stanza silenzio new york

LA VOCE DEL SILENZIO – AL MUSEO GUGGENHEIM DI NEW YORK C’E’ UNA STANZA SENZA SUONI CHE RIPRODUCE LA VASTITA’ DEL DESERTO – LA TESTIMONIANZA: "SOLO LI’ DENTRO ASCOLTANDO IL BATTITO DELLE CIGLIA, HO CAPITO LE VERTIGINI DEI MIEI GENITORI SORDOMUTI…" - QUANDO JOHN CAGE DICEVA: IL SILENZIO NON ESISTE

Testo di Claudia Durastanti pubblicato dal Corriere della Sera

 

STANZA SILENZIO GUGGENHEIM NEW YORKSTANZA SILENZIO GUGGENHEIM NEW YORK

Nel 1951 John Cage andò in una stanza semianecoica ad Harvard, in condizioni di silenzio perfetto. Dentro la stanza sentì un suono acuto e un suono basso. Chiese spiegazioni all' ingegnere che era con lui e l' uomo disse che il suono alto era il suo sistema nervoso all' opera, quello basso era il suo sangue. E fu così che John Cage scoprì che il silenzio non esiste.

 

Il compositore ha ripetuto questo aneddoto per tutta la vita a prescindere dagli scienziati che sostenevano fosse impossibile. Io do retta alla compositrice Pauline Oliveros, secondo la quale in quella stanza il musicista ebbe le avvisaglie dell' ictus che lo avrebbe ucciso, qualcosa che riguardava proprio il suo sangue e il suo cervello. In quella stanza, John Cage ha sentito il suo futuro.

 

Al Guggenheim di New York al momento c' è un' installazione che ha aspettato circa cinquant' anni prima di esistere. È una stanza semianecoica realizzata dall' artista Doug Wheeler e fa parte di una serie chiamata Synthetic Desert in cui l' artista usa degli effetti ottici per riprodurre la vastità del deserto e il suo silenzio. Chi visita il museo può starci dieci o venti minuti insieme a un gruppo ristretto di persone. Nelle intenzioni dell' artista l' ideale sarebbe entrarci da soli, ma New York è una città affollata .

 

Alle mie amiche che non hanno voluto provarla per il timore di sentirsi male racconto di quanto sia stato bello e inquietante ritrovarmi lì dentro. Entri nella stanza di Wheeler e senti la tua saliva, la tua deglutizione, il tuo corpo imperfetto; se ti concentri abbastanza inizi a credere che persino il battito delle tue ciglia abbia un suono. A differenza di Cage, quando mi sono ritrovata immersa in questo silenzio pesantissimo ho sentito il mio passato e ho pensato ai miei genitori, che hanno vissuto in una stanza del genere più o meno dalla nascita.

 

JOHN CAGE 1JOHN CAGE 1

Il linguaggio è una tecnologia che rivela il mondo: le parole sono una fiammella che accostiamo all' indicibile per farlo apparire, come se il mondo fosse scritto in inchiostro simpatico, e quando non ci sono le parole, sono i gesti a rendere questa traduzione possibile. Forse è per questo che ho cercato di imparare a usare bene entrambi, come arma di sopravvivenza mia e dei miei genitori: al silenzio e all' ombra bianca che avanza, abbiamo opposto le pagine scritte o lo sforzo di una corda vocale bruciata e a volte ci siamo fatti malissimo, ma la conquista è stata capirsi.

 

Quando ascoltavo dei dischi da adolescente, non pensavo davvero che loro non potessero farlo: nonostante tutta la mia facoltà di immaginazione e per quanto abbiano provato a spiegarmelo, prima di entrare in quella stanza al Guggenheim non ho saputo capire il loro disorientamento e le vertigini con cui stanno al mondo, le stesse che mi hanno fatto cercare un appiglio sui muri, come se stessi subendo un' aggressione fisica.

