petrolio venezuela nicolas maduro greggio donald trump

NON È TUTTO ORO NERO QUELLO CHE LUCCICA – COME AMMESSO DALLO STESSO TRUMP, IL VERO MOTIVO DEL GOLPE AMERICANO A CARACAS È METTERE LE MANI SUL PETROLIO: IL VENEZUELA È IL PRIMO PAESE AL MONDO COME RISERVE DI GREGGIO MA È AL 21ESIMO POSTO PER PRODUZIONE – DOPO DECENNI DI INCURIA E MANCATA MANUTENZIONE DEI POZZI SOTTO IL POTERE DI CHAVEZ E MADURO, SARANNO NECESSARI PESANTI INVESTIMENTI PER FAR RIPARTIRE LA PRODUZIONE  – FUBINI: “POTREBBERO SERVIRE 60 MILIARDI DI DOLLARI SOLO PER MANTENERE GLI ATTUALI LIVELLI PRODUTTIVI, CENTO MILIARDI PER RADDOPPIARLI. E IL PETROLIO VENEZUELANO, VISCOSO E AD ALTO CONTENUTO DI ZOLFO, HA ALTI COSTI DI ESTRAZIONE E TRASFORMAZIONE “– IL SILENZIO DELL’ARABIA SAUDITA, CHE HA BENEFICIATO DELL’ISOLAMENTO DI CARACAS CONQUISTANDONE LE QUOTE NEL MERCATO DEL GREGGIO...

ANALISTI, 'PRODUZIONE PETROLIO DEL VENEZUELA UN TERZO RISPETTO A METÀ ANNI 2000'

petrolio in venezuela

(ANSA) - MILANO, 05 GEN - La produzione di petrolio del Venezuela è compresa oggi tra 900mila e un milione di barili al giorno, contro oltre tre milioni di metà anni 2000. Lo affermano stime dell'Investment team di Gamma capital markets, secondo cui "le esportazioni sono già sotto pressione: stoccaggi pieni, flussi bloccati e sanzioni ancora formalmente in vigore. Nel breve il petrolio venezuelano non rientra rapidamente sul mercato globale, soprattutto verso la Cina".

 

La stima di Goldman Sachs è di una produzione stabile a 900mila barili nel 2026. Nel lungo periodo lo scenario più rilevante è il 2030: il Venezuela potrebbe essere a due milioni al giorno, che implicherebbe un calo di 4 dollari per barile sul Brent rispetto allo scenario base. Quindi l'intervento Usa e la possibile ripresa di produzione è "un evento strutturalmente ribassista per il petrolio", aggiunge Gamma capital markets.

 

nicolas maduro arriva in tribunale a new york

Se invece vi fosse una "qualsiasi interruzione a breve termine della produzione venezuelana, questa può essere facilmente compensata da un aumento della produzione altrove", afferma Neil Shearing, capo economista del gruppo Capital Economics, ripreso da Bloomberg. "Prevediamo comunque che la crescita dell'offerta globale nel prossimo anno circa spingerà i prezzi del petrolio verso i 50 dollari", aggiunge Shearing.

 

Dopo una partenza in leggero calo, sui mercati globali il prezzo del petrolio ondeggia sulle quotazioni di venerdì: il future a New York si muove poco sopra i 57 dollari al barile, il Brent a 60,7 dollari.

 

"La reazione iniziale dei mercati finanziari all'intervento degli Stati Uniti in Venezuela è stata di cauto ottimismo - commenta Ricardo Evangelista, senior analyst di ActivTrades - riflettendo le aspettative che la destituzione del presidente venezuelano possa portare a un riallineamento politico verso la sfera di influenza degli Stati Uniti.

 

NICOLAS MADURO IN CUSTODIA DEGLI AGENTI AMERICANI

Nel breve termine, in particolare per quanto riguarda le esportazioni di petrolio, le prospettive sembrano essere sostanzialmente quelle di un andamento normale". Secondo Evangelista "il Venezuela detiene circa il 17% delle riserve petrolifere accertate mondiali, ma negli ultimi anni la sua capacità di estrarre e lavorare il greggio è notevolmente diminuita.

 

La produzione attuale è stimata a meno di un milione di barili al giorno, di cui circa la metà esportati, pari a meno dell'1% dell'offerta globale. In questo contesto, e considerando che, anche prima del fine settimana, gli analisti prevedevano un eccesso di offerta nei mercati petroliferi globali nel 2026, l'attuale calo dei prezzi non è sorprendente, vista la prospettiva a medio termine di un aumento dell'offerta di petrolio venezuelano sul mercato globale", conclude il senior analyst di ActivTrades.

 

 

LE SPINE DEL GREGGIO «MADE IN CARACAS»

Estratto dell’articolo di Federico Fubini per il “Corriere della Sera”

 

donald trump e mohammed bin salman alla casa bianca foto lapresse 8

La reazione più rumorosa è stata il silenzio dell’Arabia Saudita. Con il Venezuela ha fondato l’Opec nel 1960, il suo uomo forte Mohammed bin Salman, grande amico politico di Donald Trump, aveva continuato a tenere rapporti con Nicolás Maduro fino a poco prima che questi finisse in manette.

 

Due anni e mezzo fa l’autocrate di Caracas aveva visitato Mbs, sei mesi fa gli aveva fatto avere una lettera sull’amicizia fra i due Paesi. Ma ora per Riad il silenzio è d’oro, perché l’Arabia Saudita aveva beneficiato dell’isolamento del Venezuela conquistandone le quote nel mercato mondiale del greggio.

