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ISIS STORY (TUTTA COLPA DEGLI AMERICANI) - NASCE IN IRAQ E LE SUE ORIGINI VANNO CERCATE NELL’INVASIONE USA DEL 2003 E NELL’INCAPACITÀ DI GESTIRE IL DOPO SADDAM - QUELLO CHE POI DIVENTERÀ L'ISIS NEI PRIMI ANNI DUEMILA ERA LA DIVISIONE IRACHENA DI AL QAEDA...

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Da “il Foglio del lunedì”

 

«Possiamo averne un immenso terrore, odiarlo, volerlo combattere in ogni modo, ma prima di tutto l' Isis va compreso. E per comprenderlo occorre andare laggiù dove è nato, nelle regioni sunnite del Medio Oriente. È vero che oggi c' è anche un Isis occidentale, radicato nelle banlieue parigine, in settori infimi dei musulmani europei, figlio del retaggio di al Qaeda e della marginalizzazione. Ma le radici di ciò che è cresciuto negli ultimi anni sono da individuare tra Iraq e Siria» (Lorenzo Cremonesi) [1].

 

L' Isis nasce in Iraq. E le sue origini vanno cercate nell' invasione Usa nel 2003 e nell' incapacità di gestire il dopo Saddam. In pochi mesi il Paese sprofonda in una sanguinosa guerra civile e religiosa che si trascina sino a oggi. Alle prime libere elezioni gli sciiti (circa il 65 per cento della popolazione) creano il loro governo. Invece di cooperare con l'agguerrita minoranza sunnita (il 30 per cento), la emarginano, perseguitano, impoveriscono.

 

abu bakr al baghdadiabu bakr al baghdadi

L'apparato statale cade nelle mani delle tribù e dei partiti sciiti. Esercito e polizia diventano milizie sciite che irrompono nelle regioni sunnite, uccidono, arrestano impunemente, spesso rapinano e sequestrano. In breve tempo i sunniti, che dall'inizio della dominazione ottomana, quasi cinque secoli fa, erano stati classe dirigente, diventano una minoranza repressa [1].

 

La reazione dei sunniti è violenta. Sono abituati a fare la guerra. Gli ex generali baathisti reclutano il vecchio esercito messo in pensione dagli americani e poi decimato dagli sciiti [2].

 

abu bakr al baghdadiabu bakr al baghdadi

A questo punto entrano in campo gli attori regionali. Ancora Cremonesi: «L'Iran, nemico storico contro cui Saddam Hussein ha combattuto otto anni di guerra, arriva a Baghdad trionfante. Tanti leader sciiti, tra cui lo stesso ex premier Nouri al Maliki, sono stati in esilio lunghi anni a Teheran, l'alleanza è subito stretta, s' impone l'egemonia iraniana. Inevitabilmente i sunniti stringono i già forti legami con gli Stati sunniti, Arabia Saudita in testa. Al Qaeda prima e Isis poi diventano così il braccio armato di questo nuovo fronte che mira a cacciare l' Iran nel suo confine, ben oltre il Tigri» [1].

 

Quello che poi diventerà l'Isis nei primi anni Duemila era la divisione irachena di al Qaeda. Il militante giordano Abu Musab al Zarqawi, fondatore del gruppo nel 2000, voleva provocare una guerra civile in Iraq per poi creare un Califfato [3].

 

iraq   isis prende la raffineria di petrolio di baiji 7iraq isis prende la raffineria di petrolio di baiji 7

Le cose sono andate così. Nel 2003, solo cinque mesi dopo l' invasione statunitense in Iraq, il gruppo di al Zarqawi fa esplodere un' autobomba in una moschea nella città irachena di Najaf durante la preghiera del venerdì: rimangono uccisi 125 musulmani sciiti, tra cui l' ayatollah Muhammad Bakr al Hakim, che avrebbe potuto garantire una leadership moderata al Paese. Negli anni gli attentati andarono avanti e nel 2004 Zarqawi sancisce la sua vicinanza con al Qaeda chiamando il suo gruppo al Qaeda in Iraq (Aqi): nonostante la differenza di vedute, l' affiliazione garantiva vantaggi a entrambe le parti, per esempio permetteva a bin Laden di avere una forte presenza in Iraq, paese allora occupato dalle forze americane [2].

