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MI CURO DA SOLO - IN RETE ABBONDANO SITI PER L’AUTODIAGNOSI MEDICA: DALL’ENCICLOPEDICO “MEDPEDIA” AL PROFESSIONALE “MEDHUB” FINO A “YAHOO ANSWER” - CON I PREZZI DELLE VISITE SPECIALISTICHE C’È CHI È COSTRETTO AD AFFIDARSI AL WEB

Daniela Ranieri per il “Fatto Quotidiano”

 

IPOCONDRIAIPOCONDRIA

La differenza stabilita da Woody Allen in uno storico articolo sul L New York Times tra ipocondriaci e allarmisti (i primi si inventano mali che non hanno, i secondi credono che i propri acciacchi siano sintomo di malattie mortali) sfuma in un confuso miscuglio ossessivo-compulsivo da quando è possibile ricorrere all’auto-diagnosi su Google. Ci siamo passati tutti. Un attimo prima avevamo un herpes labiale (diagnosticato da zie e vicine di casa col nome rassicurante di “sfogo di febbre”) e un attimo dopo stavamo prenotando una scintigrafia.

 

IPOCONDRIA IPOCONDRIA

La mostruosa disponibilità di informazioni in rete – dalle istruzioni per fare la nitroglicerina nella vasca da bagno a quelle per aprire una bottiglia chiudendo di colpo tutte le finestre di casa – non poteva non estendersi a ciò che più ci interessa al mondo, cioè noi stessi. Quello che prima eravamo costretti a fare in modo analogico (recarsi al Pronto soccorso per trasformare un raffreddore in una diagnosi infausta) oggi lo facciamo da seduti, nello stesso luogo deputato al lavoro e a quella forma nevrotizzata di tempo libero che è la socialità on line.

 

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Non c’è niente di meglio di un sospetto scompenso epilettico in pausa pranzo, per darci ragione del fatto che quella tosse non ci convinceva per niente o, male che vada, rassicurarci che non abbiamo niente di grave. Noi ipocondriaci e allarmisti abbiamo trovato il nostro bengodi, la droga perfetta: la soluzione istantanea, dunque la peggiore, alla nostra paura. Da Google a grappolo si dipartono siti chiaroveggenti che tracciano tutta una pullulante geografia morbosa, dall’enciclopedico MedPedia al professionale Medhub fino all’insalubre e dada Yahoo answer, dove pseudo-esperti o addirittura medici rispondono alle angosce di utenti diciamo normali.

 

Qui si condivide il terrore, qui tutti hanno almeno una delle malattie che hai tu, qui trovi la conferma ai tuoi peggiori sospetti. Il corpo, fino a ieri manipolato dalla classe rapace dei medici, è un documento condiviso, un tracciato di sintomi su cui è possibile agire tutti insieme, in modalità Wiki. Hai le labbra screpolate?

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Potrebbe essere Aids, dice Poldo 65. In effetti, in Philadelphia Tom Hanks aveva le labbra spaccate. Senti una fitta al petto? È tachicardia extra-ventricolare, dice lucciola 76 . Cerchi tachicardia extra-ventricolare e finisci su un sito che pare molto professionale (c’è l’icona di uno stetoscopio in alto a sinistra), con la precisa eziologia delle cause possibili di tachicardia extra-ventricolare, che ormai si è stabilito che tu hai.

 

In un crescendo fantozziano che va dalla psicosi al delirio all’estasi mistica con apparizione dell’Arcangelo Gabriele che annuncia morte sicura, barcolli nella vertigine tra il non voler sapere e il voler assolutamente sapere, con picchi di tracotanza faustiana che sarebbero stati inaccessibili ai grandi ipocondriaci della letteratura, dal malato immaginario di Molière al Vel’chàninov de L’eterno marito di Dostoevskij, da Oblomov allo Zeno di Svevo.

 

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Come in una terrificante caccia al tesoro, il panico si cristallizza nella malattia peggiore, il tabù del secolo, che Google sta lì lì per trovarti. Per fortuna, scopri che i sintomi della tachicardia sono simili solo a quelli della tubercolosi, i quali sono aggravati, pare, da una “carenza di fattori di nutrimento o igienico-ambientali”, e tu in effetti hai mangiato male ultimamente e non pulisci casa da Pasqua. Ti misuri la febbre. Intanto l’infarto ti è passato ma, già che ci sei, fai il controllo incrociato tubercolosi-doloretto al colon traverso (non c’entra nulla: quella è celiachia, dice lollypop89).

 

Nella silenziosa e asettica auscultazione dell’adsl l’anamnesi familiare sfocia nella biografia: qualcuno della tua famiglia ha avuto uno choc anafilattico? E qui lampeggiano ricordi di nonni colti da reazione allergica a cozze o ostriche un’estate a Fregene o Ladispoli, sarà stato l’86, l’87.

 

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In un’escalation di auto-suggestione, strizza, auto-plagio, illogicità, pensiero magico e pretesa razionalità (in fondo sei tu il miglior medico di te stesso, come hai letto su un manuale di autoguarigione), salti dai rimedi della nonna alle ultime ricerche delle meglio università del mondo, da Berkeley alla TAU di Tel Aviv, decidendo lì per lì di sottoporti a un ciclo di sperimentazione di farmaci all’avanguardia, checché ne dicano primari, baroni e luminari impauriti dall’avanzare democratico della cura gratuita e open source.

 

 E da qui leggende di medici che scoraggerebbero l’auto-diagnosi non perché dannosa ma per un complotto che vede impegnati loro in quanto casta e la Nasa al fine di impedire alla gente di non morire e garantire così la sopravvivenza del genere umano. Perché se è certa la crisi della rappresentanza politica e sindacale, nessuno parla del crollo di fiducia nei confronti dei medici, figure che sostituirono il prete nel conforto e nella salvazione e oggi paiono troppo compromessi col potere, membri di una classe che si autoperpetua costringendo i pazienti a costosissime visite private o alle più subdole intramoenia per evitare le lunghe liste d’attesa del sistema sanitario nazionale.

 

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Il rapporto medico-paziente è deteriorato: per te, scafatissimo internauta, sono tutti “dottorini”, come nel film di Verdone. E sarà leggenda pure questa, ma si dice di medici che rosicano quando pazienti saccenti tolgono loro il potere e la sacra parola avanzando davanti al loro arrancare ipotesi tratte da Internet (“non sarà lupus?”), e non si capisce più se sia interesse del medico guarirci o sopprimerci, come nel racconto di Dino Buzzati Il buon nome, con il paziente obbligato a morire per non offuscare la reputazione del luminare incorso in una diagnosi errata.

 

Il punto è che Internet ci fa scornare con la verità filosofica più abbacinante, e cioè che siamo soli nell’universo ostile; figurarsi se ci si può mai fidare del silenzio degli organi. In fondo la migliore argomentazione a favore della nevrosi allarmistica è che avevano ragione loro, i grandi ipocondriaci della storia, da Pontormo a Kafka, da Céline a Gadda, che infatti poi sono morti.

 

 

 

 

 

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