZI E IL LORO ALLENATORE INTRAPPOLATI NELLA GROTTA DI MAI SAI – “IL PERCORSO SOTT’ACQUA È DURISSIMO», RACCONTA UN ANONIMO SUB  - LO SPAZIO È DAVVERO RIDOTTO” NUOVE BOMBOLE SUL PERCORSO: MA NON TUTTI I RAGAZZI POTREBBERO ESSERE ESTRATTI OGGI - VIDEO

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Francesco Battistini per www.corriere.it

 

 

Non piove più, ed è già una buona notizia, perché sulla grotta di Tham Luang s’è rovesciata acqua tutta la notte. Nuvole basse, testa bassa e si va avanti: il secondo giorno di recupero è cominciato con un’ora d’anticipo sul previsto, quando in Italia erano le due di notte. C’è molto da fare. Il salvataggio è stato sospeso domenica sera perché l’ossigeno era finito, quindi la prima cosa è stata rimpiazzare altre bombole lungo il percorso che porta ai nove sopravvissuti rimasti ancora là sotto. Ci sono problemi anche con le lampade led che illuminano il tragitto sotterraneo.

 

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La stessa squadra che ha lavorato ieri, incredibilmente, ha chiesto di tornare dentro: Navy Seals Thai, assieme a sommozzatori europei e australiani. Con l’allenatore e i suoi otto ragazzini sono rimasti tutta la notte un medico e altri sub, il problema è gestire una certa ansia da ultimo minuto. I sommozzatori procedono anche oggi, strisciando nei cunicoli delle grotte, e questo richiederà almeno cinque-sei ore sul percorso d’andata fino al gruppo e altrettante per il ritorno.

 

Ora usciranno a tre a tre, se tutto va bene, probabilmente nel pomeriggio ora italiana: «Ma l’operazione potrebbe richiedere anche un paio di giorni», fanno sapere dal governatorato locale. Dagli ospedali, anche lì, buone notizie: il ragazzino più debilitato, dicono i medici, ha bisogno soprattutto di riposo e di rialimentarsi. Non sembra ci siano infezioni in corso: nelle prossime ore, i primi quattro salvati potranno stringersi nell’abbraccio veramente liberatorio che aspettano da due settimane, quello con mamma e papà.

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(Quella che segue è la cronaca di quanto avvenuto ieri, nella giornata di domenica)

 

 

Non tenetelo per mano: «Ce la faccio da solo». Il primo fantasma a uscire dalla caverna, raccontano, è il centrocampista: il più veloce a vedere la porta, come quando fa gol. È malfermo, molto provato, barcolla un po’. Tanto sottile che la grotta di Tham Luang ce lo restituisce pietosa e i tredici medici dell’ospedale da campo l’avvolgono subito di coperte e di cure. Ha le gambe a stecchino d’un quattordicenne immobile da due settimane, lo sguardo abbagliato d’un resuscitato dalle tenebre. Lo visitano all’ospedale da campo e le sue condizioni sono così così, «serie», ma lui cammina senz’aiuto e guarda senza paura. Insegnano i saggi thailandesi che bisogna strizzare gli occhi per proteggerseli, se si entra in una terra che non s’è mai vista: è quel che fa lui, con questa luce che non pensava di rivedere più.

 

 

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Il piccolo centrocampista dei Wild Boars rinasce al mondo alle 17,37 e in tutto il mondo, in sala stampa, subito fuori dalla cava sono le grida, gli applausi, le lacrime. Pure qualche lattina stappata a fare schiuma. Abbracci no — quelli no, raccomandano —, perché c’è il rischio severo di brutte infezioni. Neanche i genitori possono, isolamento assoluto per le prime ventiquattr’ore. Il calciatorino sale sull’ambulanza verde numero 19 del Sam Ruam Jai Team, poi sull’elicottero che l’aspetta al prato lungo lo stradone, poi sull’intero piano che gli hanno riservato all’ospedale Prachanukrua di Chamgrai, infine al settimo cielo della felicità. Letto, flebo, esami clinici. Passano dieci minuti e lo raggiunge anche il terzino sinistro. Passano quasi due ore e arriva l’ala destra. Altri dieci minuti e ce n’è un quarto, il mediano. Prachak, Nattanut, gli altri, tutti a piedi e sulle loro gambe: alé, si torna a giocare la partita della vita? «Non ancora», gelano i soccorritori: operazione salvezza interrotta, mezza squadra rimane sotto. Back to black. Retrocessa in un’altra notte al buio.