 

XI JINPING E NICOLAS MADURO

[...] Secondo le stime di Bloomberg, il Paese latino-americano nel 1965 garantiva l’11% dell’offerta mondiale di greggio e nel 1999, all’avvento del regime bolivarista di Hugo Chávez e Maduro, era ancora al 4,3% con tre milioni di barili al giorni.

 

Nel 2024 invece il Venezuela era tracollato: controllava meno dell’1% del mercato mondiale del greggio — secondo la World Energy Review dell’Eni — e meno di un milione di barili al giorno (contro i 20 milioni degli Usa e gli 11 dell’Arabia Saudita). Il suo grande cliente era la Cina, che approfittava delle sanzioni americane per ottenere sottocosto da Caracas — grazie alla «flotta ombra» — un ventesimo del suo consumo di greggio.

 

PETROLIO VENEZUELANO - RISERVE E PRODUZIONE

[...]  il Venezuela sarà anche il primo Paese al mondo per riserve di petrolio provate, secondo le dichiarazioni del suo governo. Ma è il 21esimo per produzione.

 

Per questo i sauditi tacciono in attesa di capire meglio le implicazioni industriali dell’operazione americana di sabato. Le implicazioni di mercato, quelle, sono meno difficili da leggere: il prezzo del petrolio alla riapertura degli scambi di oggi probabilmente non varierà di molto e a un certo punto potrebbe persino calare un po’ rispetto alla chiusura di venerdì a 56,8 dollari a barile di West Texas Intermediate.

 

DONALD TRUMP SEGUE IN DIRETTA LA CATTURA DI NICOLAS MADURO

Gli operatori, in altri termini, potrebbero timidamente iniziare a fare i conti con la prospettiva di un aumento della produzione venezuelana, ora che l’America di Trump in teoria ne ha il controllo.

 

Ma dare un prezzo a una partita di potere, non di solo mercato, resterà difficilissimo. Perché nell’immediato i luoghi a cui bisogna guardare per capire i flussi di greggio venezuelano non sono i giacimenti o i porti del Paese; sono i corridoi dell’Ofac di Washington, l’«Office of Foreign Assets Control» che gestisce per il Tesoro americano le sanzioni internazionali.

 

PETROLIO VENEZUELANO - RISERVE E PRODUZIONE

Per ora Pdvsa, la compagnia nazionale di Caracas, ha chiesto ai produttori di frenare l’estrazione perché il petrolio non sta più partendo via mare e presto gli stock in Venezuela saranno pieni. Ma nei prossimi giorni sarà l’Ofac a distribuire le nuove licenze di esportazione e dunque Trump, in ultima istanza, a decidere a quali uomini d’affari distribuire denaro oggi in cambio di favori in vista del voto di midterm per il Congresso fra undici mesi.

 

nicolas maduro arriva in tribunale a new york

Ancor più di potere, non solo di mercato, si presenta poi la partita per un vero rilancio della produzione in Venezuela. La sola certezza è che servono anni e molte decine di miliardi di dollari. Chávez nel 2007 espropriò le attività venezuelane delle americane Exxon Mobil, ConocoPhillips e Chevron, della norvegese Statoil (oggi Equinor), della francese Total e di Eni.

 

Quasi tutte hanno rinegoziato un rientro nel Paese in forma limitata, mentre Exxon e Conoco sono rimaste fuori ma ottenendo da un tribunale internazionale il diritto a indennizzi (ridotti) che Chávez e Maduro non hanno pagato.

 

donald trump e mohammed bin salman alla casa bianca foto lapresse 7

Questa vicenda ora diventa centrale. E non solo perché Trump l’ha usata, assieme alle accuse sul narcotraffico, per giustificare l’intervento. C’è anche una ragione legata agli eventuali interventi futuri delle major americane in Venezuela. Poiché Exxon e Conoco non sono mai state indennizzate da Maduro per i suoi espropri, ora in teoria avrebbero diritto a riavere i loro giacimenti (mentre Chevron è già operativa in Venezuela). Eppure tutte sembrano caute, se non fredde.

 

Decenni di malagestione, corruzione e investimenti bloccati dalle sanzioni hanno infatti ridotto tutto il settore del petrolio in pessimo stato: potrebbero servire 60 miliardi di dollari solo per mantenere gli attuali livelli produttivi, cento miliardi per raddoppiarli. E il petrolio venezuelano, viscoso e ad alto contenuto di zolfo, è sì adatto alle raffinerie statunitensi del Golfo del Messico, ma ha alti costi di estrazione e trasformazione.

 

petrolio in venezuela

Visti gli enormi investimenti necessari, i bassi prezzi attuali del barile e la storia di espropri di Caracas, i colossi del Big Oil non hanno fretta di seguire l’invito di Trump a tornare nel Paese latino-americano. Fra loro e il presidente inizierà una delicata partita di scambi di favori pretesi e concessi.

 

E alla fine non sarebbe sorprendente se il governo americano intervenisse, facendosi carico di parte degli oneri. Trump l’ha già fatto per i chip (con Intel) e le terre rare (con Mp Materials). Perché non anche per l’oro nero di Caracas?

NICOLAS MADURO E XI JINPINGDONALD TRUMP SEGUE IN DIRETTA LA CATTURA DI NICOLAS MADURO

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