 

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Nel frattempo, nel 2006, al Zarqawi viene ucciso da una bomba americana e il suo posto è preso da Abu Omar al Baghdadi, a sua volta ucciso nel 2010. Arriviamo così ad Abu Bakr al Baghdadi, l' attuale Califfo [2].

 

Ufficialmente lo "Stato Islamico dell' Iraq e del Levante" è nato nell' aprile del 2013. Il nome del gruppo è poi cambiato in "Stato Islamico" nel maggio 2014, con la conseguente proclamazione del Califfato il 29 giugno [3].

 

 

petrolio isis iraq pozzi finanzapetrolio isis iraq pozzi finanza

Abu Bakr al Baghdadi è nato nel 1971 nella città irachena di Samarra. Guido Olimpio: «Chi lo conosce rammenta un adolescente introverso, sempre vestito con la lunga veste locale, la dishdasha, che gira in bici e frequenta assiduamente la moschea. Dettagli moltiplicati dalla storiografia dell' Isis, che lo descrive come un predicatore in una moschea di Baghdad e forgiato da importanti teologi locali. Informazioni non sempre accurate, contestate da alcuni osservatori concordi però nell' indicare il punto di svolta nel 2003, quando al Baghdadi iniziò a combattere i soldati americani in Iraq» [3].

 

 

iraq   isis prende la raffineria di petrolio di baiji 4iraq isis prende la raffineria di petrolio di baiji 4

Al Baghdadi, comparso in pubblico la prima volta alla moschea di Mosul il 5 luglio 2014, si è sempre mantenuto nell' ombra ma ha scelto con cura il ruolo, anche nel nome.

Alberto Negri: «Quello vero è Ibrahim Badri Samarrai, ma ha deciso di farsi chiamare Abu Bakr, come il primo dei quattro califfi, aggiungendo il nome Hussein, il nipote del Profeta venerato dagli sciiti, e quello di Quraishi, la tribù di Maometto. Una "genealogia" densa di simbolismi che rivela ambizioni elevate per un oscuro militante incarcerato dagli Usa a Camp Bucca nel 2004» [4].

 

Ancora Olimpio: «I progetti e i gesti di al Zarqawi sono gli stessi di al Baghdadi. Primo: nessun riconoscimento dei confini tracciati dalle potenze coloniali, l’accordo Sykes-Picot del 1916. Secondo: la scelta di una forma di lotta radicale. Terzo: un rapporto difficile con al Qaeda centrale, per nulla favorevole agli eccidi di massa compiuti dall’ala irachena. Quarto: guerra totale agli sciiti. Quinto: l’uso dell’arma degli ostaggi decapitati in esecuzioni filmate e diffuse sul web. Sesto: il ricorso a falangi di attentatori suicidi. Settimo: l’offensiva contro gli occidentali alleati» [3].

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Torniamo però alla storia della regione. Il gruppo che poi diventerà l’Isis subisce un notevole indebolimento nel 2007 a seguito del parziale successo della strategia di controinsurrezione attuata in Iraq dal generale statunitense Petraeus, che si basava su una collaborazione con le tribù sunnite locali, che mal sopportavano l’estremismo di al Qaeda. Nel 2011 il gruppo ricominciò a rafforzarsi, riuscendo tra le altre cose a liberare un certo numero di prigionieri detenuti dal governo iracheno [2].

 

shakir wahiyib   isis iraq 3shakir wahiyib isis iraq 3

Intanto i sunniti iracheni sono fuggiti in massa in Siria. E qui si trovano quando, nella primavera del 2011, esplodono le rivolte contro il regime alawita (una setta sciita) di Bashar Assad. Al contrario dell’Iraq, in Siria la maggioranza sunnita è in guerra con la minoranza sciita (il 12 per cento della popolazione). Esercito e polizia siriani reagiscono con brutalità: rapimenti, torture, esecuzioni di massa, bombardamenti a tappeto, anche con armi chimiche, contro popolazioni inermi [1].

