IL MARCO POLO DE' NOANTRI (OVVERO UNO CHE NON HA UN CAZZO DA FARE) – LA STORIA DI MATTEO STELLA, GUIDA DI TREKKING E MOUNTAIN BIKE CHE HA PERCORSO LA "VIA DELLA SETA" IN BICICLETTA – IL VIAGGIO È DURATO CINQUE MESI, ATTRAVERSO 13MILA CHILOMETRI DA PECHINO FINO A VENEZIA – “L’AIUTO DELLA GENTE DEL POSTO È STATO FONDAMENTALE. NON MI SONO MAI SENTITO IN PERICOLO. AIUTARE IL VIANDANTE PER QUESTI POPOLI È SACRO” – “IL MOMENTO PIÙ COMPLICATO? QUANDO SONO ARRIVATO ALLE PORTE DELL'IRAN. IN AFGHANISTAN, OVUNQUE ANDASSI, VENIVO TRATTATO COME UN MARZIANO. ERA COME SE OGGI NOI VEDESSIMO UN RAGAZZO AFRICANO TENTARE DI SUPERARE LE ALPI A DORSO DI UN ELEFANTE…”
Estratto dell’articolo di Giulia Boero per “la Repubblica”
Cinque mesi e tredicimila chilometri per attraversare il mondo. Da Pechino a Venezia in bici, sulle tracce di Marco Polo. Matteo Stella, guida di trekking e mountain bike — tra gli ospiti quest'anno di UlisseFest, la festa del viaggio di Lonely Planet (Genova, dal 10 al 12 luglio) — aveva perso il lavoro quando ha deciso di cercare l'altrove.
Alle spalle, poteva contare solo su un'impresa simile, conclusa l'anno prima: da Bogotà a Ushuaia, la città più australe del pianeta. […] Questa volta ha cambiato geografia, senza perdere l'istinto a partire da solo. […]
Per quanto tempo ha pedalato?
«Il viaggio è durato cinque mesi. Durante questo tempo mi sono reso conto di come Marco Polo sia conosciuto in tutta l'Asia. Nella piazza principale di Ulan Bator, la capitale della Mongolia, c'è una statua che lo ritrae, per esempio. In Italia nulla».
Lei ha scelto di fare il percorso da oriente verso occidente. Perché?
«Mi affascina da sempre il tema del ritorno a casa. Ogni pedalata, ogni metro mi avvicinava alla mia terra, alla mia famiglia, alla mia quotidianità. È stata una forza emotiva molto potente».
[…] II momento più complicato?
«Sono arrivato alle porte dell'Iran a gennaio di quest'anno, nel pieno delle tensioni internazionali. Non sono potuto entrare. Sono tornato a Kabul per prendere un aereo e oltrepassare il Paese».
E il contatto con la gente?
«Ovunque sia andato, il loro aiuto è sempre stato fondamentale. Quando ti trovi di inverno, da solo, nei luoghi "dove tutto muore", come direbbe Messner, ostili all'uomo, devi per forza affidarti a chi ha esperienza. Mi hanno accudito, dato da mangiare. Non sono mai stato cacciato, non mi sono mai sentito in pericolo. Aiutare il viandante per questi popoli è sacro».
Qual è il Paese che ricorda con più trasporto?
«L'Afghanistan. I talebani hanno costretto la popolazione a vivere sotto il regime del terrore. È un Paese non riconosciuto da quasi nessun governo internazionale, il loro è il passaporto più debole al mondo. Gli afgani sanno poco di ciò che c'è all'esterno e viceversa.
Ovunque andassi, venivo trattato come un marziano. Circondato anche da 150 persone alla volta. Per loro quello che stavo facendo era inspiegabile. È stato un frammento del viaggio difficile anche da spiegare agli amici a casa. Era come se oggi noi vedessimo un ragazzo africano tentare di superare le Alpi a dorso di un elefante andando sulle tracce di Annibale. Sarebbe pazzesco». […]
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