giovanni falcone giuseppe pignatone

“LIBERO” SGANCIA UN SILURO CONTRO PIGNATONE RIPESCANDO I VECCHI DIARI DI GIOVANNI FALCONE IN CUI IL MAGISTRATO SI LAMENTAVA DEI METODI DELL’EX CAPO DELLA PROCURA DI ROMA APPUNTANDO DIFFIDENZE E CRITICHE - GLI ATTRITI CON IL PROCURATORE DI PALERMO GIAMMANCO, I SILURI CONTRO LE INIZIATIVE “ASSURDE E FAZIOSE”, LE MANIFESTAZIONI DI “FURBIZIA”, LE DICHIARAZIONI SECRETATE PER ANNI AL CSM…

GIOVANNI FALCONE GIUSEPPE AYALA

Paolo Ferrari per “Libero quotidiano”

 

«Giovanni se ne è andato da Palermo perché non poteva più lavorare, perché il procuratore Giammanco non gli permetteva più di svolgere il suo lavoro come avrebbe voluto farlo». A dirlo, il 30 luglio del 1992 al Csm, è la sorella Maria Falcone. Il Csm, dopo la strage di via d'Amelio dove perse la vita Paolo Borsellino e dopo la diffusione di un documento firmato da otto pm contro Giammanco, decise di procedere a delle audizioni per capire cosa stava succedendo alla Procura di Palermo.

 

giuseppe pignatone

«Non è compito mio indagare sul perché Giammanco ha operato questa strategia di non farlo lavorare. Io vi posso dire soltanto cosa Giovanni diceva in famiglia», aveva sottolineato la sorella in una deposizione rimasta per un quarto secolo secretata. Il perché Pietro Giammanco ostacolasse Falcone non lo sapremo mai.

 

Il magistrato è morto nel 2018 senza che nessuno glielo abbia mai chiesto. Falcone si era sempre lamentato di subire umiliazioni e di non essere messo in condizioni di lavorare. La testimonianza della sorella di Falcone stride con le dichiarazioni dei colleghi del magistrato ucciso a Capaci e che in questi giorni lo ricordano come un grande investigatore e un precursore dei tempi per aver voluto la legge sui pentiti che permise di sferrare un colpo micidiale a Cosa nostra.

 

giovanni falcone fotografato da mimmo chianura

Fra gli ex colleghi intervenuti nel dibattito c'è Giuseppe Pignatone che ha scritto un articolo per Repubblica dal titolo "La legge e il valore dei pentiti", commentando la liberazione di Giovanni Brusca, il killer che premette il pulsante che innescò l'esplosivo.

 

QUANTI APPUNTI

Nel pezzo l'ex procuratore della Repubblica di Roma esprime parole di apprezzamento per la legislazione premiale in materia di collaboratori di giustizia «ispirata e fortemente voluta» da Falcone «sulla base delle esperienze palermitane».

 

giuseppe pignatone 1

Ecco, però, che cosa scriveva di Pignatone Falcone nei suoi diari. 18 dicembre 1990: «Dopo che ieri pomeriggio si è deciso di riunire i processi Reina (Michele, segretario della Dc, ndr), Mattarella (Piersanti, presidente della Regione) e La Torre (Pio, segretario del Pci, ndr), stamattina gli (a Giammanco, ndr) ho ricordato che vi è l'istanza della parte civile nel processo La Torre di svolgere indagini sulla Gladio (organizzazione promossa dalla Cia, ndr).

 

Ho suggerito, quindi, di richiedere al giudice istruttore di compiere noi le indagini in questione. Invece sia egli sia Pignatone insistono per richiedere al giudice soltanto la riunione riservandosi di adottare una decisione soltanto in sede di requisitoria finale. Un modo come un altro per prendere tempo».

giovanni falcone

 

10 gennaio 1991: «I quotidiani riportano la notizia del proscioglimento da parte del giudice Grillo dei giornalisti Bolzoni e Lodato, arrestati per ordine di Curti Giardina (Salvatore, procuratore di Palermo prima di Giammanco, ndr) tre anni addietro con imputazione di peculato (per la pubblicazione dei verbali del pentito Antonio Calderone, ndr). Il giudice ha rivelato che poteva trattarsi soltanto di rivelazione di segreti di ufficio e che l'imputazione di peculato era cervellotica. Pignatone aveva sostenuto invece che l'accusa in origine era fondata ma che le modificazioni del codice penale rendevano il reato di peculato non più configurabile.

 

giuseppe pignatone (2)

Trattasi di altra manifestazione di "furbizia" di certuni che, senza averne informato il pool, hanno creduto, con una "ardita" ricostruzione giuridica, di sottrarsi a censura per un'iniziativa assurda e faziosa di cui non può non esser ritenuto responsabile certamente il solo Curti Giardina».

 

26 gennaio 1991: «Apprendo oggi da Pignatone, alla presenza del capo, che egli e Lo Forte (Guido, ndr) si erano recati dal cardinale Pappalardo per sentirlo in ordine a quanto riferito, nel processo Mattarella, da Lazzarini Nara (segretaria di Licio Gelli, ndr). Protesto per non essere stato previamente informato sia con Pignatone sia con il capo (...)». A conferma della "effettiva" posizione di Pignatone all'interno della Procura di Palermo, prima, in contemporanea e dopo l'uccisione di Falcone, ci sono le sue dichiarazioni, secretate per anni, al Csm.

 

giovanni falcone e paolo borsellino

«Per quanto riguarda quella parte del documento che sembra contenere una critica nei confronti del procuratore sono totalmente dissenziente (...) io esprimo un giudizio positivo sull'operato del procuratore», disse Pignatone. Ignazio De Francisci, altro pm palermitano ascoltato all'epoca dal Csm, raccontò che Giammanco si fidava solo di tre magistrati in Procura, uno era Pignatone. A trent' anni dalla morte di Falcone e Borsellino sarebbe l'ora, almeno, di una verità "storica" sulle stragi di mafia. La verità processuale, nel caso di Borsellino siamo al "quater", è lontana.

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