 

 

Cremonesi: «La repressione durissima è tra la cause maggiori della crescita del fondamentalismo islamico tra i sunniti siriani. Cui si aggiunge la liberazione dei prigionieri accusati di militare tra i gruppi radicali jihadisti. Assad utilizza Isis per criminalizzare l’intera opposizione. In parte il suo piano ha successo, visto che Barack Obama rinuncia all’intervento militare in Siria anche a causa della presenza di Isis tra i gruppi ribelli» [1].

 

Oggi probabilmente una buona parte dei ribelli sunniti in Siria dovendo scegliere tra Isis e Assad opterebbe per quest’ultimo, cosa che invece non pensano i sunniti iracheni nei confronti del governo di Bagdad [1].

uomo giustiziato in iraquomo giustiziato in iraq

 

 

Al momento lo Stato Islamico controlla un territorio che si estende dalla città siriana di Raqqa (ora sotto le bombe russe e francesi) a quella irachena di Tikrit. Ha risorse finanziarie costituite dal denaro trovato nelle banche di Mosul, dai proventi del contrabbando di petrolio, dai riscatti delle persone rapite, dalla vendita di oggetti trafugati negli scavi archeologici e nei musei, forse dai sussidi di Paesi del Golfo nella fase in cui alcuni Stati sunniti cedettero di potersene servire per sbarazzarsi del presidente siriano Bashar Assad [5].

 

In più nel territorio che controlla di fatto ha istituito un mini-stato: ha organizzato una raccolta di soldi che può essere paragonata al pagamento delle tasse. I soldi raccolti li usa, tra le altre cose, per gli stipendi dei suoi miliziani, che sono meglio pagati dei ribelli siriani moderati o dei militari professionisti, sia iracheni che siriani: questo gli permette di beneficiare di una migliore coesione interna rispetto a qualsiasi suo nemico statale o nonstatale che sia [2].

 

soldati catturati e giustiziati in iraqsoldati catturati e giustiziati in iraq

 

Impossibile sapere di preciso quanto ha in cassa al Baghdadi. A ottobre il report dell’Overseas Security Advisor Council ha stimato un miliardo di dollari [3]. Negri: «Al Baghdadi capeggia una struttura con un gabinetto, il Consiglio della Shura, da cui dipendono i governatori locali incaricati di applicare una sanguinaria versione della sharia, la legge islamica. Dal Califfo dipende l’Ufficio di Guerra: si occupa di un esercito stimato in 30mila uomini, metà provenienti dai Paesi occidentali. Qui si trovano i luogotenenti che detengono il vero potere» [4].

 

Sergio Romano: «Per la prima volta, quindi, la “guerra al terrore” ha nemico contro il quale è possibile mettere in campo gli strumenti tradizionali di un conflitto armato: fanteria, artiglieria, corpi corazzati. Ma questo accade in un momento in cui la guerra sul terreno è diventata per gli Stati occidentali una scelta difficile, se non addirittura impossibile. Quanto più l’Isis appare pericoloso e minaccioso, tanto meno le democrazie sono disposte a rischiare le vite dei loro soldati» [5].

iraq   l'avanzata dei jihadisti 6iraq l'avanzata dei jihadisti 6

 

 

In realtà una soluzione ci sarebbe, secondo lo storico Niall Ferguson: «Lo Stato Islamico militarmente non è molto capace né bene armato. Se gli Stati Uniti usassero fino in fondo le loro forze speciali, supportate dall’aeronautica, potrebbero distruggere l’Isis in qualche settimana. Però ci sarebbero molti danni collaterali, perché l’Isis è annidato nelle città e nei villaggi. E ci troveremmo con un problema politico che l’amministrazione di Barack Obama deve ancora sbrogliare: il futuro della Siria. Carl von Clausewitz, il generale prussiano, insegnava che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Ma in questo caso qual è la politica? E qual è la strategia, riportare Assad pienamente al potere? Dividere la Siria? Nessun potente della Terra ha l’aria di saperlo. Non hanno idea. Ad eccezione di Putin, forse» [6].

 

 

 

 

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