I GIOCHI SONO UNA COSA SERIA – OLTRE LA METÀ DELLA POPOLAZIONE ITALIANA PRATICA REGOLARMENTE UN’ATTIVITÀ LUDICA: LE CARTE SONO IL GIOCO PIÙ DIFFUSO, DAVANTI A CRUCIVERBA E GIOCHI DI SOCIETÀ – GIOCARE NON È SOLO UN MODO PER SOCIALIZZARE: È UNA “PALESTRA” PER IL CERVELLO E PUÒ CONTRASTARE FORME DI DIPENDENZA – PER GLI ESPERTI, IL GIOCO DOVREBBE ESSERE ANCHE UN’ATTIVITÀ DA INSEGNARE A SCUOLA: “IL GIOCO È UN VEICOLO DI ESPERIENZE PREZIOSE CHE, SE BEN ORGANIZZATE, POSSONO TRASFORMARSI IN APPRENDIMENTO"
Estratto dell’articolo di Giulio Sensi per il “Corriere della Sera”
[…] Esiste anche un gioco «sano» che non è azzardo, non crea dipendenze ma anzi fa bene al cervello e alle relazioni.
Una ricerca diffusa da Istat pochi giorni fa rivela che nel 2024 più della metà della popolazione (52,9%) di 14 anni e più ha praticato almeno un’attività di gioco: sono 27 milioni e 510 mila persone con quote più elevate tra i giovani (7 su 10 tra i 14 e i 24 anni) e il 12,3 si dedica al gioco con cadenza settimanale. Le carte sono l’attività più diffusa (39,7 per cento), seguiti da cruciverba (31,5) e giochi di società (24,5).
Giocare insieme dà benessere non solo ai bambini, ma anche agli adulti e anziani per la sua efficacia nel prevenire il declino cognitivo.
«È paradossale - spiega Cosimo Di Bari, professore associato di pedagogia all’Università di Firenze e autore di Uppa - associare il gioco a una malattia o a una dipendenza. L’antropologo Huizinga parlava di homo ludens, perché il gioco è costitutivo per l’essere umano e per la sua cultura. Non ne siamo dipendenti, abbiamo una necessità innata di giocare. Purtroppo, arrivati a una certa età si smette di giocare o comunque si associa il gioco a qualcosa di commerciale che genera profitto e non benessere».
Secondo gli analisti di questi fenomeni mancano sempre di più le forme di gioco spontaneo e libero che permettono ai bambini di trovare le regole in autonomia, producono socialità e promuovono la relazione con l’altro.
[…] Di Bari sostiene che stiamo vivendo un paradosso: pensiamo di proteggere da tutto i bambini e poi li lasciamo soli con la tecnologia, esponendoli a usi passivi che possono sfociare anche in forme di ludopatia. La sfida è «riuscire a promuovere a scuola, in famiglia e nei contesti non formali esperienze di gioco autentico per favorire la formazione personale, le relazioni con l’altro e la cura del mondo. Il gioco è un veicolo di esperienze preziose che, se ben organizzate, possono trasformarsi in apprendimento».
I Cemea (Centri d’esercitazione ai metodi dell’educazione attiva) sono un’organizzazione internazionale presente e radicata in Italia che fra le molteplici azioni promuove progetti di formazione pratica e iniziative aperte a tutti per educare al gioco autentico come imprescindibile risorsa educativa.
«Il gioco - commenta Antonio Di Pietro, pedagogista ludico e presidente del Cemea Toscana - è uno specchio della nostra cultura, del contesto sociale e culturale in cui viviamo. Siamo in un’epoca in cui è molto forte una dimensione competitiva, quindi predominano i giochi di competizione, ma nella storia vediamo che esistono tanti modi di giocare. Anche di cooperazione».
[…] «Ma attenzione, dopo i sei anni - dice Di Pietro - i bambini giocano meno di quanto dovrebbero e ciò può comportare diversi disagi durante la crescita. Andrebbe liberato un po’ di tempo che a volte manca ai bambini per poter giocare tra di loro».
POLITICHE EDUCATIVE
[…] In Italia in molti territori si stanno attivando le depavimentazioni: si toglie cemento dove è possibile anche per aumentare i luoghi di gioco di qualità per i bambini. «Molti Comuni italiani - aggiunge ancora Di Pietro - promuovono queste azioni, aumentando gli spazi verdi che facilitano la socializzazione, creano un ambiente e un microclima che favorisce la giocosità dei bambini e delle bambine».
Dalla qualità del gioco nelle politiche educative passa il benessere delle generazioni ed è un antidoto contro le forme di dipendenza. Leonardo Boncinelli è docente di politica economica all’Università di Firenze e direttore del Centro di Ricerca Interdipartimentale sui Giochi per il Cambiamento Sociale (GiX). «Il gioco è una forma di vaccinazione. Devono essere evitati - sostiene Boncinelli - gli eccessi, se si riesce ad incorporare come una pratica normale si disinnescano meccanismi meno sani». […]
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