 

In casa ho un pianoforte; quando il mio compagno lo suona mia madre ci poggia le mani sopra e dice che è capace di sentire e io le credo. Anche se stiamo ascoltando due cose diverse, mi chiedo se da qualche parte convergono, se quello che di un suono è visibile a un certo punto non si mescola e scioglie nella sua parte invisibile. Ogni suono che riusciamo a descrivere, di solito, sta in una frequenza che va dai 20 ai 20.000 Hertz: ciò che sta sotto è un infrasuono, ciò che sta sopra è un ultrasuono, una roba per i cani o per gli angeli.

JOHN CAGEJOHN CAGE

 

Dentro la stanza di Dough Wheeler, mi sono chiesta se quando qualcuno compone musica, pensa a tutta questa parte nascosta che per me ha una lunghezza infinita: se colpisco un suono in un punto, questo avrà conseguenze sul resto? Riuscirà a vibrare sino a raggiungere le ossa di mia madre e a farle provare qualcosa?

 

Mentre passeggiavo per Brooklyn dopo la v isita al Guggenheim, sono passata vicino a un murales di Alvin Lucier, un compositore sperimentale famoso per aver inciso un pezzo chiamato I am sitting in a room in cui recita un testo, lo trasmette in una stanza, e poi fa una registrazione della registrazione finché le frequenze dello spazio in cui è immerso non cancellano le sue parole rendendole indistinguibili, e ci sono solo vibrazioni e fruscii.

 

Lucier non voleva dimostrare le qualità fisiche di uno spazio, ma correggere la sua balbuzie; sperava che la musica annullasse un difetto.

 

Non ho sempre amato la musica sperimentale, ma rispetto ad altri generi, ho scoperto che ha una pazienza e una cura per tutto ciò che devia dalla nostra facoltà comune di sentire, e ha spazio per l' invisibile: per alcuni è noiosa, per me cancella una differenza.

 

 

A 33 anni, ragiono spesso su cosa succede alle persone che per varie ragioni sono state silenziate nel tempo. E mi chiedo perché tutta la solidarietà tra donne, Lgbt, uomini e donne che non sono bianchi, poveri e rifugiati di ogni luogo, quando subentra una mancanza fisica, la perdita di un arto o di un senso, fa sì che non si parli più di identità ma di mancata abilità.

 

Alle conferenze accademiche sui disabili ci vanno solo quelli che lo sono o i loro parenti; l' empatia si è fermata all' integrità del corpo, anche nei cultural studies . Forse succede perché una diversità di questo tipo è uno spettro: i disabili - qualsiasi definizione per definirli è insufficiente - sono la maggioranza nascosta. Il deterioramento dei nostri corpi è ancora una legge inconfutabile nonostante l' età delle macchine intente a provare che la morte non esiste, e per la maggior parte di noi la perdita progressiva di un super potere, che sia la vista o l' udito, sarà reale.

 

GUGGENHEIM NEW YORKGUGGENHEIM NEW YORK

Nella stanza di Doug Wheeler mi sono accorta che l' arte migliore o che più mi interessa non mi rivela solo la realtà ma mi apre anche al possibile, e ho intuito che il mio udito sarà la prima cosa ad andarsene, forse anche per aver abusato di musica noise in tutti questi anni, e che invece di una differenza tra me e i miei genitori c' è stata solo una distanza nel tempo, un' estraneità destinata ad accorciarsi fin quando non ci incontreremo a metà strada e la mia sensibilità ai suoni sarà sempre meno netta, così come la loro familiarità con il mondo sarà sempre più acuta, e anche io non sarò altro che una forma di silenzio in attesa di accadere.

 

Oppure, come John Cage, mi ostinerò a credere che il silenzio non esiste e che nelle caverne acustiche del loro corpo i miei genitori hanno sempre sentito una musica straniante e bellissima, alla quale io non avrò mai accesso.

 

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