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Se questa domenica è stato «il D-Day» — come s’è dato coraggio il governatore di Changrai, Narongsak Osottanakorn, mettendosi in divisa e annunciando ieri mattina l’immersione di novanta sub e di tutti noi nella grotta dell’angoscia —, il Giorno Più Lungo non è ancora finito. Stamane alle otto, le tre di notte in Italia, si rivà giù. Piove madonna come piove, le previsioni ci avevano preso e l’acqua può tornare a invadere il tunnel, l’aria diminuire, la situazione complicarsi.

 

«Un’altra inondazione ci lascerebbe solo dieci metri quadri d’asciutto e l’impossibilità di fare qualcosa». I sommersi da salvare sono stati divisi in quattro gruppetti: i primi quattro, ok; due del secondo scaglione sono quasi arrivati alla «camera 3», l’anfratto prosciugato abbastanza vicino all’uscita, più o meno dov’è morto asfissiato il sub Saman; gli altri devono aspettare, ultimo della fila l’allenatore Ekapol.

 

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«Per ripartire ci servono minimo dieci ore, massimo venti», viene a comunicare il governatore, alle 22, nel piazzale fradicio sulla tangenziale di Mae Sai dove ha deciso di tenere alla larga gli occhi del mondo, confinandovi i mille e passa giornalisti accreditati: «I ragazzini usciti sono in perfetta salute – dice -, la prima fase è stata un successo. Questa mattina abbiamo visto che c’erano le migliori condizioni di tempo e sfruttato l’opportunità. Ma l’ossigeno è stato consumato tutto. La squadra dei sommozzatori deve rifiatare. Una volta che sarà pronta, ci muoveremo di nuovo. Le condizioni devono rimanere stabili. Possono servire anche due o tre giorni».

 

«Quando la cerchi, una via la trovi»

Sulla pagina web dei Navy Seals thailandesi c’è un motto: quando la cerchi, una via la trovi. Arrivano le congratulazioni «a questo popolo coraggioso e talentuoso» firmate da Donald Trump in persona. «Stasera possiamo dormire tutti bene, hooyah!», s’esaltano e si danno il pugno i quaranta entrati nella grotta assieme a una cinquantina di sub europei, «esperti di livello mondiale venuti a darci una mano, una vera squadra All Stars».

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A tirare fuori i primi quattro ragazzini, ci hanno messo due ore meno del previsto: tre sommozzatori per sopravvissuto, gli altri ad assistere lungo il tragitto, l’illuminazione artificiale e le bombole di ricambio. Un medico australiano s’è calato nella grotta per controllare le stato di salute e decidere le precedenze: avanti coi più indeboliti da tutta quest’attesa senza cibo, senza moto, senza luce. Niente panico, maschera facciale e corda ben stretta in mano, i bambini hanno imparato bene le lezioni di nuoto e d’immersione di questi giorni: come superare da soli le strozzature, come aggirare la T che divide il tunnel, come fermarsi al momento giusto…

 

 

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«Un percorso durissimo»

«Il percorso sott’acqua è stato durissimo», racconta un anonimo sub non autorizzato a parlare: «Lo spazio è davvero ridotto, c’è un passaggio nella roccia largo solo trentotto centimetri, un altro di cinquanta. Ci si deve levare l’ossigeno dalle spalle, strisciare sulla roccia con torace e natiche. Le lampade non aiutano molto, è tutto nero. Il più delle volte si va d’intuito. Decidere come mettersi. Da soli. Nel silenzio e nel buio».

 

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È vero che la paura era tale da spingere qualche genitore a fare resistenza al blitz? «Loro sanno e capiscono…», ammette a mezza bocca il governatore, ripetendo che la missione era «cercarli, salvarli, rimandarli a casa: siamo solo a metà del lavoro». Ieri, una nonna non ha guardato la tv ed è stata tutto il pomeriggio nel giardino di casa, poco fuori Mae Sai. Tra palme e risaie, c’è un piccolo tempietto dove pregare. Non dorme da due settimane: «Sono sollevata per chi è uscito, ma sto male per chi è rimasto dentro». Il suo piccolo Panumas, 13 anni, è ancora un fantasma. Là sotto. È l’altro terzino, il destro: e senza di lui non si può completare la squadra.

 

 

 

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