LA MALEDUCAZIONE CHE CI RENDE LIBERI, PAROLA DI FILOSOFO - LA STORIA CI INSEGNA CHE LA SCOSTUMATEZZA DI OGGI E' IL NUOVO E SUPERIORE COSTUME SOCIALE DI DOMANI

Corrado Ocone per Liberoquotidiano.it

Come sapevano i moralisti classici, il vizio non è semplicemente il lato oscuro della virtù, ma è anche in qualche modo il suo più potente alleato: «Il diavolo è l'uomo di affari del buon Dio». Un uso accorto del vizio non solo lo si deve accettare, ma è addirittura necessario per il vigore di una società. Non desta pertanto meraviglia, in chi ha senso storico, un libro come quello che esce in questi giorni in edizione economica per i prestigiosi tipi dell'Università di Princeton: ‘'Le virtù dei nostri vizi: una modesta difesa del pettegolezzo, della maleducazione e di altre cattive abitudini''.

Autore è un giovane ma affermato filosofo americano: Emrys Westacott. Ed anche se il procedere è più analitico e professorale, come non ricordare la celebre Favola delle api che Mandeville pubblicò nel 1705, aggiungendovi poi il sottotitolo «vizi privati, pubbliche virtù»? «Il vizio», scriveva, «è tanto necessario in uno Stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare».

Era allora in corso una polemica in-tellettuale sul ruolo sociale di vizi come il lusso, l'avidità, l'invidia e la lussuria. I pensatori radicali e libertini avevano capito che lo sperpero e l'ostentazione finiscono per mettere in circolazione le ricchezze e le idee, avvantaggiando in ultima istanza anche i più poveri (vedi Anticristianesimo e libertà. Studi sull'illuminismo radicale di Silvia Berti pubblicato ora da Il Mulino nella collana del Croce di Napoli).

Virtù come la frugalità o la sobrietà oggi tanto decantate avvitano le società su stesse, in uno spirale di recessione economica e di conformismo culturale. Il sindaco di Londra Boris Johnson, proprio per aver voluto ricordare questa funzione essenziale dell'avidità, è stato quasi linciato dai media d'oltremanica e persino il portavoce di Cameron ha dovuto discostarsi dicendo che «il primo ministro è da sempre un sostenitore delle pari opportunità».

Nel volume di Westacott si insiste molto nell'elogiare il cattivo carattere e persino la maleducazione. Come è possibile? E soprattutto che effetto può fare in un ambiente ove fino a qualche anno fa dominava incontrastata quella ideologia del
multiculturalismo che si meritò i giusti strali di un giudice severo come Harold Bloom?

Che effetto può fare, ad esempio, una domanda come quella del titolo del quinto capitolo del volume di Westacott: «Perché dovrei rispettare la tua stupida opinione»? Sì, perché il problema è che, abituati per anni a dare ascolto a chiunque, a giudicare tutti degni di rispetto e comprensione, abbiamo dimenticato noi stessi, quel patrimonio ideale che è il modo di essere occidentale.

Abbiamo soprattutto dimenticato che quello che siamo non ci è piovuto dal cielo, non è una colpa che dobbiamo espiare quasi vergognandoci e annullandoci rispetto alle altre culture: è il frutto di una lotta incessante, di un processo di per-fezionamento durato secoli e che è quello che propriamente chiamiamo civiltà.

Ecco, il puto è questo: il rispetto, o anche la dignità, non è nulla di statico, di dato ad ogni uomo quasi come una proprietà naturale, ma è qualcosa da conquistarsi giorno per giorno, attraverso le azioni e i comportamenti. I diritti, su cui tanto insiste Rodotà, non esistono: esiste la lotta per meritarseli. Nessuno può garantirceli. Anche perché se ci vengono somministrati, casomai dallo Stato, perdono il loro valore e si convertono nel loro contrario.

Il perfezionismo e il paternalismo sono, a ben pensarci, i due più potenti nemici del liberalismo (una buona storia della critica del concetto è ora in Michael Rosen, Dignità. Storia e significati, Codice Edizioni).

Ritornando alla rudeness, alla cattiva educazione di cui parla Westacott, sovvengono anche le parole dette recentemente in un'omelia romana da papa Francesco, che, pur essendo sicuramente un grande comunicatore, abbiamo forse etichettato con troppa facilità come progressista.

Egli ha detto di non fidarsi di chi mostra affettazione e si fa innanzi «con parole morbide, con parole belle, con parole troppo zuccherate».
Avere un modo di fare scostante, persino intollerante, significa spesso onestà morale, credere in ciò che si pensa e non volere a tutti i costi piacere per un utile personale. Dietro un carattere burbero, spesso c'è un cuore.

E avere un brutto carattere significa quasi sempre avere carattere. Implacabile è la critica che Westacott fa del concetto di tolleranza, vera «vacca sacra», come la chiama, delle nostre società. Tollerare chiun-que, mostrare accondiscendenza universale, significa in sostanza aderire al relativismo, eliminare ogni gerarchia fra le persone e le culture.

In questo senso, non in ovviamente in quello dei radical chic, Westacott rivaluta anche lo snobismo, il «sentirsi superiori» agli altri in modo non velleitario. Anche perché, potremmo aggiungere, dietro un'ideologia che si presenta aperta quante altre mai, che propone una democratizzazione integrale («siamo tutti uguali"), finisce per crearsi inevitabilmente un altro potere: quello degli incompetenti, dei violenti o semplicemente dei furbi.

È un potere che esclude, perimetrando il proprio campo, quanto altri mai. E lo fa usando come clave armi improprie che rispondono ai nomi di Decenza o Decoro (vedi Tamar Pitch, Contro il decoro. L'uso politico della pubblica decenza, Laterza). Armi che tendono a normalizzare e a controllare i diversamente senzienti e pensanti. Contro di esse una dose di maleducazione è necessaria, anche perché la storia ci insegna che la scostumatezza di oggi è il nuovo e superiore costume sociale di domani. E d'altronde, quasi sempre, dietro l'arcigno moralismo dei censori delle cattive abitudini c'è l'ipocrisia di chi vuole dominare gli altri fermando la loro corsa.

 

 

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